Genitori e insegnanti: nemici o amici?

Quando andavo a scuola io, se sbagliavi, la maestra ti colpiva sulle mani con la bacchetta di legno!”. I più grandi tra i nostri lettori avranno sicuramente sentito almeno una volta questa frase, dai nonni o dai propri genitori, magari in risposta a qualche lamentela sulla severità dei propri insegnanti. I maestri di una volta, quelli appunto del colpetto sulle mani con la bacchetta di legno (che tanto innocuo non era), quelli delle storie da libro Cuore che, se davi la risposta errata, ti mettevano seduto dinanzi alla classe con le orecchie da asino in testa: racconti che paiono mitologici se confrontati con la realtà scolastica di oggi, ma che tanto lontani negli anni non sono. Metodi educativi rigidi, maestri severi verso i quali si aveva un timore reverenziale, un rispetto connaturato che non veniva messo in discussione dai genitori, men che meno dagli alunni.

In classe a decidere cosa andava fatto e cosa no, quali metodi erano più adeguati per l’alunno svogliato o per quello con qualche difficoltà era solo ed esclusivamente l’imperiosa autorità del maestro. Se serviva una punizione esemplare per qualcuno, nessuno si sognava di mettere in discussione né il merito né il metodo. Anzi, spesso gli stessi genitori, consapevoli magari dell’indole un po’ più scapestrata del proprio figlio, incitavano il maestro a “dargliene di più”, in una coalizione genitori-insegnante che magari risultava frustrante, ma che il più delle volte si rivelava efficace per “imparare la lezione”.

Questo discorso, ce ne rendiamo conto, nel 2012 appare del tutto fuori dalla logica, scandaloso, qualcuno direbbe “lesivo dei diritti dello studente” e, probabilmente, in qualche caso avrebbe ragione. Come per ogni cosa, gli eccessi non sono mai giusti e oggi sappiamo, dai racconti degli stessi nonni di cui sopra, quanta infelicità e quante ingiustizie siano state subite in quell’epoca di classi severe e di rispetto rigidissimo del proprio professore. Ingiustizie che a noi, figli di un’epoca del tutto diversa, appaiono più gravi di quanto chi le ha subite ritenesse, e questo perché quella era la normalità, la norma, era giusto così, un altro metodo non c’era, non era concepito.

Oggi diremmo che un bambino messo in un angolo con le orecchie d’asino verrebbe traumatizzato per tutto l’arco della crescita. Oggi, la bacchettata sulle manine sarebbe quanto meno una violenza da denuncia. Ma basta molto meno a far arrabbiare i genitori del 2012. Un rimprovero un po’ più severo, una nota sul registro di classe: nella nostra realtà scolastica anche queste sono considerate “violenze”. Stiamo esagerando? Chi frequenta l’ambiente, sa che non è così.

E’ del gennaio di quest’anno la notizia di un ragazzino di 16 anni che, dopo essere stato rimproverato dal proprio insegnante perché girava per i corridoi della scuola con un estintore, l’ha picchiato con l’oggetto stesso causandogli una prognosi di 15 giorni. Del marzo dell’anno scorso invece, la notizia di un altro insegnante picchiato, stavolta da un papà, che rivendicava il diritto del figlio di andare a calcetto e quindi l’impossibilità per lui di seguire i corsi di recupero pomeridiani. Fatti molto gravi, che balzano alla cronaca perché estremi e sicuramente non rappresentativi del comportamento della totalità di genitori e studenti, ma significativi. Ci danno infatti l’opportunità di riflettere sul cambiamento nella considerazione che si ha oggi della figura dell’insegnante.

Non più un’autorità da rispettare in quanto competente, ma quasi qualcuno da cui difendere i propri figli, come se l’intento fosse quello di maltrattarli e non di accompagnarli nella crescita. Una sfiducia che, è inevitabile, anche i ragazzi assimilano, perché il rispetto ce lo insegnano mamma e papà e, se non viene in primis da loro, difficilmente sarà automatico per un bambino o un adolescente. Ed ecco che cominciano scontri e incomprensioni : l’insegnante ce l’ha con me, mi ha preso di mira, mi mette il voto basso perché gli sono antipatico, mi rimprovera senza motivo. Lamentele che qualunque ragazzino ha pronunciato almeno una volta e che non sono di per sé gravi, se non trovassero, purtroppo, dei genitori pronti ad avallarle, spesso quando non ce n’è bisogno.

Riconosciamo, ovviamente, che ci sono casi in cui ci si trova davvero di fronte ad ingiustizie; dopotutto gli insegnanti sono esseri umani e lungi da noi sostenere che non sbaglino mai. Il punto della questione però è che i genitori dovrebbero capire quanto è importante trasmettere ad un figlio il concetto di rispetto dell’autorità.

Il professore può aver sbagliato, ma non è andando a scuola a sostenere le ragioni di un ragazzino di 15 o poco più anni che agiremo in maniera adeguata per lui. Partire in quarta e prendere le loro difese a prescindere, per un senso di protezione, perché ci viene naturale, è una cosa che non fa bene alla loro crescita. Non solo perché prendendocela con l’insegnante delegittimiamo la sua autorità, mandando ai ragazzi un messaggio del tipo “fai bene a non fare come ti dice”; ma anche perché, intervenendo a loro difesa, gli impediamo di imparare ad affrontare i problemi, i normali scontri con chi è al di sopra di loro che inevitabilmente, prima o poi nel corso degli anni, si troveranno a dover gestire da soli, senza l’aiuto di mamma e papà.

Il sano attrito con un insegnante è un momento di crescita importantissimo per un adolescente. E’ giusto riconoscere le esigenze di una fascia d’età particolarmente difficile e turbolenta, ma non pensando solo a difendere, bensì permettendogli di affrontare la realtà della vita, che non è fatta sempre di persone che ci capiscono e si comportano con noi come pensiamo di meritarci: è questo l’importante messaggio che un genitore deve dare, un insegnamento che va imparato all’inizio del cammino della maturazione e non quando si è troppo grandi e ormai si è diventati adulti incapaci di tollerare la benché minima frustrazione, il più piccolo degli scontri o dei problemi, magari proprio sul posto di lavoro.

I genitori di oggi dovrebbero capire che “cadere” ogni tanto, in un’età in cui è assolutamente la norma sentirsi incompresi, non è altro che ciò che serve per diventare grandi nel modo più giusto. L’equilibrio tra le parti è importante, ma non lo si raggiunge avallando l’idea, lo ripetiamo, normalissima per un adolescente, che ci sia qualcuno che ce l’ha con lui. Le situazioni vanno analizzate, discusse insieme, senza partire dal presupposto che dobbiamo difenderle i nostri ragazzi, ma aiutandoli a capire dove è il problema, chi ha sbagliato e come affrontarlo con serenità.

Fare l’insegnante è un lavoro molto duro e che richiede tanta passione per essere fatto bene. A queste persone affidiamo i nostri ragazzi per 5/6 ore della giornata. Avere fiducia nelle loro capacità di guidarli nella crescita è un passo fondamentale per creare quell’armonia tra loro e i nostri figli, facendo in modo che diventino adulti nel miglior modo possibile.

Venirsi in contro e cercare di capire le ragioni e le difficoltà degli altri è sempre il la scelta più giusta.

(Alessandra Nocerino)

 

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2 Commenti

  1. Mio figlio frequenta le “elementari”, ho avuto modo di parlare con gli insegnanti due volte in un anno, forse perchè obbligate a farlo. L’impressione è proprio quella di essere visti come “nemici” non in grado di collaborare. Dietro “i programmi ministeriali” l’attività dei ragazzi sempre più vicina e succube di internet e sempre meno legata al territorio. Gli insegnanti, almeno quelli con cui ho avuto a che fare, sembrano essere molto chiusi anche solo per capire il perchè di certe scelte. Mio padre era complice della mia maestra. La mia maestra era ed è la Signora Maestra che con orgoglio ho invitato al mio matrimonio e che mi dà ancor oggi uno “scappelotto” in testa perchè l’ho sempre meritato. A mio figlio ho chiesto di dare del Lei alla maestra e mi ha guardato proprio male. Due mondi quelli di genitori e insegnanti molto distanti che porta i genitori a eccessive posizioni di difesa della prole. Non ultimo l’evidenza che molti insegnanti hanno ancora passione mentre altri lo subiscono come un lavoro svilito da riforme e decreti.
    Occorre condiviere maggiormente gli obbiettivi dei programmi e riportarli più vicini al territorio e alle famiglie.

    (M C)

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  2. gentile M C , resto allibita dalle sue parole. Insegno da 25 e passa anni, alla scuola media. Quello che ho sempre osservato è la scarsa partecipazione dei genitori all’ora di ricevimento settimanale. Molti genitori seguono i figli e partecipano alla vita scolastica. Ma progressivamente cambiando ordine di scuola, c’è una desertificazione mana mano che crescono. Come si creasse uno scollamento tra figlio, famiglia, scuola. Io sì li vedo due volte all’anno, e nemmeno tutti. Molti anche se vengono chiamati per problematiche inerenti al figlio non si presentano nemmeno. Ho insegnato a ragazzi per 3 anni senza quasi mai aver visto i genitori. Le assicuro che i docenti sono molto disponibili nei confronti dei genitori, anche perché più notizie e dati si hanno sull’alunno meglio si riesce a calibrare l’intervento educativo personalizzato. Forse lei è nuovo della scuola. Ma si presenti più spesso a parlare coi maestri. Vedrà che l’accoglieranno con molta attenzione, in qualsiasi momento. Nelle scuole che conosco, perlomeno qui da noi, c’è un’attenzione particolare alla persona che viene prima del risultato scolastico. E avere la famiglia come interlocutore non solo è utile ma è prezioso. La mia esperienza è ben diversa. Si confronti e si informi meglio!

    (F.L.)

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