“Nuièter ch’ì parlema ancùra in dialèt” ottava puntata in onda il venerdì alle ore 17,30 ASCOLTA I FILE IN ANTEPRIMA

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Savino Rabotti

Savino Rabotti

QUATTORDICESIMA  SETTIMANA

1– 6 Aprile  2013

 

Ragazzi, e ... non più ragazzi, ve lo hanno fatto portare il pesce? Lo so che ci si resta male, ma, sempre meglio che una malattia, come dicevano i nostri nonni.

Perché, come dicono in Romagna,

Al prém d’Avrîl

töti gli ôchi gli ên in gîr.

 

Ci siamo chiesti quali origini abbia questa tradizione, e francamente, non abbiamo trovato risposte soddisfacenti. Una teoria sostiene che sia legata all’ultima riforma del calendario, quella di Gregorio XIII° del 1582. Pare che l’inizio dell’anno si celebrasse il 21 Marzo, poi tra il 25 Marzo e il primo aprile. Con l’ultima riforma il capodanno fu spostato al primo gennaio. Qualcuno però non recepì la notizia e continuò a celebrarla il primo di Aprile. Gli informati allora li prendevano in giro, e magari gli affidavano qualche incombenza tutt’altro che intelligente. In Francia fu chiamata poisson d’Avril. Qualcuno più colto lega la festa del primo di Aprile al mito di Proserpina in cui una ninfa inganna la madre che la stava cercando. Un’altra teoria lega il primo d’Aprile con l’inizio della stagione della pesca. Per festeggiare l’evento si facevano scherzi. Quassù da noi però il pesce era scarso. Allora si preferiva “fâr purtâr al cúch”. Anche perché il cuculo arriva proprio a cavallo di questi giorni:

 

Al cúch l’ha da gnîr

tra ‘l sèt e l’òt d’Avrîl.

S’a n’ vên tra ‘l sèt e l’òt

o ch’ l’é môrt o ch’ l’é còt.

 

PROVERBI

Al contadino interessa principalmente l’andamento del raccolto. E sente quando c’è bisogno di sole, quando di acqua. Allora se avremo

 

Aprile piovoso,

Maggio ventoso,

 sarà un anno fruttuoso.

 

E la pioggia di Aprile non era utile solo al grano, ma anche all’uva e al fieno:

 

Avrîl, piöv, piöv,

ch’a vègna gròs i cöv.

 

Quand a piöv d’Avrîl

manìsa un bel barîl.

 

L’aqua d’Avrîl

la rimpìsa al fnîl.

 

E quando i soldi avevano un altro valore si diceva:

 

D’Aprile

ogni goccia val mille lire.

 

 

 

AL BÊN

Il frammento di preghiera che vi proponiamo oggi ha una storia particolare. Io l’ho sentita recitare da un partigiano che era di sentinella sul Martino, a ridosso di Castellaro, dove io pascolavo le pecore. A lungo l’ho ritenuta un fatto personale di quella sentinella,  ma poi l’ho ritrovata su una raccolta di canti romagnoli. Allora non era un episodio circoscritto al nostro territorio.

Prima di ascoltare il testo occorre qualche spiegazione sul titolo. All’inizio della seconda guerra mondiale l’Italia subiva l’embargo di materie provenienti dall’estero da parte dell’Inghilterra e della Francia. Durante il periodo di autarchia fu inventato un prodotto tessile di derivazione chimica, e fu detto “a tipo”. Il titolo della preghiera, Ave Maria “a tipo” vuol indicare che non si tratta di una preghiera canonica.

 

AVE  MARIA “A TIPO”

 

Ave Maria di grazia piena

Fa che non suoni più la sirena,

 fa che non passino più aeroplani,

fa che i miei muri restino sani,

ma se una bomba dovesse cascare

facci la grazia di noi tutti salvare.

 

La versione romagnola è leggermente diversa:

 

Ave Maria, gràtia plèna,

fa che non suoni più la sirena,

 ma se una bomba dovesse cascare

fammi la grazia potermi salvare.

E Tu, mio buon Gesù,

fa che i tedeschi non vengano più.

 

FILASTROCCA

STRANI MESTIERI

 

Din dûn campanûn

quàter vèci int al balcûn:

úna la fîla, úna la taja,

úna la fà i capê d’ pàja,

úna la fà i curtê d’argênt

per tajâr la testa al vênt,

cl’âtra la fà i capê d' fiûr

da purtâr al su’ amûr.

Al su’ amûr l’é andâ al castel

cun la pûnta dal curtèl;

al curtèl al si ‘rvultâ,

trentisèdše al n’ha masâ,

a i ha masâ int l’usterìa,

pân e vîn in bùca mia.

 

 

 

 

INDOVINELLO

C’è una nutrita serie di indovinelli a doppio senso. A prima vista sembrano allusivi, ma poi ci accorgiamo che descrivono oggetti o fatti ordinari.

I’ vàgh in cà

a vèder la mi’ vècia cme la sta.

Lê la sta méj davanti che deddrê.

Al bûš l’è ‘l so’ e ‘l caviciöl l’é ‘l me’.

                                                (La botte).

 

POESIA

Che la cicala sia il simbolo della fiacca e dell’indolenza lo sappiamo. Ce lo ha descritto La Fontaine, e dopo di lui tanti altri poeti hanno riproposto la storia. Io ho provato ad adattare il testo al nostro dialetto.

 

L A   S I G Â L A

di Savino Rabotti

La sigâla, ch’ l’ha cantâ

fîn a sîra tút l’istâ,

vêrs l’autûn la s’é catâda

sénsa bèvre e sénsa biâda.

La s’ prešênta a la furmîga:

M’ dêt in prèst ‘na quêrca spîga?

I’ t’ n’ardàgh in pu’ dêš vôlt

quand a rîva al növ racôlt”!

La furmîga, túta intênta

a pulîr l’apartamênt,

arliâda la gh’ rispùnd:

Me i’ camîn per tút al mund

quand al sûl al cöš la tèsta,

quand a piöv, quand a tempèsta,

a sercâr suquân-c  granlîn

per rimpîr al magašîn,

mênter te, sûra a ‘na srêša,

t’ cânt e bàsta, a vuš destêša.

T’ê vrû fâr la bèla vìta

mênter me i’ a-stêva sìta!

A t’ piašîva tânt cantâr?

Bêne ! Adès mètte a balâr !

La cicala, che ha cantato fino a sera per tutta l’estate, verso l’autunno si è trovata senza bere e senza cibo. Si presenta alla formica: “Mi presti qualche spiga? Te le ridò moltiplicate per dieci appena è pronto il nuovo raccolto”. La formica, che in quel momento stava pulendo l’appartamento, arrabbiata le risponde: “Io mi sposto ovunque quando il sole cuoce la testa, quando piove, quando grandina, a raccogliere qualche granellino per rifornire il magazzino, mentre tu sopra un ciliegio, canti solo a piena voce.  Hai voluto fare la bella vita mentre io tacevo. Ti piaceva tanto cantare? Bene! Ora mettiti a ballare.

 

USANZE

COLORARE LE UOVA DI PASQUA

 

Nessuna famiglia, anche se molto povera, non colorava le uova a Pasqua. Era come se non fosse festa. E per tingere le uova c’erano diversi metodi. Chi usava i colori per tingere la stoffa (il famoso superiride), chi si armava di pazienza e li decorava coi pastelli, uno diverso dall’altro, e chi si affidava ai colori naturali. Per ottenere il blu ci si serviva dei fiori del Pân dal cúch (muscarium racemosum) abbondante in quel periodo. Per il giallo si usavano le cortecce fresche del salice selvatico (al Vìdši). Se invece si preferiva un colore scuro la caligine assolveva bene al suo compito.

 

SAGGEZZA ANTICA

ÀLEA JACTA EST

La frase viene attribuita a Giulio Cesare. Aveva capito che le cose a Roma non si mettevano in suo favore per cui decise di recarvisi di persona. Arrivato al Rubicone gli si presentò una delegazione di Romani che lo pregava di non rientrare a Roma. Subodorato il tranello rispose che ormai il dado è stato giocato. Come dire: ho sfidato la sorte, non si può più tornare indietro. Àlea è il simbolo della incertezza. Può essere fortuna o sfortuna.

 

SUPERSTIZIONI

Anche le macchioline bianche sulle unghie ci facevano stare male perché, ci dicevano, rivelavano le bugie dette. Come poi le bugie riuscissero a manifestarsi in quel modo nessuno lo sapeva spiegare. In realtà si tratta di mancanza di zinco, e la malattia viene chiamata Leuconichìa, (unghia bianca). La parte bianca che si va scoprendo da sotto la pelle è chiamata la lùnula.

 

SATIRE

Pur non avendo tutte le garanzie sembra da attribuire a Ricciardo  un frammento in dialetto scritto contro un concorrente di Vedriano che aveva appeso nel sagrato una satira non facilmente comprensibile. Constatato che il neo poeta non ha i numeri per proseguire, Ricciardo lo consiglia di smettere:

 

                                          Pròpia adès a Vederiân

                                          l’é dâ föra un barbagiân

                                          ch’al völ fâr d’la puešìa

                                          e n’ sa gnân cùša la sìa.

 

Šù da Cûrt l’ûtme d’ carnvâl,

lû s’al prìsa a in dirê mâl,

ma  a n’ gh’ ha brîša la sustânsa,

l’é un scritûr piên d’ignurânsa.

 

L’ha ciapâ un’impanâda,

e ‘l gh’ha fat su un’impiastrâda

atàch al mûr dal sagrâ

pr’êser cujûn matriculâ.

 

Cúša l’àbia po’ vrû dîr

‘nsûn a l’ha pudû capîr

perché ‘l gh’ha ‘na caligrafìa

che ansûn gh’ pudrà mai fâr la spìa.

 

Lû a n’ cgnùs da un O a un’àca,

da ‘na pégra a una vàca,

l’é propia ûn ad chî merlòt

ch’a n’ cgnùs gnân dal dì a la nòt.

 

                                                 Prêga Crìst ch’a t’ tìgna a diêta,

                                                 làsa andâr d’ fâr al puêta

                                                 ch’ l’é un mestêr ch’ l’é fat per chî

                                                 ch’a gh’ha d’l’inšìgn sùta ai cavî!

 

Ch’a gh’ha talênt e fantašìa,

ch’ cgnùs un pô la puešìa,

mia te che t’ gh’ê júst la scôrsa

e t’a n’ n’in sê d’ansúna sôrta.

 Proprio ora a Vedriano  è saltato fuori un barbagianni  che vuol fare poesia  e non sa nemmeno cosa sia! Giù a Corte l’ultimo di carnevale, se potesse ne direbbe male, ma in sostanza non ha argomenti: è uno scrittore pieno d’ignoranza. Ha preso un grosso foglio e ci ha scarabocchiato su, appeso al muro del sagrato, per essere un minchione immatricolato. Cosa abbia poi inteso dire nessuno lo ha potuto capire perché ha una calligrafia che nessuno gli farà mai la spia. Non distingue da una O ad un’acca, da una pecora ad una vacca, è proprio uno di quei merlotti che non distingue il giorno dalla notte. Prega Cristo di mantenerti a dieta, smettila di fare il poeta che è un mestiere fatto per chi  ha ingegno sotto i capelli! Che ha talento e fantasia, che conosce un poco la poesia mica per te che hai solo la scorza e non ne sai di alcuna sorta.         

 

CURIOSITÀ

I BALLI DI “QUARANTA”

 

Di cognome faceva Ricò, ma tutti lo conoscevano come Quaranta. Viveva a Taviano di Ramiseto, ma non vi so dire quando. Probabilmente tra la fine del 1800 e gli albori del 1900. Di professione? Produceva carbone che trattava personalmente, dalla preparazione alla vendita in città. Aveva una gran dote: sapeva ballare egregiamente. Il soprannome gli è stato dato proprio per questo. Una volta stava appunto ballando quando si presentarono i carabinieri e lo invitarono a presentarsi al maresciallo in caserma. Qualche confinante lo accusava di furto di legname. Probabilmente nel tagliare la legna per il carbone si era allargato un po’ troppo. Rispose ai carabinieri che stava ballando e non intendeva smettere. Lo ammanettarono, ma lui proseguì a piroettare per altri quaranta balli.

 

MEDICINA EMPIRICA

 

Nella medicina popolare era molto usata la cicoria. Cotta funzionava come digestivo lassativo. Lo stesso vale per la cipolla.  Hanno invece proprietà astringenti il corniolo, le mele cotogne e le noci. Ma le noci venivano usate per esigenze diverse. A parte il mallo usato tuttora per fare il nocino, Le foglie del noce e il mallo delle noci procuravano una ottima tintura per i capelli.

 

GIOCHI

LA PRÌLA 

(La trottola)

 

 

Si prende uno di quei vecchi rocchetti da refe, di legno, e lo si taglia a metà. Si prepara un perno di legno arrotondato, con una parte più larga del buco del rocchetto e l’altra più sottile in modo che possa entrare nel foro del rocchetto. Nella parte più grossa deve essere levigato e arrotondato come fosse mezza sfera. Dall’altro lato il perno deve potere sporgere dal rocchetto di un centimetro o poco più. Individuata una superficie liscia e abbastanza larga col pollice e il medio si imprime al perno, nella parte superiore, una forte pressione rotatoria mentre si lascia andare la trottola. Questa deve girare veloce e a lungo.

 

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