La camomilla? E’ andata a vivere altrove

 

Anima Montanara
 
Anima montanara, e tu non muti
 per variar di vicende e di stagioni;
 sempre ripeti quelle tue canzoni,
 sempre i luoghi natii tu risaluti
 solo contenta all’ombra d’un cespuglio,
 al singhiozzo d’un fonte umile e fioco,
 al frascheggiare d’un fringuello in luglio
 ma la tua passïone sono i monti,
 i dolci monti, dove tu cammini
 presso le nubi, i solitari alpini
 laghi, i profondi, limpidi orizzonti.
 (Umberto Monti)

 

 

Qualche sera fa a Castelnovo Monti, in occasione di un incontro sulla pianificazione del progetto Arteumanze 2013,  Benedetto Valdesalici, Ermanio Beretti e Camillo Canovi, Gabriele Arlotti - nostro redattore - tra tutte le altre questioni trattate, ne hanno scovata una curiosa: la scomparsa della camomilla d’Appennino, forse già avvenuta a partire dalla fine del millenio scorso.

Approfondiamo la notizia "botanica" fiutata dal nostro redattore e approfondiamo il tema con lo stesso Benedetto Valdesalici, chiedendogli se potevamo vederci per fare quattro chiacchiere. Lo incontriamo dopo esserci appuntati qualche domanda di ampio respiro. L'incontro si è svolto nell’agriturismo Made in Rov di Villaminozzo di Graziano Malvolti, che ha partecipato alla nostra conversazione.

Benedetto, cosa è successo alla nostra camomilla? Camomilla

Mah! Credo che, offesa da come trattiamo le cose, sia andata a vivere altrove! Nessuno se n’era accorto ma avevamo un tipo di camomilla permalosa… Di sicuro  è scomparsa da molte zone dove si trovava facilmente, ad esempio nei cortili delle case, lungo i muretti, nelle carraie, vicino ai torrenti. Non è sparita del tutto, più d’una persona mi ha rassicurato! Per qualche motivo poco chiaro (probabilmente i fattori sono molteplici) ha ridotto considerevolmente la sua presenza sul nostro territorio.

Come mai avete parlato di camomilla durante la pianificazione di Arteumanze 2013?

Arteumanze 2013 vedrà una collaborazione con il consorzio Conva in un’ottica di valorizzazione sinergica del nostro Appennino con arte, cultura e tipicità locali. E, parlando di tipicità, mi è parso opportuno sottolineare che non sono solo quelle alimentari a caratterizzare il territorio e a necessitare di tutela e promozione. Penso al Maggio, a tutta la tradizione delle ottave cantate, delle satire e degli stornelli. Penso alla poesia popolare, ma anche all’ambiente inteso come patrimonio naturale ricco di emergenze uniche nel loro genere: le fonti di Poiano, la Pietra, il Golfarone, le cascate del Dolo, gli Schiocchi, il Cusna, la valle dei Gessi. Penso e, non potrebbe essere diversamente, alla fauna e alla flora autoctone, ed eccoci arrivati alla camomilla!

Mentre prendo appunti qualcuno dice: Si va in montagna per incontrar l’incanto”. Non ricordo chi l’ha detto. Ad ogni modo intervengo, abbandonando l’elenco delle mie domande. 

La montagna come musa ispiratrice?

Beh, sì, la natura, per chi può permettersi il lusso della lentezza, e quindi della contemplazione, suscita stupore, incanto, e dall’incanto nasce la sensibilità verso le cose, verso la loro bellezza, la loro grandezza, e così si arriva al componimento, alla poesia, alla poesia cantata. Noi abbiamo una grande tradizione di poesia cantata, che nasce proprio dal contatto quotidiano dei nostri antenati con la montagna. Molti di questi poeti erano pastori, esposti quotidianamente all’incanto dei pascoli alpini  e i loro componimenti, alle volte pur  sgrammaticati, racchiudono ed esprimono questo profondo attaccamento alla natura. Ecco perché dobbiamo impegnarci di più e meglio nella tutela del nostro ambiente, che è così intrinsecamente legato alle nostre radici, alla nostra storia.

Cosa suggerisci?

Io sono convinto che se vogliamo davvero promuovere il nostro territorio e preservarne le sue unicità dobbiamo prima di tutto ragionare di quali siano queste tipicità e ripensarle.

Per esempio?

Prendiamo le fonti di Poiano: come mai non esiste in loco un solo cartello o depliant che spieghi le caratteristiche di queste acque? E del fenomeno del diapiro, che vede le acque del subalveo, sotto le ghiaie del Secchia, assorbire il sale dagli strati più profondi del sottosuolo per riaffiorare alle fonti con un percorso all’insù di oltre 100 metri sfidando ogni legge della fisica, perché non se ne parla? Eppure non è un fenomeno così comune e così frequente. Purtroppo ci sono invece gli esempi al contrario, ossia di promozione spinta di prodotti locali sulla cui conservata tipicità nutro qualche dubbio, come il parmigiano reggiano. La produzione del parmigiano è diventata un’industria che ha ridotto il nostro bestiame alla sedentarietà e i contadini a contoterzisti, abbattendone gli introiti e facendo il profitto di soli pochi grandi imprenditori. Quella del parmigiano reggiano è una questione complessa!

Cosa pensi delle centrali micro-idroelettriche sui nostri torrenti?

Penso che siano scelte poco lungimiranti, finalizzate a trovare un piccolo sollievo economico alla situazione di crisi che ci sta attanagliando, senza mettere sul piatto della bilancia il conto salato che lasceranno alle generazioni future.

Qui mi viene in mente una frase dei nativi americani, e la butto lì, con un po’ di enfasi:

“Non abbiamo ereditato la terra dai nostri padri, ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”

È così! Gli indiani erano gente saggia. E poi bisogna considerare che la distruzione di un ecosistema ha sempre delle conseguenze irreversibili, alcune delle quali si rendono evidenti solo a danno avvenuto. Purtroppo abbiamo perso da tempo questa capacità di guardare lontano, e siamo arrivati a ragionare sempre e solo in termini economici, monetizzando ogni aspetto della nostra esistenza.

Interviene Graziano:

Siamo sempre stati abituati a sottostare, ad esser servi di qualcuno, a far buon viso a cattiva sorte. Vent’anni di fascismo e due guerre hanno segnato il nostro ‘900. La fine della guerra ha trasformato in servitù militare i nostri monti che, a partire dal 1950 e fino al 1980, videro decenni di cannoneggiamenti estivi. Chissà cosa avranno sparato proprio sulle prese del Cusna e sull’acqua che beviamo! Un’economia di sussistenza, cominciata col piano Marshall e proseguita col poligono militare in open air. A noi bastava poco: tanti militari in giro ed il nostro piccolo commercio fioriva. Da qui la nostra mentalità meridionale, assistenzialista e assistita. Da qui l’appiattimento del nostro  elettroencefalogramma. Quando se ne andarono i militari, sui loro poligoni, senza bonificarli, costruimmo le piste da sci. Ed oggi che ormai sono obsolete e chiuse, le lasciamo in eredità, come ecomostro, ai posteri!

 

Finito l’incanto, è finita anche la bellezza e la poesia?

Ecco, questo è il tema vero! Dobbiamo ritornare a considerare tutte quelle cose che non hanno prezzo, e valgono più di tutto l’oro del mondo. Della bellezza dei nostri luoghi potranno ancora godere i nostri figli e i figli dei nostri figli? Questo è il problema, e quest’iniziale scomparsa della camomilla è uno dei tanti segnali, un piccolo e profumato campanello d’allarme. Una camomilla fatta non per addormentarci, ma per farci restare all’erta!

Mentre riordinavo i miei appunti ho pensato di nuovo alle domande e alle risposte. Le domande aprono un panorama, una domanda è una porta che si apre a tantissimi orizzonti e a sterminate opinioni; le risposte si concentrano su pochi punti. Riflettono sui dettagli. Mentre il panorama mi abbaglia per la sua vastità, un dettaglio può chiarirlo. Per esempio, se parlo della scomparsa della camomilla forse sto parlando anche dello stato di salute del nostro Appennino.

 Tra le mie carte ho trovato anche questa nota.

Va chiarito che un enorme osso di salgemma risalito per diapirismo dalla notte dei tempi giace sotto i 15/20 metri lineari di ghiaie del subalveo del Secchia dal Pianello al Ponte della Gatta (all’incirca) formando l’anima salis delle acque delle Fonti di Poiano.

Sali che vengono prima dissolti da mulinelli, formati dall’idratazione delle anidriti in profondità, che formano sifoni che attirano/spingono l’acqua salata verso l’alto e con l’aiuto respingente di pareti argillose gli fanno compiere un balzo da - 20 -15 sottoterra a + 30 +50 in superficie dentro il lago il cui troppo pieno da vita alle sorgenti salse di Poiano. (Acque minerali  fredde salso-solfato alcalino terrose a media concentrazione secondo la classificazione di Marotta-Sica.)

Il fenomeno delle fonti di Poiano

 

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12 Commenti

  1. La sparizione della camomilla dai nostri prati penso sia dovuta al fatto di essere uno dei primi fiori a sbocciare in primavera, quando ancora l’altra erba stenta ancora a muovere, perciò finisca in pasto ai caprioli ed ai cervi che, perciò, ne impediscono la sfioritura e la successiva inseminazione, quindi è destinata a sparire completamente e a poco credo serviranno anche le eventuali nuove inseminazioni, non riuscirà mai ad autoriprodursi fino a che vi saranno branchi di caprioli che ciclicamente passeranno a pascolare liberi e protetti.

    (Beppe Bonicelli)

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  2. Ma non diciamo stupidaggini! La camomilla non cresce più nei nostri prati perchè non c’è più il “prato stabile”, cioè il prato vecchio dove crescevano le orchidee selvatiche, il giglio rosso di montagna, il muscari (o cucù), la genziana, il gladiolo dei campi e tutte le altre erbe medicinali spontanee che ora hanno lasciato il posto a coltivazioni più redditizie come il trifoglio e l’erba medica per le mucche. Per favore, non diamo sempre la colpa ai caprioli e ai cervi, perchè allora cosa dovremmo dire delle pecore?

    (Antonella Telani)

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  3. Devo però dire che ho camomille nel terreno recintato e non ne ho nel terreno aperto ai caprioli.

    (Roberto)

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  4. Cara Antonella, prima di fare certe affermazioni si informi un pochino meglio, io nel mio piccolo posseggo una trentina di biolche di terreno, tutto a prato stabile e se volesse controllare non vi è più la minima traccia di camomilla, erba che un tempo era ritenuta infestante perchè impediva alle erbe migliori di crescere. Dove lei proliferava, dopo l’avvento delle tanto a lei care bestioline, non ve ne è più traccia, a lei le conclusioni. Saluti.

    (Beppe Bonicelli)

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  5. Signor Valdesalici, Lei fa bene ad occuparsi della camomilla, ma io credo che siano scomparse anche le allodole. Ricordo che fino a una decina di anni fa proprio sotto la Pietra c’erano dei posti dove cantavano sempre le allodole. Ora io non riesco più a vederle da nessuna parte. E insieme a loro anche gli scriccioli e tutti quegli uccellini che vivevano nelle siepi che i contadini hanno completamente eliminato per far posto a grandissimi campi più comodi da lavorare. Risultato: niente più habitat ideale per gli uccellini e niente più argini e barriere per le frane che ora stanno distruggendo la nostra montagna… I Contadini che dovrebbero per primi aver cura dell’ambiente, visto che è il loro pane, non fanno altro che tagliare alberi, disboscare boschi e siepi. Non si vedono più solchi nei campi per convogliare le acque; i fossi sono intasati dai tronchi che la neve fa cadere d’inverno e lasciano che l’edera e la vitalba soffochino migliaia e migliaia di alberi che fra pochi anni cadranno a terra inesorabilmente. E che dire della processionaria che “mangia” intere pinete! Io penso che se invece di tagliare alberi vivi e sani si raccogliessero tutti i tronchi che cadono nei boschi e nei rivali (l’humus si forma con le frasche più piccole), si avrebbe più ordine e meno straripamenti dei fossi, ma soprattutto, anzichè lasciar marcire migliaia di quintali di legna, si avrebbe un riscaldamento assolutamente gratis che oggigiorno ahimè non guasta!

    (Antonella)

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  6. Per Antonella: condivido, anche se non è tutto così semplice come descrive. Di certo l’abbandono c’è e si vede anche troppo bene: degli infestanti nessuno se ne cura più, così come di tenere pulite le canalette stradali. In particolare la vitalba lasciata fare sta trasformando il paesaggio lungo le nostre strade una vera schifezza, oltre a indebolire la struttura delle piante che poi con la neve e il ghiaccio cadono sulle strade. Oggi tutto passa solo attraverso a costosissimi, incostanti, insufficienti e rari appalti. Per risolvere questi problemi ci vorrebbero due cose: la buona volontà e la “revisione totale” del sistema di gestione delle opere pubbliche che, per scacciare la corruzione, si sono soltanto oberate di maggiori costi e di una esagerata burocrazia. E’ da alcuni decenni che questo paese sta sbandando sempre di più, fino ai risultati di oggi. Ma tutto ciò premesso, sono molto d’accordo coi principi che esprime e voglio sperare che queste consapevolezze siano sempre più diffuse.

    (Marco Leonardi)

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  7. Signor Leonardi, io credo che non ci sia bisogno di appalti o di opere pubbliche costose, perchè la stragrande maggioranza dei campi, boschi e rive è privata. Quindi basterebbe che questi contadini o proprietari terrieri, nel loro piccolo, si armassero di un semplice paio di forbici o di una vanga e di un’accetta come facevano i nostri vecchi quando pulivano il sottobosco e andassero a ripulire le rive e ad rginare le acque nei campi. Io mi sono sentita dire dal contadino che affitta i miei campi che lui i solchi non li sa fare, anche se ormai ha cinquant’anni e perciò io ho dovuto “imbracciare” una vanga e andare a cercare, come meglio potevo, di girare le acque verso i fossi, impedendo loro di diramarsi disordinatamente nei campi e trascinare la terra a valle. Tante frane o piccoli smottamenti potrebbero essere evitati con una maggiore volontà di intervento privato. In quanto alla mano d’opera si potrebbero mandare nei boschi demaniali tutti quegli operai in cassa integrazione che prendono già uno stipendio: in questo modo si avrebbe la manutenzione dell’ambiente in un modo assolutamente gratuito (beh, possiamo dargli un po’ di straordinari!…). In ogni caso non c’è bisogno di grossi investimenti: tutti gli anni verso la fine di gennaio, con un semplice paio di cesoie col manico lungo, valore 35 euro, vado nella mia pineta a togliere la processionaria e vedesse come crescono rigogliosi quei pini!!! Ma non c’è mai nessuno che mi ringrazia: alla fin fine regalo al paese ossigeno e aria pulita e…. scusate se è poco!

    (Antonella)

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  8. Signora Antonella, ha ragione: io avevo concentrato il mio ragionamento sullo stato di abbandono che si osserva a fianco delle strade ed è per quello che ho parlato di opere pubbliche. Sono pure d’accordissimo sull’utilizzo delle ore di cassa integrazione per fini utili come questo. E’ vero che il territorio interessato è prevalentemente privato e che la sua manutenzione dipende dalla volontà di chi lo dovrebbe gestire ed è quanto mai vero che ciò dipende da una diversa cultura dell’uso dei terreni, diversa o forse meglio dire scaduta. Ammiro le sue osservazioni e quello che fa, perchè è ciò che tutti dovrebbero fare e anche perchè lo faccio anch’io: dove arrivo elimino gli infestanti da solo (e non è certo il mio mestiere) e lo faccio anche lungo i torrenti mentre vado a pescare per diletto. Non c’è più nè amore nè consapevolezza per la “terra” e allora avevo ipotizzato che dovese intervenire qualche incentivo economico, fuori dallo schema costoso e burocratese degli appalti, per spingere anche il mondo agricolo a prestare un po’ di opere in questa direzione.

    (Marco Leonardi)

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  9. Sempre per signora Antonella: in effetti avevo provato a seminare della camomilla in due diverse sponde, una più esposta al sole e una meno e tuttavia è andata persa o sovrastata da altre erbe. Mi sono rassegnato e l’avevo fatto perchè ricordavo una mia nonna che da piccolo vedevo portare a casa la sera un fascio di camomilla di cui ricordo l’intenso profumo. La cosa mi aveva così colpito che quando ero intento a disegnare un raccordo stradale a Reggio per il PRG del ’94 con molta ingenuità protestai con l’assessore all’urbanistica perchè mi faceva distruggere proprio quel campo in cui c’erano fasci e fasci di camomilla.

    (Marco Leonardi)

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  10. Signor Leonardi, sentire che c’è un’altra persona che parla di amore per la terra mi rincuora molto. Ormai la natura, gli alberi e gli animali non interessano più a nessuno: anche gli amministratori del nostro Parco non fanno altro che discorsi vuoti o al massimo mettono una panchina qua e là, tanto per dire che fanno qualcosa. Intanto la frana di Collagna è sempre lì e l’acqua continua e scendere indisturbata, senza che nessuno vada di sopra, nel bosco, a convogliarla verso il suo alveo naturale. E noi paghiamo… Invece di dare degli incentivi a chi provoca frane, io gli farei pagare i danni, sarebbe un bel risparmio per la colletività. E pensare che l’Appennino Reggiano è bellissimo: la Pietra, i Gessi. che sono unici nel loro genere e vengono anche dall’estero per ammirarli. Ma qui l’ambiente è gestito dai contadini, che abbiamo visto in che modo gestiscono la flora e dai cacciatori, dai quali dipende la qualità e la quantità della fauna esistente nelle nostre montagne. Stamattina ho dovuto recintare un pezzo di campo (anche per me non è il mio mestiere) per proteggere le orchidee spontanee che ancora crescono miracolosamente in un angolino di prato. Lei è stato coraggioso a protestare per la distruzione del campo della camomilla: ora proverò anch’io a seminarla, poi Le saprò dire il risultato. Spero che i caprioli (capri espriatori di tutti i mali che esistono in montagna…!) me ne lascino abbastanza per farmi almeno una tisana, che mi ricordi i profumi antichi dei tempi passati e mi doni il sonno della rassegnazione…

    (Antonella)

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    • …desidero rincuorarLa anch’io: verso la fine degli anni ottanta, durante la costruzione di una strada, in Africa, una sera il topografo che stava picchettando il tracciamento è tornato al campo a dirmi che il tracciato “tagliava secco” una piantagione spontanea di datteri. Mi creda, Signora, per quanto ne so, quei datteri sono ancora là. E’ stata la strada che stavamo costruendo che ha trovato un’altra strada e con il topografo non lo abbiamo detto a nessuno e nessuno se n’è accorto: di spazio in Africa ce n’è davvero tanto. C’eravamo tutti e due, però, quando quella strada l’hanno inaugurata e, passando abbiamo visto quel palmeto carico di scimmie. La strada era un progetto dell’U.N. (Union Nations).

      (mv)

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  11. Sono commossa, Signor M.V. Questa è la dimostrazione che con la buona volontà si possono spostare le montagne e trovare soluzioni per piccoli e grandi problemi ad ogni latidudine ma, soprattutto, che l’uomo, se vuole, può rispettare l’ambiente ed essere orgoglioso di farne parte in modo costruttivo e non devastante. Ho sentito oggi alla tv che i boschi italiani sono importantissimi per la loro biodiversità ed ecosistema, unici in tutta Europa. Cerchiamo quindi di ricordarcelo quando spargiamo pesticidi che compromettono la flora mediterranea o imbracciamo un fucile che altera gli equilibri già precari della nostra bistrattata fauna. Ogni filo d’erba e ogni essere vivente ha diritto alla vita: dalla semplice camomilla alla possente sequoia, dalla raganella all’elefante, non perchè sono indispensabili all’uomo ma, perchè, tornando all’inizio del discorso, fanno parte di questo splendido pianeta che dobbiamo lasciare intatto ed integro ai nostri figli.

    (Antonella)

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