L’agricoltura tradizionale salverà il pianeta

Jan Douwe Van der Ploeg

Jan Douwe Van der Ploeg

Ad alimentare il pianeta dovrà essere non l’agricoltura industrializzata che sta prevalendo nel mondo occidentale, ma l’agricoltura tradizionale che in quel grande paese che è la Cina sta dando risultati notevoli capaci di risolvere i problemi di alimentazione di ormai 1,5 miliardi di abitanti.

Questa l’idea, che si potrebbe definire provocatoria e rivoluzionaria, che ci è parso di cogliere nell’incontro con Jan Douwe van der Ploeg che ha aperto la serie de “I colloqui della Pietra” al Rifugio della Pietra venerdì 30 agosto.

Il relatore è docente di sociologia rurale presso l’Università olandese di Wageningen e da 8 anni lavora in Cina presso l’Università agricola di Pechino.

Nel suo intervento si sono intrecciate valutazioni di tipo economico-statistico, ma anche sociopolitiche che hanno fatto luce su di un mondo rurale che ha saputo salvaguardare le proprie caratteristiche di autonomia e di autosufficienza pur riuscendo a garantire un aumento verticale della capacità produttiva senza molto concedere alla meccanizzazione spinta ed alla chimica imperante.

Nel mondo rurale cinese molto è affidato alle donne perché gli uomini per gran parte dell’anno lavorano nelle fabbriche, ma riescono a ritornare nei periodi cruciali della lavorazione dei terreni per le semine e dei raccolti e comunque mantengono uno stretto legame con le zone d’origine.

In questo modo riescono ad accumulare risorse finanziarie che vengono reinvestite in agricoltura e a recuperare terreni finora ritenuti marginali, sempre con sistemi tradizionali, per aumentare la produzione. Va osservato che in tale operazione non godono di particolari sostegni dallo Stato che anzi non vede troppo di buon’occhio quello che sembra essere un cordone ombelicale fortissimo tra il contadino cinese e la sua terra.

Per chi come noi ha vissuto negli ultimi decenni l’abbandono delle terre ed il passaggio dalla agricoltura tradizionale a quella industrializzata tutto ciò risulta poco comprensibile, ma Van der Ploeg, che ha una ampia conoscenza delle agricolture di tutto il mondo compresa quella italiana che ha studiato proprio qui da noi in Emilia, assicura che il “modello cinese” potrà essere quello vincente per garantire la sussistenza ai 9 miliardi di cittadini del pianeta che nel 2050 dovranno alimentarsi.

Con questo modello la Cina ha ridotto drasticamente il livello di povertà negli ultimi decenni, al contrario di quel che è successo in Africa dove tale livello è aumentato (nonostante gli aiuti internazionali) o comunque è stabile.

Tale modello è basato su tre principi: 1) l’agricoltura deve essere produttiva (incremento della produzione ma con metodi della tradizione), 2) l’agricoltura deve dare occupazione, 3) l’agricoltura deve offrire una campagna attrattiva per chi sta nelle città.

In conclusione una serata di indubbio interesse che gli organizzatori (Coop L’Ovile, Rifugio della Pietra, Rurali Reggiani) intendono replicare con cadenza che auspicano mensile, affrontando temi che attengono all’ambiente, alla corretta alimentazione et similia.

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6 Commenti

  1. Bella serata. Complimenti a Enrico Bussi che ha “scovato” il relatore. Per me l’aspetto più interessante è stato il presentare l’agricoltura come una parte insostituibile dell’uomo, con cui, nell’arco della vita, anche nel nostro mondo occidentale, occorre cimentarsi e misurarsi, per il bene personale e della società.

    (Domenico Dolci)

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  2. Nel nostro Appennino c’è ormai più di un segno concreto di rinnovato interesse per forme di agricoltura diverse dal Parmigiano Reggiano: lo zafferano, presentato recentemente a Succiso, l’esperienza che si è definita Orti del Ventasso, i prodotti (carni, ragù, marmellate) venduti direttamente dall’azienda insediatasi alle Comunaglie vicino a Cinquecerri, quelli di fattoria del parco a Fornolo e quelli di un giovane pastore allevatore in quel di Gova, quelli di un’impresa nata da poco presso Ottosalici a Castelnovo ne’ Monti… L’elenco potrebbe continuare con i progetti che molti non già agricoltori di professione stanno coltivando da Felina a Cecciola a Vaglie a Schia… Per non parlare degli agriturismi. Certamente non tutti i tentativi riusciranno, ma è evidente che la risorsa base (il territorio) in Appennino c’è e qualcuno comincia a utilizzarla. Forse è l’inizio di un’inversione di tendenza rispetto al tempo dell’abbandono massiccio e dell’allontanamento anche culturale dalla terra.

    (Fausto Giovanelli)

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    • Nonostante le nuove “forme di agricoltura” il territorio è sempre più dissestato ed abbandonato, perchè? Se non valorizziamo il prodotto più importante della montagna, cosa valorizziamo? Comunque per produrre un ottimo prodotto di montagna (Parmigiano-Reggiano) serve latte di qualità e per produrre latte di qualità servono mucche di qualità, acqua buona, aria sana, ottimi allevatori e buon foraggio, elementi presenti sul nostro territorio, ad eccezione del foraggio che, causa i troppi animali (cervi, caprioli, cinghiali…) non è sufficiente. Se concorda, Le chiedo cosa ha fatto il Parco per ovviare o per accentuare il probelma. Cordialmente.

      (Fabio Leoncelli)

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  3. Il modello cinese di cui parla il professore, in Italia, soprattutto nelle zone di tradizione agricola, è stato applicato negli ’60 e ’70. Con l’abolizione della mezzadria e l’assegnazione di terre ai contadini, il capofamiglia continuava a coltivare la terra, il figli maschi andavano a prestare la manodopera nelle fabbriche ed utilizzavano le ferie per aiutare i loro genitori nei momenti di intenso lavoro. La terza generazione, a seguito di una maggiore scolarizzazione e di una politica economica rivolta soprattutto all’industria e al terziario, ha snobbato il settore primario. La quarta generazione pare (me lo auguro) che abbia riscoperto le opportunità che l’agricoltura può offrire beneficiando di una migliore qualità della vita in ambito sociale e lavorativo.

    (M.B)

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  4. Aggiungerei che l’esodo dalle campagne e dalla montagna determinato del bisogno della produzione di concentrare la forza lavoro in luoghi circoscritti, con meno costi di servizio quindi nelle aree metropolitane, oggi non ha più supporto. Chi ha guadagnato dall’esodo oggi ci dice che l’economia non può ammettere comuni di così ridotta dimensione demografica e quindi che gli stessi devono fondersi per la spending review. Io penso invece che si dovrebbe attuare una politica di richiamo di questa forza lavoro, precedentemente dispersa, sui territori d’origine affinché recuperino una dimensione demografica adeguata: solo così i servizi necessari potranno essere mantenuti. Scaduti i motivi per i quali era consigliato l’esodo, sia economicamente che culturalmente, con le aree metropolitane ridotte a luoghi invivibili e troppo inquinanti e soprattutto non più produttivi, oggi c’è da pensare a riconvertire tutto su una base agricola intelligente, secondo una logistica diffusa anziché concentrata in luoghi di lavoro che non ci sono più. I segnali ci sono già spontaneamente: io spero che la politica in senso lato li sostenga e li promuova sempre di più con tutta la lungimiranza epocale che serve.

    (Marco Leonardi)

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  5. Il signor Leonardi ha centrato l’argomento. Sarebbe un buon segnale se le persone che vivono in città, native nel nostro Appennino ed in età di pensione, tornassero alle origini. Quelle che io conosco sono tutti proprietarie di abitazione e relativi appezzamenti di terreno. Certo non risolverebbero i problemi socioeconomici del territorio ma contribuirebbero, con piccoli lavori di manutenzione, a rendere ancora gradevoli le aree abbandonate ed incolte.

    (S.V)

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