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Quando si lavorava cantando

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Mettiamo in maggiore rilievo questo interessante ricordo di Dalmazia Notari, già presente su questo giornale in forma di commento all'articolo "Lavori di miglioramento della rete degli acquedotti rurali in comune di Busana", che ci ricorda, insieme alla testimonianza di vita di allora con relativi termini dialettali, il fervore con cui la vita riprendeva, anche su queste nostre lande, dopo gli orrori dell'ultima guerra.

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L’acquedotto di Busana e Marmoreto. La notizia, all’apparenza banale, del rifacimento della tubatura dell’acquedotto del mio paese, ha invece suscitato in me una folla di ricordi e pensieri. I ricordi di quando l’acquedotto di Busana e Marmoreto venne costruito; in gran parte con le “opere di prestazione”, come si chiamavano allora, cioè con il lavoro gratuito prestato dagli uomini delle due frazioni. La stessa modalità, del resto, con cui, due volte l’anno gli stessi uomini ripristinavano muretti e massicciate di strade e mulattiere, liberavano i sentieri da “ragge e guzedre” mantenendo in perfetto ordine la viabilità di allora.

Era l’inizio degli anni Cinquanta, credo, ero una bambina ma ricordo vividamente il clima di fervore, di allegria e passione che c’era attorno ai lavori, il coinvolgimento di tutti per un’opera che avrebbe liberato le donne dalla fatica del “besle”; un altro passo sulla via del progresso, dopo la luce elettrica, come sentivo dire da mio padre con una luce di contentezza negli occhi. Non ricordo ruspe, lo scavo venne fatto tutto a mano, con le zappe e profondissimo perché i tubi non avessero a gelare in inverno e l’acqua rimanesse bella fresca in estate. Le fontanelle furono quattro – le stesse che restano ancora oggi – una a Ca’ di Cola, una nella Piazza, una sulla Via Nuova (come veniva detta la provinciale) e una alla Malanga, rispettando così la conformazione e la tradizionale divisione di Marmoreto. Mio babbo comperò alcuni metri di tubatura, allungò lo scavo dalla strada al nostro muro e fece a mia madre il regalo dell’acqua in casa; un lusso che all’inizio si concessero in pochissimi. Nell’angolo della cucina dove prima c’era la mensola con il secchio dell’acqua e il mestolo appeso comparve un lavandino a fondo piatto di marmiglia grigia e sopra un rubinetto di ottone a farfallina che usciva dal muro. Ed era tutto.

Furono costruiti anche dei nuovi lavatoi, accanto alla fontana e al lavatoio vecchio. Sei vasche di cemento col solito rubinetto a farfallina, separate fra loro e riparate da un tetto. Le donne se ne lamentavano perchè l’acqua attinta così direttamente era gelida e perché “lì sotto c’è una ‘zinfra’ che, belle sudate, c’è da prendere la polmonite”. Ma forse giocava anche un po’ di rimpianto per l’antico vascone dove s’era mescolato e lavato lo sporco di tutti e attorno al quale si erano consumati lunghi decenni di chiacchiere, risate e furibonde liti femminili.

Credo di avere intuito allora, nella concretezza di un lavoro collettivo che cresceva sotto i miei occhi, il significato della parola comunità, la bellezza di spendersi insieme per un’utilità di tutti, l’importanza di coltivare il bene comune e di aver cura dei beni comuni. Che non significa, come allora, esonerare amministrazioni ed enti pubblici da molti compiti ma poter chiedere agli stessi, a buon diritto e con più forza, di fare con onestà la loro parte. Oggi, nella fotografia che corredava l’articolo – il brindisi con l’acqua, i sorrisi allegri e soddisfatti per il lavoro finito – ho rivisto un po’ dello spirito di chi lo stesso acquedotto lo costruì sessanta anni fa.

Grazie di cuore dunque a chi continua l’opera dei nostri vecchi e amministra e tiene da conto un bene tanto prezioso.

(Dalmazia Notari)

 

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