“Catastrofi evitabili”

"Ho sempre ritenuto e tuttora ritengo che la gran parte delle catastrofi che periodicamente accadono  nel nostro Paese sarebbero evitabili con la manutenzione permanente del territorio nel suo complesso". Molto chiaro l'incipit di un intervento che il busanese Claudio Bucci consegna alla stampa. "In particolare il territorio montano, che è la gran parte del territorio italiano, abbisogna di manutenzione. Mi è capitato in tante occasioni, a fronte di sollecitazioni  in questo senso anche nel nostro Appennino, di sentire l’obiezione che occorrerebbe una tale quantità di risorse che non esistono. Sono convinto che non sia così e vorrei portare a sostegno di questa mia affermazione  alcuni dati relativi alla nostra provincia che dimostrano il contrario".

"All’inizio degli anni duemila - argomenta Bucci - operava nell’Amministrazione provinciale un 'gruppo di lavoro per il coordinamento degli interventi nel territorio montano', che si occupava di fare una ricognizione relativa ad azioni, iniziative, progetti, sia pubblici che privati  in atto nei comuni montani. Una ricognizione sia relativa a finanziamenti su leggi e provvedimenti comunitari, regionali e locali gestiti dalla Provincia che ad iniziative e progetti di tipo infrastrutturale o relativi a servizi per la collettività promossi e finanziati/cofinanziati dalla Provincia. Questo 'gruppo di lavoro' pubblicò una dettagliata documentazione che vorrei qui riportare nelle sue cifre riassuntive".

I numeri

Nell’anno 2002 - riferisce l'esponente politico - furono investiti nei comuni della Comunità ontana 34.456.335 €. Tenuto conto che si tratta di un anno non mi pare una cifra da poco. Il problema è che sono stati “frantumati” in ben 1.817 interventi (1420 relativi a privati e 397 pubblici). "Mi pare evidente che il vero 'cancro' della nostra politica sia la distribuzione a pioggia degli interventi non tanto la mancanza di risorse! Ciò che manca è una programmazione coordinata ed una capacità di scelte politiche strategiche sulle quali investire. Un conto è dare  1817 “contentini”, altro conto è  programmare per esempio due-tre interventi di oltre dieci-quindici  milioni annui".

"Proprio oggi (ieri, ndr) un quotidiano riportava quanto il Presidente della Repubblica disse all’indomani dell’alluvione alle Cinque Terre: 'Bisogna affrontare il grande problema nazionale della tutela e della messa in sicurezza del territorio, passando dall’emergenza alla prevenzione'”.

Conclude Bucci: "Un investimento ricorrente sulla manutenzione del nostro territorio credo assorbirebbe quella manodopera di cui abbisogna il nostro Appennino, in particolare sul crinale, per evitare il lento ma inesorabile declino che è sotto gli occhi di chi vuol vedere. Cito un dato che controllo da alcuni anni: nei quattro comuni del crinale la media annua è di 70 decessi e 30 nascite".

 

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7 Commenti

  1. E’ tutto molto condivisibile e sensato, il problema è però legato al fatto che la nostra montagna è ormai tagliata furoi dagli interessi economici di qualsiasi tipo: a livello di artigianato e industria non parliamone che è meglio, a livello di turismo che potrebbe essere un buon motore si cerca in tutti in modo di farlo perire proprio a causa della mancanza di una rete viaria perlomeno degna del nome. Io lavoro in pianura (sono pendolare), ben oltre la “linea della Via Emilia”, e noto la abissale differenza di approccio in ambito manutentivo: spesso e volentieri non si effettuano rattoppi che poi esplodono alla prima ruotata, ma si riasfaltano interi tratti. Ma è ovvio, “alla bassa” è necessario mantenere un ordine viario adeguato alla circolazione di merci e naturlamente dei lavoratori. Purtroppo se rimangono fondi da noi arrivano solo le briciole, distribuite un po’ qui e un po’ là, ma senza un piano coordinato, l’assenza del piano coordinato per le manutenzioni deriva poi dalla totale assenza di un piano di sviluppo della montagna. Qualche anno fa, su iniziativa della Sen. Pignedoli (all’epoca non la era, ma ci sarebbero state le elezioni non troppo tempo dopo…), naque il “Coordinamento Giovani della Montagna”; la prima serata al Parco Tegge fu molto affollata, poi gli incontri proseguirono per diversi mesi e io andai sempre, e come risultato ci fu solo una graduale diminuzione degli interessati. Si sarebbe dovuto parlare di sviluppo, di progetti, di aggregazione, di cosa fare per i giovani ed il nostro territorio. Ogni volta che avanzavo la folle idea che per fare tutte queste cose sarebbe servito un piano viario alla nostra montagna venivo guardato come quello che interrompe una bellissima lezione, alla quale tutti assistono incantati, per chiedere di andare al bagno. Mi si raccontava poi, in modo ed in tono molto educato e scolare, che a noi le strade non sarebbero servite perchè si sarebbe fatto uno sviluppo non invasivo, che avrebbe premiato le eccellenze della nostra terra, che sarebbe stato un esempio di sostenibilità basata sulla cura del territorio. Io affascinato come un bambino che ascolta la fiaba preferita però qualche domanda me la facevo: “perchè in Trentino hanno delle strade stupende?”, “ma se non si fanno le strade, come faccio ad arrivare al casello di alpeggio?”, “perchè una strada se fatta con i giusti canoni deturpa comunque il territorio anzichè diventare un valore aggiunto?”, venivo guardato come quello studente senza speranza che proprio o non capisce, o non vuole capire, venivo liquidato con il sospiro di sufficienza e si proseguiva l’incontro tra immagini stupende e romanticissime. In effetti, nonostante sia riuscitoa portare a casa il pezzo di carta accademico, non sono mai stato il primo della classe, mi rimane quindi il dubbio che io proprio quelle lezioni non fossi in grado di capirle. Però sono sollevato, perchè a distanza di anni ero io ad essermi sbagliato: la montagna si ripopola, i turisti arrivano a frotte, se faccio una ricerca su Google trovo tantissimi dettagli ed informazioni sul nostro territorio, si fa ricerca e sviluppo turitstico a spron battuto. Per fortuna che chi non si è fatto delle domande sul modello di sviluppo ha comunque avuto delle ottime risposte. Avanti così, continiuamo a credere alle fiabe, che perlomeno non costa un granchè.

    (Andrea Ganapini)

    P.S. – Sarebbe interessante sapere se la Sen. Pignedoli ha poi avuto risposte sull’andamento dei lavori sulla SS63, ecc., ma è meglio lasciare stare e godersi le immagini dei nostri pascoli, di gente festante, e delle nostre montagne…

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  2. Buonasera, condivido in buona parte quello che dice il signor Ganapini. Mi permetto però di ricordagli che il Trentino Alto Adige è una regione a “statuto speciale”, buona parte delle imposte rimangono in loco; cosa è rimasto del mitizzato federalismo leghista? Grazie.

    (Savino Zanelli)

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    • E’ assolutamente vero, però anche la Sicilia è a statuto speciale, nel mezzo tutto il resto, sia a livello geografico, che amministrativo. Non dico che sia possibile raggiungere il Trentino, ma tornare ad essere un minimo virtuosi questo lo pretendo, purtroppo però siamo ben lungi dall’esserlo. E se mi è permesso non lo accetto, ben consapevole che poco posso fare per cambiare la tendenza. Cordiali saluti.

      (Andrea Ganapini)

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  3. Per alcuni anni ho lavorato in Trentino Alto Adige e se c’è una cosa che mi fa arrabbiare, ma arrabbiare veramente, è quanto sento qualcuno che dice o che scrive che in questa regione le cose vanno bene perchè è a statuto speciale; lo statuto speciale non c’entra assolutamente nulla. E’ solo questione di mentalità, serietà, onestà e di amore per il proprio territorio da parte di tutti i cittadini e dei loro amministratori; in tutte le loro scelte è sempre prioritario il bene del territorio e non di qualcuno, come temo succeda in altre regioni; a dimostrazione di questo potrei portare mille esempi. Ma basterebbe pensare che anche la Sicilia è a statuto speciale; lì le cose vanno bene? Lì è prioritario il bene del territorio? In Trentino Alto Adige, territorio interamente montano, le acque meteoriche sono regimentate e controllate, le acque servono a dare lavoro, ricchezza ed energia, e non danni; non per parlare della diga di Vetto ma in queste due province ci sono 93 dighe su fiumi e affluenti che trattengono le acque a monte in caso di alluvioni e la rilasciano successivamente in modo controllato, sotto il rigido controllo dei vari BIM (Bacini imbriferi montani) e del Coordinamento di Protezione civile.

    (Lino Franzini)

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    • Condivido ogni singolo concetto. Cordiali saluti.

      (Andrea Ganapini)

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      • Penso proprio che abbiate centrato il problema, ma la ragione principale del dissesto del nostro Appennino credo proprio sia dovuta alla trascuratezza generale. Non solo, ma spesso i soldi stanziati per l’assetto del territorio vengono investiti in opere che niente hanno a che fare con la regimazione delle acque e la prevenzione delle frane. Un esempio per tutti: l’amministrazione di Carpineti incassa per il “ristoro ambientale” più di un milione e mezzo all’anno proveniente dalla discarica e dalle cave ed è il comune con maggior frane! Se non c’è lungimiranza in coloro che scegliamo ad amministrarci non c’è stanziamento che tenga, la montagna scivolerà a valle.

        (Tonino)

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  4. Il crinale è morto, possiamo soltanto fare il funerale! In futuro ne vedremo delle belle, la popolazione sarà ridotta a zero e quindi tutto franerà a valle.
    – Popolazione in calo drammatico, micronido di Busana con 2 bambini!
    – Programmazione per sviluppo zero;
    – idee innovative zero;
    – edilizia sotto zero;
    – piani di sviluppo (psc), strumenti sconosciuti agli amministratori, più comodo operare variantine mirate…
    – tasse sempre in rialzo, mai applicare i minimi;
    – amministratori locali solo in cerca di consensi, hanno elargito soldi a tutti, poi hanno avuto il coraggio di aumentare l’Imu dando la colpa a Roma;
    – anzichè tagliare enti hanno creato la nuova Unione montana con tanto di consiglio e amministratori e, di pari passo, hanno il coraggio di proporre la fusione di comuni! Hanno capito, scritto e comunicato a tutti che arriveranno molti soldi, e quindi si potrà continuare con il solito metodo.
    Mi fermo, sono le solite cose dette da almeno vent’anni e mai messe in pratica da nessuno e per il futuro non cambierà nulla, solito sistema, solito metodo. Senza l’uomo che da sempre ha vissuto, lavorato, curato l’ambiente, ogni azione sarà vana. Cordialmente.

    (Fabio Leoncelli)

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