Viaggi / D’un tratto, distese interminabili di campi di cotone…

Il Ground Zero di Morgan Freeman

Il Ground Zero di Morgan Freeman

D’un tratto distese interminabili di campi di cotone, dritte strisce di asfaltato la cui fine si fonde con il blu del cielo, un caldo penetrante, pesante, una cappa che riesce sciogliere la linea dell’orizzonte. Siamo arrivati,  il Mississippi si presenta.

Abbiamo fatto tanti chilometri con una missione, ripercorrere i primissimi passi della musica “moderna”.

Tra le rade fattorie che incontriamo, file di enormi cotton picker – macchine enormi simili a mietitrebbie - ci osservano impassibili, parcheggiate, ferme in fila nei cortili, simbolo della rivoluzione meccanica che ha trasformato la vita di queste pianure.

Nell’ottocento qui il cotone era il Re.

In una giornata come questa, i campi erano un brulicare di persone, di carri e di cavalli, ma ovunque si fosse, si respirava un’aria riempita dai canti degli schiavi.

Probabilmente erano già i figli o i nipoti di quelle decine di migliaia di neri strappati con la forza dalla loro Africa, incatenati stipati e imbarcati verso le Americhe.

Erano gli schiavi, dunque, da agosto a novembre, che piegavano la schiena e si rovinavano le mani raccogliendo cotone.

Per non pensare ai muscoli doloranti, alla fatica e alla loro misera condizione, i neri d’America cantavano durante le lunghe giornate nei campi, oppure mentre costruivano le ferrovie e le strade, che stavano velocemente conquistando il west. Melodie basate sulla chiamata di un singolo e la risposta del coro, con una propensione al ritmo naturale, a volte anche le martellate sui binari o sulle pietre venivano usate come pretesto per scandire il tempo musicale.

L'American Queen ormeggiata vicino a Memphis

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E proprio da questi campi ora deserti, soffermandosi ad ascoltare le cicale, che si parte verso la scoperta del blues. Per essere più precisi del Delta Blues, quello nato verso fine degli anni venti del secolo scorso, e che ha visto figure leggendarie che hanno composto solo poche decine di canzoni, diventate celebri, incise in polverose soffitte o in studi improvvisati, per poi sparire in silenzio, come inghiottiti dal grande fiume. Il Blues del Mississippi è quello delle radici, quello più grezzo, improvvisato, contraddistinto da interpretazioni personali, da parole spesso incomprensibili, accompagnate solo da armonica e chitarra.

Skip James, Son House o John Hurt, nomi che sarebbero stati dimenticati per sempre se solo l’invasione del Blues britannico degli anni sessanta non fosse riuscita a scovarli. Skip James fu ritrovato in uno ospizio remoto quasi in fin di vita ed è stato trascinato sul palco di Newport nel ‘64 garantendogli la giusta riconoscenza.

Dopo l’abolizione (vera o presunta) della schiavitù alla fine dell’ottocento, I neri che non volevano spaccarsi le ossa con lavori manuali sottopagati, suonavano spesso nei Juke Joint, locali fumosi e libertini, dove si  ballava selvaggiamente, si giocava d’azzardo e si serviva whiskey fino al mattino.

Qui in Mississippi il manico della chitarra non si suonava con le mani, ma si utilizzava un coltello, oppure bastava il collo rotto di una bottiglia di vetro, inventando quel effetto slide che ha fatto la storia rock‘n roll moderno.

Ma il blues era anche introspezione, testi che raccontavano quello che la vita in povertà comportava, amori traditi, ferrovie, fughe attraverso il fiume, religione e diavoli. Spesso i ritmi si fondevano ai Gospel religiosi- Skip James ne fu l’esempio più eclatante.

Blues Gateway, confine tra Mississippi e Tennessee

Blues Gateway, confine tra Mississippi e Tennessee

La leggenda più affascinante da queste parti è quella legata a Robert Johnson. Bluesman leggendario le cui influenze arrivano fino a Eric Clapton ed ai Led Zeppelin. La storia narra che una notte, verso la fine degli anni venti, Johnson avesse avuto un appuntamento in un crocicchio sperduto, vicino alla piantagione Dockey, poco distante da Clarksdale. A mezzanotte, un uomo nero (secondo egli stesso il diavolo in persona) si fece avanti, prese la sua chitarra, la accordò e gli fece ascoltare un paio di pezzi. Alla fine dell’incontro, in cambio della sua anima Johnson diventò un virtuoso del blues. Sembra che a egli stesso piacesse alimentare quella leggenda in pubblico, tuttavia quello che ancora si racconta oggi  è che da giovane Johnson non era certamente un fenomeno con la chitarra, dopo la morte di sua moglie sparì per quasi un anno e, quando si rifece vivo, era diventato  inspiegabilmente un fenomeno delle sei corde.

Finalmente nel 1940, a Chicago, qualcuno ascoltò, forse per caso, la voce di Johnson su un disco e decise che era il caso di fare due passi in Mississippi, per registrare un po’ di quella musica.

Tuttavia, Robert Johnson non c’era più, morto da tre anni in circostanze misteriose.

Ma qualcuno, in un bar vicino a Clarksdale, racconto a quel gruppo di uomini venuti dalla città, che c’era un’altra persona che aveva imparato a suonare la chitarra quasi bene come lui, era un nero che raccoglieva il cotone di giorno, e alla sera si dilettava con la chitarra sotto il portico della sua pericolante casa di legno. Era Muddy Waters.

Fu grazie a Muddy Waters che il Blues inizio a risalire il grande fiume e arrivò a Chicago.

Qui si  fece elettrico, si combinò con batteria e basso, oppure con il piano, caratteristico del Blues di Detroit.

La fama del Blues del Mississippi conquistò anche altre grandi città, ma c’era poca fortuna per i musicisti, con la grande depressione degli anni '30 prima e la guerra poi, la gente preferiva ascoltare le canzoni alla radio piuttosto che comprare dischi.

Durante gli anni quaranta e cinquanta al mercato di Maxwell Street di Chicago si esibivano bluesman di ogni tipo, equipaggiati di amplificatori rudimentali per sopraffare la confusione del grande mercato adiacente, si sedevano per strada, intrattenendo i passanti. Spesso erano senza tetto che cercavano di guadagnare qualche dollaro per sopravvivere ma che spinsero, senza rendersene conto, verso un nuovo tipo di blues.

Verso Clarksdale

Verso Clarksdale

Gli anni del primo dopoguerra videro al centro della scena proprio il Chicago blues. Gli americani avevano voglia di ballare, di dimenticarsi la guerra e le pene della grande depressione. Con l’etichetta discografica Chess Records di Willie Dixon, a Chicago nascono le grandi stelle del Blues elettrico che conquisteranno le radio di tutta la nazione.

E’ proprio a metà degli anni cinquanta che, uno sconosciuto Chuck Berry, a detta di molti il vero inventore del rock’n roll, varcò la porta della Chess Records ed iniziò a registrare.

Eccolo il grande inizio del rock e del pop. Di lì’ a pochi anni, in uno sconosciuto studio di Memphis, Tennessee, prendendo spunto proprio da quei suoni e da quei ritmi, nati decenni prima nei campi di cotone, Elvis Presley, Johnny Cash, Carl Perkins e Jerry Lee Lewis iniziarono le loro  scintillanti carriere musicali.

Ma questa, oltre che un’altra musica, è un’altra storia.

(Matteo Manfredini)

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