Home Cultura Si andava in prestito e si chiedeva una “cria”. Sapete cos’è?

Si andava in prestito e si chiedeva una “cria”. Sapete cos’è?

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Ave Govi ha ricevuto una singolare richiesta dal nostro collaboratore. La domanda verteva sulla disponibilità a pubblicare sul nostro sito qualcuno dei suoi racconti. Sono arrivati i primi, non senza qualche meditazione, e noi li accogliamo col cuore in mano.

Ave Govi è nata a Meruzzo di Villa, vicino a Carniana poi fu costretta a migrare a causa della frana che cancellò il villaggio. Ora vive a Reggio. Si è costruita da sola, leggendo molto e raffinando il suo stile nel confronto contiunuo. Ha partecipato anche a numerosi concorsi, piazzandosi sempre ai primi posti (si dice che in casa abbia un centinaio di trofei che lo confermino!). Scrive in italiano e in dialetto, nel dialetto di Meruzzo, quello imparato da piccola. Gli scritti di Ave sono improntati alla positività, anche là dove la povertà istigava alla ribellione. Benvenuta nella famiglia di Redacon e buona lettura ai weblettori ai quali chiediamo di individuare l'etimologia della parola "cria".

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Andar in prèst
(Andare in prestito)E’ proprio vero che non tutte le ciambelle escono col buco. Nella nostra cucina, oltre al tavolo, sei sedie impagliate, alcune di queste traballanti perché con l’uso il castello s’era allentato, e la panca, c’era soltanto una credenza a muro a due ante, quattro ripiani neppure intonacati, le pietre bognose e mal stuccate, dove in un angolo un topolino era riuscito a scavarsi una via d’accesso e conseguente fuga. Non che ci fosse molto da rosicchiare lì dentro, il suo menù invariato consisteva in una formaggella di pecorino e un pezzo di lardo, ignorata la ciotola di terracotta con dentro le uova. Una scodella sbeccata conteneva il sale, solo quello grosso, che si acquistava a peso in tabaccheria, sempre umido tra quelle pareti di sasso. Nel mortaio di marmo, sovente mia madre mi dava l’incombenza di tritarne una parte, mansione che detestavo perché richiedeva tempo ed energia.
Le uova comunque, anche se buona parte di esse venivano scambiate con altra merce allorché “l’ouvaroòl”, quasi sempre il giovedì, giungeva in paese, non mancavano, ed erano una risorsa insostituibile per la famiglia. Frittate con cipolla, sode sbriciolate nell’insalata di radicchi di campo, la sfoglia per maltagliati e tagliatelle. Ciò che di consueto si doveva invece acquistare, erano le scatole di conserva di pomodoro, della quale si faceva molto uso, una bottiglia di olio di semi vari e, i più abbienti, pure lo zucchero. Visto che il bucato lo si faceva con la cenere messa dentro a un telo e posto nel mastello sopra i panni,  traboccandovi sopra  pentoloni d’acqua bollente, bastava infine un pezzo di sapone e la polvere di saponina per le cose scure.  Un  articolo che incideva molto sulla spesa, essendo le case prive di energia elettrica, erano le candele, e a tal proposito, ricordo sul camino una fila di mozziconi, lo stoppino ormai consumato. Un’usanza dettata purtroppo dalle necessità, era “andar in prèst”, andare in prestito, ogniqualvolta ci si trovava  sprovvisti di un qualche genere di consumo.
La più soggetta a tale penuria, perlomeno in casa mia, era proprio la conserva. Ricordo mia madre aprire la credenza e fare l’inventario di ciò che conteneva, col lodevole intento di mettere insieme il pranzo o la cena, ma dopo aver pestato con la “courtèla”, la coltella, il lardo con aglio e rosmarino per il soffritto, si accorgeva di aver finito la conserva.
“Vai dalla Irma”, mi diceva allora: “e fattene prestare una “ cria”.
Non so in quante zone della nostra montagna, tale termine era, e sia ancora, conosciuto e in uso, ma per noi equivaleva a una quantità minima, più o meno il contenuto della punta di un cucchiaio. Ed era giusto col cucchiaio in mano che partivo alla volta della casa della Irma. Quasi sempre si ricorreva a lei, in quanto la sua dispensa era sempre fornita di tutto. Era, la sua, una famiglia con tanta terra, sei mucche da latte nella stalla, oche, pollastri, conigli e galline, nonché due maiali macellati ogni anno. E pure un vigneto con qualità di uve pregiate, tra le quali e “fumin”, dalla quale si ricavava un ottimo vino.
Io però della conserva non ne chiedevo mai soltanto una “cria”, ma una cucchiaiata, e durante il tragitto di ritorno, ditata dopo ditata, mi gustavo la parte eccedente. Mi piaceva da morire la conserva, e allorché mia madre l’acquistava e poneva il barattolo nella credenza, di nascosto ne spalmano una buona dose su fette di pane. Nei miei  ricordi però, il barattolo nella nostra credenza  è giunto dopo i primi acquisti, ché in precedenza era in uso la vendita sfusa, da mezzo etto a un etto, l’involto nella spessa carta gialla, che inevitabilmente ne assorbiva una buona parte.
Sul banco della privativa, ricordo la bilancia a due piatti coi pesi, e durante l’operazione prestavo molta attenzione a che  questi e ciò che si acquistava  allineassero alfine perfettamente i piatti.
Tornando alla Irma, la rammento come una donna buona e generosa, e più volte, a proposito della
“cria” contraffatta, mi ha coperto al momento della restituzione. Poiché l’ultima dei suoi cinque figli era mia coetanea, mi trovavo a gironzolarle spesso per casa, facendo i compiti insieme  studiando storia e geografia, e un giorno di questi giunsi che la Irma  si stava appressando a preparare l’impasto per una ciambella. Sul tagliere già aveva approntato la farina, scavata al centro la fontanella, nella quale vi fece cadere un pezzo di burro, sei cucchiai colmi di zucchero, tre uova e un pizzico di bicarbonato, aggiustando il tutto sino alla dovuta consistenza, con un bicchiere di latte.
La stufa a legna già aveva scaldato il forno, e dopo aver dato all’impasto la forma di un cerchio, lo pose nello stampo, infornando. Tempo dieci minuti e già nella cucina s’era propagato l’aroma dolce e stuzzicante derivante dalla cottura. China sul sillabario, tenevo d’occhio la sveglia posta sul ripiano del camino, bramando a che la cottura si concludesse in fretta, intravedendo in tal modo la possibilità di poterne gustare una fetta. Dopo i canonici quaranta minuti, la Irma sfornò, e quel capolavoro gonfio, soffice e dorato, giaceva ora sul tagliere, a due metri di distanza dal mio palato.
“Non andrebbe tagliata calda”, disse  lei a questo punto, fissandomi: “ma voglio dartene una fetta.”
Affondò delicatamente il coltello e dopo un attimo mi trovai a passarmi la fetta bollente da una mano all’altra, prendendola infine a morsi. Quel sapore per giorni, mi rimase tra il palato e la gola.Tempo di mietitura. Di mattino presto mia madre e mio padre approntarono le falci, i cappelli di paglia, il fagottino con pane e pecorino, un fiasco d’acqua di pozzo, impartendo infine gli ordini a noi tre fratelli. Altre due sorelline sarebbero giunte alcuni anni dopo. Mia sorella grande avrebbe dovuto seguirli col compito di accudire poi presso di loro nel campo,  mio fratello piccolo. Io sarei rimasta a casa a rifare i letti e mettere avanti il mangiare per il mezzogiorno.
Fu proprio mentre riassettavo le camere, che mi tornò in mente quella deliziosa ciambella. Con l’incosciente sconsideratezza tipica di una bambina di otto anni, mi buttai a capofitto nell’idea di fare una sorpresa all’intera famiglia., prendendo a vagliare ciò che c’era e ciò che mancava. Nel sacco posto in cantina trovai la farina, nella credenza le uova, in un pentolino il latte, ma, ahimè, del burro e dello zucchero neanche l’ombra. Ora il dilemma era: chiedere il tutto alla Irma?  No, troppo sospetto. A lei avrei  chiesto il burro, alla Emma lo zucchero.
“Quanto te ne serve, una “cria”, mi chiese la Irma con fare, a mio parere, alquanto scherzoso, fissandomi con un mezzo sorriso, ma nessuna domanda.
“Beh…ecco, forse tre “crie”.
Sparì nella dispensa e se ne tornò con un panetto immerso in acqua dentro una ciotola, e da questi ne tagliò un bel pezzo, avvolgendolo in carta oleata. Rientrata e deposto questo sul tavolo, presi un bicchiere e mi avviai verso la casa dell’Emma. Ricordando che la dose usata dalla Irma erano sei cucchiai colmi, ne feci richiesta, ritrovandomi col bicchiere riempito quasi fino all’orlo.
“Dì a tua madre di restituirmelo alla svelta, lo sto finendo.” Nota dolentissima.
Di lì a poco, mi trovai per così dire, con le mani in pasta. La stufa l’avevo accesa prima della questua, e già l’acqua nella vaschetta era in ebollizione. Riuscii senza troppi sforzi a sagomare l’impasto come avevo visto fare alla Irma, infornando. Da brava massaia, controllai l’ora sulla sveglia, e mi piazzai davanti al vetro del forno, con l’intento di vederla crescere e dorarsi man mano che il tempo passava. Ma quella, ostinatamente, non si muoveva. Dopo venti minuti, quando già iniziava a prendere colore, quasi mi sembrava rimpicciolita, nessuna crepa sulla superficie, e il dubbio di aver trascurato qualcosa, prese a tormentarmi. Ricapitola, mi dissi. Fai il percorso inverso e rifletti. Farina, uova, burro, zucchero, latte…e che altro? Oh no! Il bicarbonato. Non avevo messo il bicarbonato. Proprio quel pizzico apparentemente insignificante, che mia madre sempre teneva nella credenza, aveva decretato la mia bocciatura come cuoca provetta, lasciandomi sul groppo una montagna di debiti.
(Ave Govi)
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(in copertina una foto di CreaMariCrea)

8 COMMENTS

  1. Veramente un bel racconto, nella semplicità delle parole sembra di avere davanti agli occhi tutte le scene descritte; fa sognare ad occhi aperti, immagini purtroppo che nell’avida frenesia dell’era moderna vedremo molto raramente.

    (Andrea S.)

    P.S. – Chiederò a mia madre (visto che è di Tizzola di Minozzo) se conosce il termine cria, perché è la prima volta che lo sento. Saluti.

    • Firma - Andrea.S.
  2. Bel racconto, molto realistico complimenti. Concordo col commento di Andrea ed aggiungo che mi ha colpito l’ intraprendenza di una bambina di 8 anni, ai nostri giorni impensabile. Anche a Coriano conosciamo ed usiamo il termine “cria”.

    (Luca)

    • Firma - Luca
  3. A Morsiano il termine si usa eccome, per dire che una cosa proprio non c’è mia madre spesso dice “an ga n’è gnian nà cria!” che tradotto sarebbe “non ce n’è nemmeno un pizzico/pochino” e spesso lo uso anch’io anche se ho 32 anni… In ogni caso, complimenti Ave Govi,…mi è sembrato di ascoltare i racconti dei miei nonni che tanto mi affascinavano da piccola, che bei ricordi!

    (francy)

    • Firma - francy
  4. Bellissimo racconto, brava la scrittrice nel “ricreare” atmosfere e nostalgie! La “cria” dovrebbe essere una briciola, ad indicare una quantità quasi infinitesimale, poco più di niente. Unità di misura dialettale caduta in disuso e che potrebbe tornare molto attuale!

    (Commento firmato)

    • Firma - Commentofirmato
  5. In riferimento al termine Cria, diventa difficile trovare una interpretazione uniforme. Sui volcabolari italiani più recenti il termine non viene citato [esempio lo Zingarelli, 2001]; lo troviamo nel Palazzi [Iª ed. 1939]. Nei vocabolari dialettali citano il termine Ferrari-Serra (Créja o crìa) per il dialertto reggiano, e Bellei per il modenese (Crìa), ma non Vitali –Lepre per il bolognese. Tra gli specializzati in etimologia riportano il termine solo il Pianigiani e il Devoto. Sul significato della parola sono tutti d’accordo che indica una quantità minima, una inezia, quasi uno scarto. Cambiano invece le opinioni quando si parla di etimologia. Oltre alla citazione valida in commento a questo articolo, a firma ER, che si rifà al Greco-Bizantino Krì = orzo, abbiamo Pianigiani e Devoto che citano il verbo tardo latino
    (pro)creare, che diventa criare nell’italiano arcaico, e che indica esplicitamente la creatura più scarsa di una famiglia o di una nidiata, lo scartino. Bellei invece ricorre al tedesco Grieß = arena, sabbia, quindi qualcosa che vale quanto un granello di sabbia. Quanto alla diffusione del termine il Pianigiani ci dice che è presente nel provenzale, nello spagnolo antico col significato di ultimo nato, appena nato, ma anche di valletto, paggio, servo; nel portoghese, dove sta per puledro; nel ladino, usato per indicare un fanciulletto. E sempre il Pianigiani ci informa che il termine è stato usato dal Redi per indicare un insetto appena nato, ma che indica “il più piccolo e balordo uccello de’ nidi, che è l’ultimo ad impennarsi (mettere le penne) e a volare”; e che in passato veniva chiamata così “una piccola anguilletta, quella che ora chiamano Cieca”. Giusto per aggiungere un cria di informazione.

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    • Firma - www.savinorabotti.it
  6. Ho apprezzato molto questo racconto, perché nel leggerlo mi sembra di ritornare alla mia infanzia, ormai lontana una sessantina d’anni. Mi fa ricordare specialmente quella credenza a muro che veniva aperta infinite volte al giorno pur essendo vuota, e il ricorerre al prestito, convinta che la Lidovina non avrebbe rifiutato.

    (lidia fontanelli)

    • Firma - lidia fontanelli