Il salotto letterario / “Il processo (anno scolastico 1949-50)” di Ave Govi

Premessa

Quanto riportato qui di seguito, è un episodio realmente accaduto nella mia classe, quando frequentavo la quarta elementare. Se i protagonisti avranno modo di leggere, si riconosceranno e potranno farsi  pure quattro risate.

Inizio

1949, bambini a scuola. Foto di Tino Petrelli.

1949, bambini a scuola. Foto di Tino Petrelli

Il primo giorno di scuola dopo la pausa estiva, lo si affrontava sempre con un certo batticuore. Se poi  già in partenza si sapeva che l’insegnante avuto  l’anno precedente sarebbe stato sostituto, un misto di disagio e diffidenza caratterizzavano l’entrata in aula, lo sguardo fisso alla cattedra. Pur amando lo studio ed essermela sempre cavata bene, la fama di severità che  aveva preceduto il nuovo venuto, una volta entrata m’indusse a  raggomitolarmi  nel primo banco vicino alla porta, la cartella posata per terra tra le gambe. Con trapestio di scarponi, urti e spallate, l’intera scolaresca prese infine posto, le braccia conserte, mentre dalla cattedra, l’insegnante, non più impegnato a conversare con gli altri due colleghi delle aule adiacenti, prese a fissarci  con espressione non del tutto promettente. Avvezzi ad aver avuto negli anni precedenti sempre maestre, il trovarci  di fronte una figura maschile, forestiera, pure i più indisciplinati del gruppo, parvero messi sull’attenti.

Proveniva da Suzzara, nel mantovano, e con al seguito la moglie, aveva trovato sistemazione presso una famiglia, una camera da letto con cucina in comune, priva la casa, come tutte in paese a quell’epoca, del bagno. La scuola, altro non era che una baracca di legno compensato, tre stanzoni messi in fila affiancati da un corridoio stretto, il servizio igienico, una turca addossata sul retro, dove la porta già l’anno precedente era stata scardinata, alcuni buchi sulla parete per poter spiare, non tanto i compagni, quanto le maestre durante l’esercizio  delle loro necessità fisiologiche.

Dalle mie parti, Villa Minozzo, la guerra era passata come un rastrello, stragi, (vedi quella di Cervarolo) e razzie, e ciò che aveva distrutto abitazioni e pure la scuola, erano stati gli incendi.

In conseguenza di quest’ultimi,  le baracche avevano sostituito diverse case e appunto l’edificio scolastico. L’ormai anziana maestra, da una vita  in carica e residente in paese, s’era impossessata dell’aula di mezzo, la più calda e protetta dalle intemperie, ed essendosi pure auto eletta padrona di casa, entrava ed usciva dalle altre con estrema disinvoltura, spesso senza neppure bussare,  cosa non gradita agli altri due.  Sì, perché anche il terzo insegnante era un uomo, proveniente dalla nostra Bassa. A quei tempi, l’anno scolastico iniziava ai primi di ottobre e in montagna, escluse alcune giornate di sole ancora tiepido, le prime raffiche di tramontana, le brinate notturne e le piogge, rendevano i locali umidi e freddi, i piedi e le mani sovente intirizziti. Le autorità comunali avevano dotato ogni aula di una stufetta di ghisa, quelle basse col piatto davanti allo sportello, ma non fornitura di legna, così che a provvedervi dovevamo essere noi, portando a turno qualche fascina di rami sottili per avviare la fiamma, e le cosiddette “stiole”, pezzi di tronco, per alimentare in seguito il fuoco. La prima volta che un mio compagno entrò in aula con sulle spalle, non  una sola  fascina ma un carico considerevole, deponendolo poi con malagrazia nell’angolo presso la stufa, il maestro, già alla cattedra si alzò, evidente l’intento di dare una lavata di capo al responsabile, ma prontamente quest’ultimo, intercettato lo sguardo,  lo prevenne, sbottando con fare deciso: “E frèdd, l’è frèdd par tùcc”, prendendo subito posto al banco. Tradotto: il freddo è freddo per tutti.

La scolaresca della mia classe era composta di ventiquattro alunni, alcuni di loro, specie tra i maschi, ripetenti, tre di essi dei marcantoni più alti dell’insegnante stesso, avulsi allo studio tanto da giungere sovente  a scuola senza aver eseguito i compiti assegnati a casa.

Era, questo, il motivo scatenante della furia del maestro, epiteti non del tutto ortodossi, pugni sulla scrivania, note sul quaderno, il tutto senza ottenere mai alcun risultato. Ottimo insegnante, gli scolari svogliati e indisciplinati, gli causavano autentici  attacchi d’insofferenza, con conseguenti scoppi d’ira. Dopo circa due settimane dall’inizio della scuola, egli designò in modo definitivo i posti sui  banchi, tutti in coppia, cercando di  isolare  le cosiddette teppe, e la mia compagna, ripetente, verso la quale non nutrivo allora eccessiva simpatia, incorreva  spesso nelle ire del maestro, in quanto “sucùna”, zuccona, nonché chiacchierona e disturbatrice durante le ore di lezione. Rispetto a me e a tante altre, piccole ed esili, aspetto di bambine, lei si ritrovava con un corpo  ben sviluppato, un primo accenno di seno, civettuola e con già le idee chiare sulla diversità esistente tra i due sessi. Il suo passatempo preferito durante la ricreazione, usciti  tutti sul prato circostante, era stuzzicare e in un certo qual modo provocare i maschi, con frasi, mosse e sorrisini  ammiccanti, tanto che un giorno, uno dei tre giganti  menzionati in precedenza, la gratificò di un epiteto letteralmente irripetibile.

Sfortuna volle che dalla finestra dell’aula aperta, il maestro, affacciato per tenerci d’occhio, l’udisse, richiamando d’acchito a rientrare tutti quanti. Smorzato il trapestio,  ne era seguito un silenzio in cui non si sarebbe sentito volare una mosca, tutti in attesa della sicura punizione, ma nulla accadde. In piedi alla cattedra, zumando con lo sguardo l’intera aula, infine esordì:

“Questa è un’aula di tribunale.” Sconcerto generale. Con un cenno, di fianco a lui fece sedere l’imputato, poi, fatti sistemare a lato i banchi in due fila frontali, ci designò giurati, il verdetto scritto su un foglietto da depositare, piegato, sulla scrivania. La motivazione:grado di punizione e conseguente risarcimento alla parte lesa, da quantificare, espresso successivamente il concetto con parole più adeguate al nostro grado di comprendonio. Ebbe inizio lo scrutinio: colpevole, non colpevole, colpevole non…non…non…Assolto! Pianto dirotto da parte del nostro compagno, ma da quel giorno, specie nei confronti delle femmine, i suoi comportamenti subirono un netto miglioramento. Di sguincio, fu una delle rare volte in cui vidi il maestro sorridere.

Testo di Ave Govi

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2 Commenti

  1. Bel racconto, scorrevole e piacevole tanto da indurre a leggerlo d’un fiato. Uno scorcio interessante di quella che era la scuola nei primi anni ’50 nei nostri luoghi. La foto un raro, credo, reperto storico. Complimenti!

    (ms)

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  2. Brava Ave, che piacere leggerti, finalmente. E’ vero, ai nostri tempi gli insegnanti erano severi. Giustamente severi, ma sono venute su persone diritte, come diceva mia nonna, anche le famiglie non scherzavano, ed ora riconosco che un po’ di quelle lezioni di vita occorrerebbero anche oggi.

    (Ilde Rosati)

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