Il salotto letterario / E’ Pastour (Il pastore) di Ave Govi

E’  Pastour

(Il pastore)

 

Pastori

Pastori

Quando la tramontana iniziava a staffilare le chiome degli alberi, la brina notturna luccicare al mattino sui declivi, dagli alpeggi in alta quota, rasando radure e argini, scendevano scampanellando le greggi, segnale per la montagna dell’imminente letargo invernale.

Li si vedevano i branchi emergere dalla macchia, allargarsi a raggio e procedere lentamente sui tratti scoperti, sostare per alcuni giorni presso casolari sparsi, il recinto improvvisato, i cani di guardia. In quegli anni e sino verso il millenovecentosettanta, dalle mie parti, Villa Minozzo,  la pastorizia era molto praticata, i possidenti di vasti appezzamenti di terreno, avevano “e’ soù pastour”, il loro pastore, conosciuto quest’ultimo  col nome di tali proprietari.

Il nostro borghetto, Meruzzo, prima della distruzione causata da una slavina, ogni autunno ospitava “e pastour d-Minghin”, il pastore di Domenico, proprietario costui di un vasto podere condotto a mezzadria, e durante quei giorni tra le aie e i vicoli, ferveva un’insolita animazione: richiami ai cani, belati di agnelli, il fuoco all’aperto sotto il porticato del fienile, dentro al calderone di rame, il latte versato per la cagliata. La parte eccedente, diversi bidoni di zinco colmi, veniva ritirata il mattino successivo da un camioncino che passava sulla comunale sovrastante il borgo. Era una famiglia, quella del pastore, composta di quattro persone adulte, ma che, essendo proprietari di un altro gregge dislocato in altra zona, si alternavano in coppia nella conduzione del branco. Erano persone, come spesso lo sono coloro che prevalentemente vivono in solitudine a stretto contatto con la natura, schive e poco incline all’amicizia, la moglie di uno di questi, semplicemente chiamata “la pastoura”, non mostrava quasi mai il viso, coperto da un fazzolettone fiorato annodato dietro, che le scendeva sino alle sopraciglia. Li si vedeva partire il mattino presto, con la bisaccia e l’immancabile ombrello verde alla spalla, e fino a sera se ne restavano all’aperto tra i campi.  Rientrati dal pascolo, la mungitura richiedeva un sacco di tempo, a volte sino a notte inoltrata, la luce di un falò acceso in prossimità del recinto, nel cui raggio ogni singola pecora veniva a turno condotta e spremuta. Terminata la mungitura, potevano alfine dedicarsi alla cena, per poi ritirarsi nella stalla e coricarsi sulla distesa di paglia.

Ciò che descrivo sono ovviamente ricordi di bambina, il cui sguardo non aveva mai oltrepassato il profilo del Prampa e del Cusna,  il viaggio più lungo a seguito di adulti e a piedi, tra boscaglia e mulattiere, al Santuario di San Pellegrino in Alpe.

Ancora sveglia nel mio letto, mi catturava il riflesso del loro falò proiettato sulle pareti, creando giochi di ombre e guizzi, componendo figure danzanti, in sottofondo l’acciottolio dei secchi che venivano lavati presso il pozzo, in cui veniva schizzato dai capezzoli  il latte. Anche se mi tenevano  desta sino a tardi, seguivo ogni loro rituale con estrema attenzione, sino a che il silenzio e il buio calavano tra i violetti.

Possedere “e pastour”, era simbolo di benessere, un distinguo caratterizzante una condizione di privilegio, quasi di media borghesia, e a circa un chilometro di distanza, presso un grande casolare, ve ne stazionava a volte per diverse settimane, un altro: “e pastour di Gati”, il pastore dei Gatti.

Erano i Gatti, e lo sono tutt’ora, una facoltosa e dotta famiglia, possidenti di vari poderi condotti a mezzadria, dislocati nella zona. Oltre al Castello situato nel centro di Gatta, (da qui forse il nome o viceversa), erano, e sono, i proprietari di Villa Marta, rinomata purtroppo per la strage che al suo interno vi si perpetuò durante la guerra, ad opera dei tedeschi, torturato e ucciso un gruppo di giovani partigiani, quasi tutti della Bassa, arruolati nelle fila della Resistenza.

Nel comprensorio della montagna, loro, i pastori, hanno caratterizzato un’epoca, lasciata una traccia nella mentalità comune. Riporto un aneddoto, almeno oggi mi sembra tale, relativo a una frase della vecchia (allora) Tomasina, che con la miseria aveva dovuto purtroppo rapportarsi ogni  santo giorno della sua lunga vita. Seduta sull’aia, la rocca infilata alla cintura del grembiale, intenta ad assottigliar mannelle, amava dialogare con noi bambine, dispensare consigli e suggerimenti.

Si rivaa un dì a spousav, sciarcaa ùn che gabia e pastour.”

Tradotto: “Se arrivate un giorno a sposarvi, cercate uno che abbia il pastore.”

Cara, vecchia Tomasina! Quante perle di saggezza, a sua insaputa, ha dispensato, quanta umiltà e forza ha saputo infondere a chi si è dato la pena di volerla conoscere più a fondo. Mentre ingrossava il fuso, sputandosi spesso sulle dita per meglio sagomare il filo, la si sorprendeva a volte scuotere il capo, persa in recondite riflessioni forse mai espresse a voce.

Tornando ad essi, i pastori, alla loro dipartita, un silenzio innaturale sembrava gravare tra le viuzze, il buio calare presto nell’autunno ormai inoltrato, le notti lunghe con albe tardive, la partenza di molte donne del paese per andare a servizio nelle grandi città. L’inverno, il lungo inverno, già era in attesa della loro risalita dalle fiumare della pianura. Se ne andavano il mattino presto, sovente senza salutare nessuno, ma più di una volta mia madre ha trovato sul davanzale della finestra, una formaggella. A torto li si considerava “diversi”, nomadi senza casa e senza radici, mentre in realtà erano persone, oltre che organizzate e avvedute, forse più emancipate di noi residenti stabili, la loro quotidianità costretta a rapportarsi con diverse realtà territoriali. Alcuni di loro che ho conosciuto provenivano da Monteorsaro, gruppetto di case sul versante del Prampa, quasi a ridosso della parete di calanchi che risale verso la cima. Civiltà nascosta, protetta da un anonimato che ha comunque lasciato traccia nei ricordi della gente e pure nella storia.

 

Testo di Ave Govi

 

 

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Un Commento

  1. Mi fa piacere leggere un racconto che mi riporti agli anni della mia infanzia, quando anche nel mio paese si vedevano pastori, greggi di pecore e cani che le guidavano nel loro peregrinare. Per me, bambina, ammirarle nel campo del vicino era sempre uno spettacolo affascinante. Tranne quella volta in cui, recandomi a piedi al caseificio per prendere il latte, da sola, vidi arrivarmi incontro un gregge numeroso con al seguito cani e pastore il quale, vedendomi impaurita e stampata contro la siepe che costeggiava la strada, mi disse: “in ta fan angotta“. Bei ricordi. Complimenti per il racconto.

    (MS)

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