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San Pellegrino (in Alpe) a rischio chiusura

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San Pellegrino in Alpe (foto G. Arlotti)

Sali a 1525 e respiri un'aria diversa, non solo per la quota. Sarà perchè qui da secoli salgono, in pellegrinaggio, i nostri avi. Qui il corpo di un santo divide il confine della provincia di Lucca da quello di Modena. Siamo a San Pellegrino in Alpe , diviso proprio tra Castiglione (Lucca) e Frassinoro (Modena), da sempre simbolo di pellegrinaggio e religiosità, subito di là dal passo delle Forbici o quello delle Radici. Da qui passavano i pellegrini in viaggio verso Roma o la Terra Santa. Terra di confine tra Emilia e Toscana, ma anche cerniera ultima della cultura mitteleuropea. Merito, certo, della miracolosa presenza di quelli che si ritengono essere i corpi dei due santi, Pellegrino e Bianco (VII sec.D.C.). Una religiosità diffusa sin dal 1100 che ha assommato a quelle dei santi, le storie di pellegrini, brigranti, soldati.

Ora, però, le mutate condizione nella sua gestione ne pongono a rischio la chiusura.

Giunge anche in redazione la petizione che – si propongono i promotori della stessa – sarà presentata anche a Papa Francesco.

Cosa è accaduto? Che la persona laica che da anni si occupava dell’apertura e chiusura serale del luogo di culto, nonché della sua manutenzione e preparazione della Santa Messa, ha dovuto lasciare il suo incarico. La Curia di Lucca, quindi, è tornata a gestire il santuario con la ormai diffusa carenza di sacerdoti, fenomeno diffuso in tutta Italia. Non è chiaro cosa accadrà ora: tra le ipotesi anche quella di una chiusura invernale.

Il parroco, don Dino Bertozzi, ne è amministratore, ma purtroppo abita a 35 km di distanza ed è parroco di numerose parrocchie. Da due mesi è stato ridotto il numero delle messe: dopo quella della Vigilia di Natale si celebrerà solo a capodanno alle 15,30 e risultano già annullate tutte le Messe domenicali. La Diocesi di Modena è comproprietaria dell’edificio di culto: gli abitanti di San Pellegrino si rivolgono anche a lei.

A rischio ora anche l’ospitalità ai tantissimi pellegrini che, ogni giorno, compilavano 5-6 pagine di firme sul registro delle presenze.

Non che la voce degli abitanti dell’ameno paese possa farsi sentire più di tanto: si parla di dodici persone in tutto, divise nei due alberghi ristoranti, l’Alpino e l’Appennino. Ma molti di più gli “abitanti” che, il Parco nazionale, definirebbe cittadini affettivi: dal Toanese, ad esempio, salgono in pellegrinaggio da oltre 250 anni nel mese di agosto, da Castelnovo (guidati da Beppe Regnani) dal 1988, da Vezzano la Polisportiva Dilettantistica ha ripreso la tradizione del pellegrinaggio all’Alpe lungo 120 km di sentieri partendo dalla chiesa di San Pellegrino in città, ma anche il Cai (per il 10 maggio 2015), la Pro Loco di Quattro Castella, c’è chi parte da Mantova e arriva sino a Lucca passando proprio dal santuario.

La soluzione? Per i promotori della petizione “risolvere il problema, crediamo, è questione organizzativa, se c’è la volontà di effettuare il servizio e se non viene utilizzato il santuario solo per mero lustro mediatico o per interessi religiosi e politici”. Anche se c’è chi auspica addirittura un intervento della Regione (Toscana) “per rendere disponibile l’abbazia così come è sempre stato”. (G.A.)

 

 

LA LEGGENDA

La leggenda vuole che sin dalla morte di san Pellegrino iniziassero le contese su quale territorio dovesse sorgere il santuario a lui dedicato, se nella provincia di Modena o in quella di Lucca.

Sempre la leggenda afferma che la sorte fosse lasciata al "destino"; le spoglie del santo furono caricate su un carro che era trainato da due indomiti torelli e dove essi si fossero fermati là sarebbe anche sorto il santuario.

Le bestie si fermarono esattamente sul confine e così, da sempre, il santuario è virtualmente tagliato in due longitudinalemente e un lato è situato nel comune di Frassinoro ,in provincia di Modena, e l'altro nel comune di Castiglione Garfagnana, in provincia di Lucca.

Persino la teca contenente i resti dei due santi sarebbe in tal modo una proprietà condivisa e i santi si troverebbero con la testa in Emilia e i piedi in Toscana.

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11 Commenti

  1. Che strana società la nostra, col nostro benessere, col nostro progresso non siamo più capaci di mantenere le cose che abbiamo avuto in eredità dai nostri avi. Tutto ciò che abbiamo intorno va in malora, le cose che erano state costruite o erette quando c’era più miseria e ignoranza le perdiamo piano piano. C’era un senso comune diverso nella società di allora, ora quello che conta è ciò che possediamo personalmente, il resto non conta, ciò che è pubblico non è di nessuno, crollano i muretti lungo le strade, le frane compaiono ovunque, oratori che crollano, chiese e monumenti che, finita la vecchia generazione, verranno lasciati all’incuria del tempo. La Chiesa stessa, di cui la Curia fa parte, non dà il buon esempio, tratta le parrocchie come si trattasse di un’azienda che non produce utili, eppure i beni parrocchiali, i poderi, per anni hanno reso bene e sono stati venduti ricavandone profitti. E ora?! San Pellegrino forse non è più meta spirituale come un tempo ma è storia, è una tradizione antica delle popolazioni montane, meta di pellegrinaggi da ogni dove e punto di incontro per genti diverse; ma forse il problema sta anche qui, nelle popolazioni montane, in estinzione come numero, come entità e come orgoglio. Il tempo sfoglia le pagine di un libro da scrivere, proviamo a fare in modo che nelle prossime pagine si parli ancora di Montagna, di Appennino, di San Pellegrino in Alpe, se ne parli ancora nel libro del tempo e non solo in quello dei ricordi.

    (Antonio Manini)

  2. I miei “vecchi”, e in particolare una mia zia, mi raccontavano che S. Pellegrino in Alpe era meta di pellegrinaggio per molte persone di quell’epoca, che risiedevano come loro nella nostra collina e vi si recavano a piedi facendo tappa presso parenti o conoscenti, dandosi anche il “tempo” per compiere questo viaggio nonostante gli impegni di casa, che non dovevano essere pochi viste le condizioni di bisogno in cui allora si viveva. E nei miei ricordi di bambino e ragazzo gli oratori e le edicole votive lungo le strade di campagna, che noi chiamavamo “maestà”, erano sempre oggetto di cura e manutenzione. Oggi, mentre abbiamo accelerato così tanto i ritmi del nostro quotidiano, disponiamo di tanti mezzi e strumenti tecnologici e dovremmo essere pertanto in grado di provvedere a tutto o quasi, sembra invece crescere intorno a noi il disinteresse verso le cose che ci hanno lasciato i nostri progenitori, come osserva giustamente un altro commento e che, a mio modesto avviso, fanno parte della nostra identità e delle nostre radici senza le quali, io temo, vi è il rischio che una società arrivi a disorientarsi e a smarrirsi, con tutte le relative conseguenze.

    (P.B.)

    • Da bambino ho fatto il pellegrinaggio con i miei nonni. Quanto è vero che si prendevano il tempo per questa devozione, pur nella fatica del lavoro dei campi e con la povertà dei mezzi di cui disponevano! San Pellegrino in Alpe è un luogo identitario per la montagna: deve essere custodito e presidiato. E’ possibile contribuire da parte nostra?

      (SC)

  3. Spero vivamente che ci sia la volontà, da parte di chi di dovere, di mantenere aperto questo meraviglioso luogo di culto al quale sono legata dalle gite d’agosto con la famiglia fin da quando ero bambina.

    (Elisabetta Marmiroli)

  4. Non vorrei sembrare troppo “terreno”, ma ritengo sarebbe il caso di affrontare il problema con pragmatismo, senza dover per forza di cose addossare colpe alla Chiesa o ai preti. A loro lasciate il compito di prendersi cura dello spirito di coloro che Credono. Mi rivolgo invece alle cose più concrete. Fatevi una domanda e datevi una risposta (come diceva il caro vecchio Marzullo). Chi ne trae maggior beneficio se il santuario rimane aperto? Io non frequento il luogo sacro, ma ci transito e a volte mi fermo in moto. Ci sono, credo, una mezza dozzina di esercizi commerciali nel sito e mi pare di ricordare di aver visto sovente un mercatino con svariate bancarelle. Ecco chi si dovrebbe far carico della sopravvivenza del santuario: coloro che ne traggono maggior profitto. Troppo comodo sperare che ci pensi “il soggetto pubblico”, sia esso il Comune o la Chiesa. I commercianti di zona si riuniscano e trovino la maniera di autotassarsi per far sì che ci sia un custode che si prenda cura del tesoro che loro stessi sfruttano. In tempo di vacche magre è inutile pretendere soldi pubblici per far guadagnare i privati. Da piccolo imprenditore quale sono, mi darei da fare mettendoci del mio, prima di lasciar morire la gallina dalle uova d’oro che bazzica nel mio pollaio. Bisogna cambiare la mentalità dell’italiano, se si vuole cambiare il Paese Italia. Saluti e buon anno a tutti.

    (Fabio Mammi)

    • Con pragmatismo ho semplicemente sottolineato come la Curia, che io personalmente considero in tutto e per tutto un’attività con scopo di lucro e oltretutto molto più agevolata di tante altre attività, abbia la sua parte di colpa e proprio per questo avrebbe il dovere di contribuire anche senza trarne per forza un profitto. Tra l’altro non è un ente pubblico e i contributi che le versiamo sono volontari. Non credo che gli esercizi di San Pellegrino in Alpe abbiano molte possibilità economiche e a volte mi chiedo davvero come possano continuare ad esistere. A volte ci vado anche d’inverno e conosco bene alcuni esercenti e vi assicuro che stanno facendo tutto il possibile per poter sopravvivere e ci credo, poi proprio per pragmatismo non faccio mai i conti agli altri, mi basta e avanza dover far quadrare i miei. Anch’io sono un imprenditore, di galline dalle uova d’oro ne ho sempre viste poche e, da tempo, non ne vedo più, tanto nel mio pollaio quanto nel pollaio degli altri; se a lei non è ancora morta ne faccia molto conto.

      (Antonio Manini)

  5. Spero vivamente che questo problema si possa risolvere, sono profondamente legata a questo luogo, da generazioni vengo una o più volte all’anno, la mia bisnonna, la mia nonna venivano dalle colline modenesi in pellegrinaggio a piedi, mio papà, poi io… e come noi altre mille persone sono molto devote a questi santi. Sarebbe un vero peccato se questo luogo di culto fosse lasciato all’abbandono. Spero in una soluzione.

    (Rosi Cinzia)

  6. Purtroppo stringe il cuore leggere notizie del genere; chi, delle nostre zone, non è andato almeno una volta in vita sua a San Pellegrino? Ha ragione Antonio Manini, che nel suo commento iniziale divide le responsabilità fra tutti: Stato, Chiesa e popolo; nessuno è esente da colpe. Lo Stato sempre con le forbici in mano, la Chiesa che si sta allontanando sempre di più dalla base della piramide (ove dovrebbe risiedere la popolazione cattolica); e la popolazione stessa che, sbagliando, non si rispecchia più nei valori che ci hanno tramandato le generazioni sopra di noi, ma che insegue altri valori, più materiali che spirituali. Il signor Mammi “sollecita” anche le attività locali a darsi da fare. Giusto, ma le tasse che si versano allo Stato (evasione permettendo, purtroppo!) e la contribuzione (poca) dell’8 per mille alla Chiesa hanno le finalità di rendere efficiente il servizio pubblico (l’uno) e cattolico (l’altro). Ognuno quindi faccia la sua parte! Saluti.

    (Andrea S.)

  7. Un santuario da sempre è luogo di culto, di penitenza, di espiazione. Chiudere questo Santuario sarebbe proprio una iattura per i cristiani d’Appennino e di altri luoghi. Esso da sempre è punto di riferimento, di preghiera, di incontro, di socializzazione. Sicuramente di ravvedimento, di ricarica spirituale e di avvio verso mete superiori che esaltano lo spirito. Lasciarlo aperto al culto con tempi programmati sicuramente è di giovamento per tutti gli uomini di buona volontà.

    (Bruno Tozzi)

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