Intervista di Gabriele Agostinelli a Fabio Salvatore Pascale

Fabio Salvatore Pascale

Fabio Salvatore Pascale

Fabio Salvatore Pascale è un ragazzo che ha la semplicità negli occhi, e nei gesti. È un ragazzo che si porta dietro la sua terra, il suo paese, la città dove è venuto al mondo, Napoli, e la vive in ogni suo giorno. A me è parso.

È nato nel 1983 ed ora lavora nella forestale.

Ha scritto poesie, ha vinto premi, poi ha pubblicato un libro che è un saggio, che si intitola Generazione senza biglietto, ed è una sorta di ‘Analisi sulla società odierna e sulle nuove generazioni’. Si è documentato per parecchio tempo e ha tirato fuori questa cosa qua che è una grande sorpresa, a leggerlo o sfogliarlo, il libro.

E infatti sarà lui ad inaugurare la rassegna estiva “Il giardino ritrovato – storie di cittadinanza”, che si tiene a Castelnovo ne’ Monti in quattro appuntamenti dal 30 luglio al 30 agosto.

Chi è Fabio Salvatore Pascale e cosa lo ha portato a venire qui fra noi, nell’Appennino tosco-emiliano?

Sono una persona semplice che ha ricevuto un grandissimo dono, la poesia. La scelta dell’Appennino tosco-emiliano non è dipesa da me, ma direttamente dalla Commissione Forestale riunitasi a Roma. Io non conoscevo minimamente Castelnovo ne’ Monti. Ed ora è la mia nuova casa.

Generazione senza biglietto di Fabio Salvatore Pascale

Generazione senza biglietto di Fabio Salvatore Pascale

Generazione senza biglietto è un ritratto del mondo giovanile contemporaneo, quali credi siano le differenze fra i giovani di oggi e i giovani di 30 anni fa?

Credo che i giovani di oggi siano sicuramente più informatizzati rispetto alla mia generazione, e, a maggior ragione, rispetto ai giovani di trent’anni fa.  Tuttavia, noto una certa assenza dalla vita reale, scegliendo invece una vita “virtuale”, che è parallela a quella concreta. Noto anche una strana allergia al dolore, una strana voglia di fuggire da esso. E mi chiedo perché. Non si è forse più in grado di stare soli con se stessi, con tutto ciò che fa parte di se stessi? Se non impari a soffrire non impari neppure a gioire.

Si parla, nel tuo saggio, di una sorta di dispersione dell’individualità. Pensi ci siano ancora modelli da seguire?

La dispersione dell’individualità  è legata in primis alla mancanza di punti di riferimento, come ad esempio la famiglia, che in alcune occasioni è quasi assente, per poi passare al mondo scolastico e alle istituzioni. A queste tre figure è demandato il compito delicatissimo di dare ai giovani: educazione, speranza, futuro… Ma anche una certa forma mentis che permetterà loro di sviluppare il proprio pensiero e il proprio senso critico, dunque la propria soggettività. Nel caso contrario, se vengono meno questi punti di riferimento, i giovani si sentono molto più insicuri a sperimentare ognuno la propria strada e tendono ad unirsi alla corrente, creando una generazione di massa.

Il 30 luglio presenterai il tuo libro per la rassegna “Il giardino ritrovato”, che vede fra gli ospiti anche Marco Ligabue, che effetto ti fa?

Sicuramente, sono molto onorato di comparire in questa locandina insieme ad un grandissimo artista, che al di là del peso del suo cognome rappresenta per la musica italiana quella voglia di mettersi in gioco, e come lui disse tempo fa “essere giudicato per la musica e per le mie parole”.  Quando organizzo qualche presentazione, per me è un modo di condividere esperienza, voglia di confrontarsi per trovare sempre nuovi spunti e riflessioni e credo che questo possa piacere a molte persone; poi se non dovesse essere così, avremo comunque trascorso una serata fresca, poiché all’aperto, e diversa dal solito.

(Gabriele Agostinelli)

 

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