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Storie di paese / Un benefattore castelnovese

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Tempo fa

"In sun mia Palai, veh". Non sono mica Pallai, veh! In questo modo si rispondeva, qualche annetto fa, ai propri figli quando chiedevano un po' troppo. Era un modo di dire che - come spesso capita col trascorrere del tempo - aveva a che fare con fatti reali di cui però poi magari si era dimenticata la loro origine.

Il riferimento, in questo caso, è ad una figura che a Castelnovo ne' Monti da qualcuno non è stata per niente dimenticata. In particolare da alcune persone che gli devono molto.

La bella e rara foto d'epoca che pubblichiamo (per la quale ringraziamo Benito Vanicelli), probabilmente risalente agli anni '30 del secolo scorso (un giovane e ben riconoscibile Pasquale Marconi, classe 1898, ci aiuta in questa collocazione temporale), ritrae alcuni personaggi castelnovesi.

In particolare appuntiamo la nostra attenzione su Giuseppe Pallai, che vediamo sulla destra, con gli occhiali. In tempi di magra, subito dopo l'ultima guerra mondiale, c'era per tanta gente il problema di sopravvivere, giorno dopo giorno. Ebbene, la generosità di Pallai si traduceva in doni, a chi chiedeva, di generi come farina, pane... Insomma, quanto necessario per il sostentamento quotidiano. Era un periodo in cui la fame mordeva.

Per decifrare meglio l'immagine abbiamo interpellato un cultore come Umberto Casoli, 82 primavere ben portate, che quindi una buona fetta dei personaggi e degli avvenimenti castelnovesi li conosce bene.

Ci ha detto Casoli: "Ho osservato la foto con cura ed ho riconosciuto, vicino a Marconi, l'ing. Annigoni (stempiato), che ha progettato molto dell'ospedale ed ha insegnato per anni alle scuole commerciali. A fianco dell'ing. Annigoni c'è uno dalla faccia tonda che ride e che col braccio un poco alzato pare faccia le corna a quello serio che è davanti (in prima fila). Secondo me è Giovanni Grasselli, che ha sempre affiancato Marconi con mansioni amministrative ed è stato un perno dell'ospedale. Era persona affabile, spiritosa e dopo la guerra (ultima) aveva comprato una moto Bsa con la quale si recava anche in città. In una di queste occasioni, un vigile lo fermò per contestargli una infrazione e lo apostrofò così: 'Ma chi le ha insegnato ad andare in moto?'. 'Nessuno - rispose Grasselli - ho imparato da solo!'".

Riprende il nostro intervistato: "Il primo a destra, nella foto, è il nostro cav. Giuseppe Pallai che mi pare abitasse a Burano dove ancora esiste il suo 'palazzo'. Era un grosso proprietario terriero ed uno dei più facoltosi del nostro comune. Non mi risulta sia mai stato sposato ed ha avuto per anni una governante di nome Maria (credo), alla quale deve essere andata buona parte o tutta l'eredità. È stato membro del comitato per il monumento ai caduti (quello su Monte Bagnolo, inaugurato nel 1927, ndr) e forte sostenitore della Croce Verde, ai cui veglioni di carnevale e fine anno non è mai mancato. Non ha mai posseduto un'auto perché 'ha sempre aspettato l'ultimo modello'!!! Si diceva di lui che non avesse mai fatto i conti con i suoi mezzadri e a chi di questi glielo ricordava pare rispondesse: 'Voi mai dit ed no quand i mi dmandaa di sold?'". Come anticipavamo, "era noto per la sua ricchezza - conclude Casoli - e a chi chiedeva un po' troppo (per esempio ai figli) si rispondeva comunemente 'in sun mia Palai, veh'".

 

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3 Commenti

  1. Bella la foto, ma il commento merita alcune precisazioni. Il nome completo era Giuseppe Pallai Cavalieri. Chi volesse sapere il perché dei due cognomi potrà leggere il mio articolo dal titolo “Com’era verde la mia valle” pubblicato nel numero 174 di “Tuttomontagna”. La famiglia Pallai Cavalieri si trasferì a Burano negli anni Venti, prima abitava a Maillo dove Giuseppe era nato nel 1892. Il detto popolare “in sun mia Palai” si riferiva alla sua ricchezza, invece non ricordo di aver sentito parlare di doni ai bisognosi. Eppure mio padre e i miei fratelli maggiori lo conoscevano bene e frequentavano la casa di Burano, dato che la mia famiglia conduceva a mezzadria il suo podere di Fontanabuona. Contabilità delle annate agrarie: già a partire dai primi anni Cinquanta furono chiuse (almeno quelle della mia famiglia), ma solo a fine anno, dopo la liquidazione del latte conferito alla latteria. Il ricavato di tutte le vendite effettuate durante l’anno, bestiame o altro, veniva incassato dal padrone e se il mezzadro aveva bisogno di soldi doveva andarli a chiedere col rischio di chiedere dieci e di ricevere molto meno. A tal proposito conservo un ricordo molto forte. Nell’autunno del 1958 emigrai per la prima volta a Milano. Avevo 15 anni e dovevo essere vestito da capo a piedi. I miei genitori mi portarono nel negozio dei fratelli Giovanelli e mentre mamma sceglieva papà andò a cercare il padrone (lui lo chiamava “padroncino” fin dai tempi della loro infanzia trascorsa insieme a Maillo) per chiedergli i soldi che servivano per pagarmi i vestiti. Tornò bestemmiando perché non aveva ottenuto tutto ciò che aveva chiesto. Si converrà che erano situazioni piuttosto umilianti. Altro discorso per il 3% in più al mezzadro nel riparto di fine anno, come previsto dalla legge 1094/48. Resistette come quasi tutti gli agrari e ricordo una forte arrabbiatura del mio fratello più vecchio di ritorno da Burano dove aveva discusso proprio quel tema. Grazie a ricordi di famiglia a me risulta che in tarda età abbia sposato Giuseppina Bonilauri, che lavorava nella sua casa con la sorella, adottandone poi la nipote che ereditò tutto, anche i cognomi. Infatti si chiama Giuditta Pallai Cavalieri Fagnani. A Giuseppe Pallai Cavalieri mi sono ispirato nel creare il personaggio Tolmino Varini, presente sia nel romanzo “Il profumo della farina calda” sia in “Era bionda l’altra Valentina”. La lettura dei due libri può essere utile per conoscere meglio i fatti di quei tempi, compresi i rapporti tra agrari e mezzadri. E’ storia nostra che anche i giovani dovrebbero approfondire. Grazie per l’ospitalità.

    (Armido Malvolti)

    —–

    Grazie al lettore del contributo. Precisiamo, circa i “doni”, che non abbiamo scritto a vanvera ma dietro circostanziate testimonianze (che anzi sono state lo spunto per la pubblicazione del pezzo). Che poi magari non tutti ne abbiano beneficiato o che qualcuno abbia ricordi in dissonanza naturalmente ci sta.

    (red)

  2. Come mi piacciono questi articoli, così come mi è piaciuto il commento del signor Armido Malvolti. Questa è la storia che si ricorda meglio, quella raccontata come se fosse una fiaba. Bravi, complimenti.

    (MB)

  3. Permettemi di presentarmi, sono un Pallai di Collagna, il Pallai sopra citato era originario di Collagna ed era primo cugino di mio padre, figli di fratelli. So che mio zio Michele padre di Giuseppe aveva sposato una Cavalieri e che si era trasferito a Maillo. Questo mio parente non lo conoscevo, ma sapevo che nel comune di Castelnovo c’era un Pallai, in quanto miei colleghi di lavoro castelnovesi me ne parlavano. In quanto all’eredità, una parte è andata ai tre cugini di Collagna che erano ancora in vita: mio padre e due cugine. Ho voluto dire anch’io qualcosa a riguardo di un parente anche se non lo conoscevo. Grazie per avermi dato la possibilità di parlarne.

    (Giuseppe Pallai)

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