Dibattito / “Assetto politico-istituzionale del nostro Appennino non all’altezza della situazione”

RobertinoRiceviamo e pubblichiamo.

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In questi giorni abbiamo letto sulle pagine di questo giornale l'’opinione di chi ritiene che il superamento della Comunità montana sia stata la giusta e normale conseguenza di una nuova stagione contrassegnata  dalla “competizione” e sarebbe pertanto sterile nostalgia il non tenerne conto, così che l’'Unione dei comuni rappresenta oggi, sempre a suo dire, lo strumento più confacente per far valere al meglio le peculiarità montanare.

Un tempo la parola “competizione”, che sa un po'’ di libero mercato, era assolutamente  estranea al linguaggio della sinistra, ma poi, qualche anno fa, irruppe nelle sue fila la celebre espressione “competition is competition”. Chissà mai perché pronunciata in inglese, visto che la lingua italiana non è certo da meno; e da  allora anche in quel versante politico (sinistra, centro-sinistra o sinistra-centro che dir si voglia) se ne fa abbondante uso e fors'anche un qualche abuso, quasi ci si fosse andati convertendo al liberismo più spinto e incontrollato, mentre  anche gli economisti “liberali” suggeriscono oggigiorno un qualche “freno” e correttivo, dopo la profonda crisi in cui siamo incappati in questi anni.

Non andrebbe in ogni caso scordato che il gareggiare e competere dovrebbe quantomeno presupporre che i “contendenti” partano da condizioni tra loro abbastanza simili e bilanciate, altrimenti si tratterebbe di una “lotta” impari, dagli esiti scontati; ed è un po'’ quello che sta succedendo oggi per la nostra montagna, che parte svantaggiata e si è già vista “sfilare” mano a mano più di un servizio. E per altri, vedi quelli ospedalieri, comincia a stare col fiato sospeso, perché la legge dei numeri (abitanti, attività, ecc.) la penalizza in continuazione, fino a renderla su questo fronte sempre più perdente.

Vincerebbe senz’'altro, quanto a numeri, se valesse la somma dei suoi chilometri di strade, specie quelli che dobbiamo percorrere nello spostarci, dei suoi movimenti franosi e dissesti vari; ma questi sono indici e parametri che non contano, anzi sembrano giocare all'’incontrario, se non si riesce ad invertire o mitigare un tale sistema di calcolo.

All’epoca  della Comunità montana, specie negli anni in cui detto ente funzionava “a pieno regime”, questo divario con gli altri distretti provinciali si era decisamente attenuato e si riconosceva alla montagna una “pari dignità”, anche in virtù delle sue “ricchezze” usufruibili da tutti. In primo luogo l'’acqua che il nostro Appennino mette a disposizione dell'’intero territorio provinciale. E fu appunto secondo il principio della reciproca compensazione tra i territori che nacque il sistema dei tre poli ospedalieri, ossia Guastalla-Reggio-Castelnovo ne' Monti, a servizio dei tre bacini o comprensori, vale a dire la bassa, la città col suo circondario e la montagna, principio che purtroppo si è perso per strada.

Era un criterio traboccante di logica e di buon senso, al di là del solidarismo territoriale o della “benevolenza” verso la montagna, e che varrebbe la pena di riscoprire e riproporre, anche se a farlo dovrebbe essere ora l'’Unione dei comuni e non più la Comunità montana come avvenne allora per l'’opera tenace di amministratori riuniti in un ente che rappresentava le diverse forze politiche della montagna. Ciascuna delle quali sapeva immettervi all'’occorrenza le proprie idee e la propria “forza”, nel senso che i “successi” di quei giorni non furono una semplice coincidenza temporale, come qualcuno potrebbe pensare, o vorrebbe far credere.

Viene semmai da ritenere che la “debolezza” che sembra oggi mostrare a questo riguardo l'’Unione dei comuni possa dipendere in larga misura dal fatto che viene sostanzialmente gestita da un solo partito, una sorta di monocolore, parecchio autoreferenziale e privo di contrappesi, e simmetrico a quelli di Reggio e di Bologna, verso i quali ha poco o nullo “peso negoziale”, per intuibili ragioni di natura politica, quando si tratta di  dar voce alle specificità della nostra montagna.

Venendo all’oggi, Claudio Bucci nel suo intervento pone alcuni temi per lo sviluppo del crinale, che non vogliamo di certo sottovalutare, ma che andrebbero considerati come il “basamento” su cui innestare attività e figure più vicine al mondo d’'oggi. Vedi  le nuove tipologie del turismo e del  far vacanza, che potrebbero muovere ed attirare non pochi visitatori anche da fuori  e pure dall'’estero, vista la particolare bellezza ed integrità del nostro Appennino.

La viabilità è uno strumento essenziale per la mobilità di chi vive in montagna, in ordine al quale da anni ci stiamo battendo, ma oggi la relativa programmazione deve guardare anche verso il mare e pensare inoltre ai collegamenti con le  aree attrezzate di Reggio, dove molti montanari si recano per lavoro, ecc.…, perché altrimenti il completamento della Bocco-Canala, pur importante che sia, rischierà di rimanere un’'opera monca o quasi. Ma noi non sappiamo nulla sul cosa stia progettando in merito l'’Unione dei comuni, quando è noto che la programmazione in questo campo va fatta con largo anticipo per poi andare in cerca delle coperture economiche ed arrivare così a rendere cantierabili gli eventuali interventi.

Per mantenere i giovani in montagna la banda larga è sicuramente un intervento prioritario, ma dobbiamo anche dare loro la speranza nonché gli strumenti  per tornare ad  impegnarsi e ad investire sul nostro Appennino, anche perché  l'’aver conseguito il diploma o la laurea  non basta più per trovarvi occupazione. Ma se vi sono gli stimoli giusti ci si può anche impiegare in attività non affini al proprio titolo di studio. In buona sostanza, sono convinto che il cambio di passo per il futuro del nostro Appennino abbia bisogno anche di nuovi stimoli culturali, di fiducia, di opportunità vere e sostenibili e di un nuovo cambio politico-istituzionale, che in questi anni non è stato alla altezza della situazione.

(Robertino Ugolotti, capogruppo "Progetto per Castelnovo ne' Monti")

 

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Un Commento

  1. Credo anch’io che un po’ di nostalgia non guasti, perché vedrei il futuro della nostra montagna come qualcosa di plurale, cioè un insieme che veda, da un lato, la naturale e necessaria attenzione al nuovo e, dall’altro, la salvaguardia ed il recupero di tutto quel passato, fatto di valori, tradizioni, mestieri, ecc., che può benissimo convivere col presente, anzi lo completa e lo fortifica, ed esempi del genere non mancano, dentro e fuori i confini nazionali. Ritengo altresì che, oltre agli incentivi economici di natura pubblica – che sono sempre i benvenuti e che sarebbero comunque un buon investimento per i derivanti ritorni socio-economici sul territorio – vi sia altrettanto bisogno di nuovi impulsi culturali e di una forte immissione di fiducia e incoraggiamento, specie nei confronti delle nuove generazioni, e verso le attività che andranno a svolgere, comprese quelle andate un po’ in disuso, e l’intera società deve concorrere a creare questo “clima”, con la politica, le istituzioni, e anche i cosiddetti corpi intermedi, che dovrebbero stare in testa e in prima fila.

    (P.B., 25.11.2015)

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