Il je accuse di Bussi: “44 enti operano sul nostro territorio, ma solo 1000 famiglie rurali vi lavorano”

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In settembre si è svolto a Castelnovo il convegno su Una montagna connessa, sfide e opportunità nello sviluppo di reti per le telecomunicazioni in Appennino.

Una forte attrazione viene esercitata dalle cifre di spesa pubblica destinata a estendere la banda larga, solo il Programma di Sviluppo Rurale dell’Emilia-Romagna stanzia più di 50 milioni di euro per aumentare la velocità del collegamento con Internet nelle zone rurali. In proposito conviene guardare all’esperienza fatta in altre regioni che hanno scelto un’altra tecnologia che abbassa i costi per accedere alla rete. Ma il primo problema è la patologia della pubblica amministrazione (PA) con tanti organi separati a geometria variabile inseguiti dalla figura del Sindaco onnipresente. Finché si deve curare l’immagine non si riforma e non si programma niente.

44 attori pubblici agiscono sul territorio rurale dell’Appennino reggiano

4 Assessorati della Regione Emilia-Romagna (Agricoltura-Forestazione, Ambiente-Assetto idrogeologico, Sanità-Sicurezza alimentare, Programmazione territoriale)
3 Assessorati della Provincia amministrata dai Sindaci si occupano di Pianificazione territoriale, Promozione del territorio, Ambiente
1 Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura fornisce l’Osservatorio economico sull’Appennino, il Registro imprese, la Borsa del formaggio, Contratti di rete, alcuni incentivi
1 Consorzio di Bonifica dell’Emilia centrale (comprende alcuni Comuni delle montagne modenese e parmense) amministrato anche da tre Sindaci designati dai Sindaci in Provincia
1 Ente Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano intento a progettare il futuro, la sua gestione dipende dallo Stato, dalle due Regioni e dai Sindaci dei comuni inclusi in questo territorio
1 Consorzio Fito-Sanitario provinciale, avverte sullo sviluppo delle malattie nei vegetali
1 GAL-Gruppo di Azione Locale dell’antico Frignano e dell’Appennino reggiano agisce sui 13 Comuni che facevano parte della Comunità Montana (non solo i 10 dell’Unione Montana)
15 Comuni e Municipalità (il numero comprende quelli aboliti che conservano le loro Municipalità)
4 Unioni di Comuni (l’Unione montana e quelle di Vezzano con Albinea e Quattro Castella, di Baiso e Viano con Castellarano e Scandiano, di Canossa con S. Polo e Montecchio)
4 Distretti sanitari (di Castelnovo, Montecchio, Reggio Emilia, Scandiano) stabiliscono compiti di stalle e caseifici e sono amministrati dai Comitati di Distretto composti dai Sindaci
1 ARPAE-Ag. Reg. Prevenzione Ambiente Energia dall’1-1-16 si occupa di tutto, compreso l’ambiente di lavoro, per gestire Nodi, autorizzazioni e concessioni in rapporto con Autonomie locali (Sindaci)
2 ATC-Ambiti Territoriali di Caccia per la montagna e per la collina agiscono sulle relazioni tra ambiente-avifauna-agricoltura, prima controllati dalla Provincia (Sindaci) poi dalla Regione
1 Area MaB-Unesco entità recente sostenuta dai Sindaci per valorizzare quel rapporto equilibrato tra uomo e biosfera raggiunto nel tempo da chi realizza il primario dell’Appennino reggiano e adiacente
5 amministrazioni statali o interregionali per fisco, previdenza, formazione, salute e smaltimento dei rifiuti (oltre 5 milioni di ton di rifiuti urbani accumulati in questo Appennino ammorbano l’aria e scolano su acque sottostanti da prelevare, su acque superficiali da irrigare, con l’assenso dei Sindaci)

10 organismi controllano il settore primario per Ambiente-Albero-Agricoltura-Alimentazione

Guardia di Finanza, tre corpi specializzati dei Carabinieri NOE, NAS, Corpo Forestale dello Stato (dal 1-1-16 inserito nell’Arma), Polizia provinciale, Vigili del fuoco, Polizia municipale, due organi volontari di Guardie Ecologiche, Organismo Controllo Qualità del Parmigiano Reggiano (altri…)

10 organizzazioni private assistono le aziende del primario nei confronti della PA
4 per le aziende agricole, 2 per le cooperative, 2 per gli artigiani dell’alimentare debbono sbrogliare le procedure calate dalla PA locale, regionale, statale su chi opera nel settore primario, inoltre c’è l’obbligo del veterinario privato per seguire stalle, porcilaie, arnie e poi occorre il progettista e…

1000 famiglie nell’Appennino reggiano raccolgono l’erba, il legno, li trasformano in cibo, energia e per rispondere alle procedure richieste dagli apparati di un enorme disservizio pubblico e spendono tra 1/4 e 1/3 di quanto ricavano dall’unica risorsa rinnovabile (il sole)

Enrico Bussi dei RUrali REggiani

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2 Commenti

  1. Attenta e precisa la sommatoria di enti fatta da Enrico Bussi, ora però e il momento della proposta per togliere troppa burocrazia e creare enti snelli e operativi, per dare slancio al nostro Appennino.

    (Robertino Ugolotti, capogruppo lista civica “Progetto per Castelnovo ne’ Monti”)

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  2. I dati forniti dal dr. Bussi sono molto interessanti e anche eloquenti, e lo sarebbero intuibilmente ancor di più se potessimo raffrontarli con quelli del passato, vedere cioè l’andamento che ha avuto negli ultimi decenni l’esodo dalla terra e capire anche quale è oggi la dimensione o percentuale delle aree incolte rispetto a trenta/quarant’anni fa (anche se la definizione di questa cifra può essere forse piuttosto indaginosa). In ogni caso, basta guardarsi intorno per avere la sensazione che i terreni coltivati stiano progressivamente diminuendo di anno in anno, se non interverrà una inversione di tendenza, il che può anche non dispiacere a chi preferisce un territorio lasciato al naturale, ma preoccupa invece quanti altri ragionano all’opposto, perché ritengono importante che la terra venga lavorata così da darci i suoi prodotti alimentari o che tali diventeranno dopo essere stati trasformati. Per chi la pensa al secondo modo, l’ideale sarebbe che ritornasse a crescere il numero delle aziende agricole e che la loro redditività consentisse di dedicarvisi a tempo pieno, cioè come occupazione principale – con particolare riferimento a quelle nuove che avessero a nascere – perché ciò stabilizza maggiormente la tenuta di un territorio, ma se l’obiettivo è quello di contenere il più possibile l’aumento degli incolti si dovrebbe intanto contare anche su chi svolge in via principale un altro mestiere o professione, ma nel contempo mantiene in attività campi ed appezzamenti che, per fare un esempio, i rispettivi genitori e famigliari non sono semmai più in grado di seguire o che eventualmente si trova ad aver ereditato. In questi casi, tuttavia, salvo mia disinformazione, non si ha diritto ad alcuna “provvidenza”, intesa come incentivi, indennizzi, ecc., non configurandosi gli interessati come imprenditori agricoli, mentre potrebbe forse valer la pena di considerare la possibilità di non escluderli a priori, anche per incoraggiare detta loro pratica, pur mettendoli ovviamente in coda alle aziende agricole. Il tema può comunque riservare una qualche complessità e non mi dispiacerebbe quindi sentire in proposito l’opinione del dr. Bussi, quale conoscitore della materia. Quanto al “togliere troppa burocrazia e creare enti snelli e operativi”, come indica il primo commento, potrebbe tornare utile anche qui un confronto col passato, dal momento che l’esperienza acquisita in questi anni mette nelle condizioni di vedere quali semplificazioni introdurre, mantenendo quanto può oggi servire ma riconducendolo nondimeno all’essenziale.

    (P.B.)

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