In nome del padre, dell’assassino

Il fatto di cronaca di questi giorni sul giovane ucciso a coltellate e preso a martellate durante un festino a base di cocaina e alcol da parte di due giovani coetanei lascia sbalorditi. E' successo a Roma, in una palazzina anonima, una sera qualsiasi. Due amici complici nel bisogno di "far male a qualcuno" invitano a un droga party un conoscente. Così tanto per fare. E appena lo vedono riconoscono in lui le caratteristiche della vittima. Basta uno sguardo, confessa uno dei due assassini, e capiamo che è lui il predestinato. Questo il fatto aberrante, disumano. 1.800 euro di cocaina investiti per la serata.

Tuttavia c'è un fattore ancora più inquietante in questa vicenda: la presenza del padre, un piccolo imprenditore romano, di uno dei due assassini in un talk show che impassibile racconta del figlio, facendone un ritratto di ragazzo modello, dando la colpa dell'efferato delitto alla grande quantità di cocaina assunta. Fine.

Sapeva che il figlio fosse alcolista, sì. Ma infatti lo aveva mandato da uno psicologo. E gli avevano pure ridato la patente al figlio modello. Quindi il problema era risolto, secondo il padre. A 29 anni il figliolo era fuori corso all'università, ma lavoricchiava per le aziende di famiglia, era un autodidatta, insomma sì, un gran bravo ragazzo.

Ora, se una persona ha un problema grave con l'alcol non va una manciata di volte da uno psicologo, ma si rivolge a strutture mediche quali il Sert ad esempio, a un alcologo, e fa un percorso idoneo al problema. Non è un padre che manda il figlio adulto dallo psicologo. Deresponsabilizzandolo delle proprie scelte. Ma l'adulto che consapevole di avere il problema, sceglie di farsi aiutare.

Questa vicenda urla cecità. Il padre dell'assassino che in TV ne fa un ritratto edulcorato rivela una paternità depotenziata, che in extremis vuole narrare una favola a lieto fine, dove il cattivo lo è per sbaglio, per colpa del babau droga. Un incidente di percorso in una vita "normale".

Accettare che il proprio figlio sia un criminale è una delle prove più difficili per l'essere umano. Il padre con la sua impassibilità attua un meccanismo di difesa definito negazione. Chi guarda e riflette non può fare a meno dal chiedersi su quale sistema valoriale stiamo investendo. Valori capovolti dove importante è lavare l'immagine di se stessi come padre e del proprio figlio omicida in TV. Della vita del ragazzo ucciso si parla meno, come se non contasse. La superficialità imperante, a tratti sostenuta dai media, impone una riflessione che va al di là della rabbia e sbigottimento che può suscitare questo padre cieco.

Ed è una riflessione sulla vulnerabilità. I due assassini a caccia di qualcuno a cui fare male richiamano il rituale del safari nella riserva. La ricerca di una vittima sacrificale mette in scena l'uccisione della propria vulnerabilità negata e annegata dentro la droga? Un esorcismo? Uccido la fragilità dell'altro per negare la mia? Il bullismo estremo non è altro che una fuga da se stessi, dalle proprie debolezze proiettate sulla vittima di turno, fragile e indifesa. E chi è indifeso scatena in queste personalità distorte la sete di maltrattamento, in questo caso di morte. Uccidere la propria parte debole, negata, aborrita, nell'altro che me la specchia. E poiché questi assassini feroci sono ancora più deboli della vittima prescelta, hanno bisogno di un'illusione di potere. Ottenuto con la violenza, ma artificiale e finto.

E altrettanto questo padre inquietante. Nasconde se stesso e suo figlio in TV, cambiando il nome alle cose. Facendo il lifting al fallimento e all'orrore.

Ameya Gabriella Canovi

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5 Commenti

  1. Bellissimo come tutti gli altri suoi articoli, Dottoressa. Nessuna parola lasciata al caso ma centellinata e piena di contenuti, importanti concetti sui quali fare lunghe riflessioni. Ma ciò che mi ha colpito di più è stato il suo richiamo al fatto che si parla sempre dei carnefici e mai delle vittime. Ricordo come io stessa feci lo stesso pensiero ai tempi del processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito. In tv si sentivano solo questi due nomi e mai il nome di Meredith Kercher. Questa cosa mi indignava profondamente e mi faceva molta rabbia. Il caso mediatico che ne emerse, fece si che, alla fine, i due divennero quasi dei divi, nonostante ciò che era successo. Siamo veramente un branco di pecore. Ma tornando alle sue parole, ai pensieri sulle nostre debolezze e vulnerabilità proiettate sull’altro… ma ci rendiamo conto che per un motivo o un altro, tutti noi abbiamo debolezze e siamo vulnerabili? Tutti noi, in un modo o nell’altro proiettiamo tutto ciò sull’altro che, inconsapevolmente diventa la nostra vittima? E non c’è bisogno di arrivare all’estremo male dell’omicidio. Lo facciamo tutti, tutti i giorni, senza nemmeno accorgercene. Ma allora dove sta la soluzione? Come lei mi diceva l’altro giorno, iniziando a parlarne da piccoli, nelle scuole, in famiglia. Insegnare ai bambini l’amore, prima verso se stessi e, di conseguenza verso il prossimo, la vita, la natura e il nostro mondo. Questo sarebbe l’investimento più importante e “redditizio” per il futuro di tutti noi e dei nostri ragazzi. Non credo che ci voglia un genio per capirlo. A scuola si dovrebbe inserire la materia “amore” e le cose andrebbero meglio per tutti.

    (M.B.)

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  2. Concordo M.B. L’educazione affettiva va portata nelle scuole in età precoce, che insegni a non fuggire dalla fragilità, ma a riconoscerla, e a chiamarla per nome.

    (A.)

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  3. E’ raccapricciante, e si somma all’orrore per il fatto, anche la scelta di un conduttore televisivo di invitare questo padre, e incredibile che il padre accetti. Per la televisione pubblica tutto questo è normale? In quale pozzo siamo precipitati?

    (Dalmazia Notari)

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  4. I genitori privi di obiettività sono oramai all’ordine del giorno. La domanda, semmai, è un’ altra: Come può avere educato correttamente il proprio figlio un padre di questo genere ? Oppure una madre come quella di Boetcher ( caso dell’acido) che ammette solamente che il proprio figlio è un “porco” in seguito alla visione diretta delle sevize inferte alla fidanzata Martina? Credo che ci sia ben poco altro da dire.

    (il fumoso)

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  5. Non sono tanto d’accordo sull’affermazione che ci si debba affidare al sert per risolvere un problema psicologico. Penso che chi ha un problema, abbia bisogno di sentire che c’è qualcuno a cui importa davvero di lui e del suo problema, cosa che purtroppo, almeno in qualche caso, queste strutture sembrano non garantire. E così mi sono trovata qualche volte a lunghe conversazioni telefoniche con chi si sentiva solo e depresso e sono giunta alla conclusione che dove non sono necessari i farmaci ci sia solo la necessità di qualcuno che si prenda cura di te; anche qualcuno come me, che non ha alcuna competenza o particolare ingegno,ma che ti vuole bene. Per questo mi è sembrato agghiacciante quel padre che in quella situazione ha pensato di andare in tv calmo e ben sistemato come se una cosa così orrenda riguardasse un estraneo.. Suo figlio per l’appunto, un estraneo.

    (gabriella)

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