Ma non c’è proprio proprio più la speranza di mantenere la casa della carità di Busana (cioè con le suore)?

Una fotografia sfuocata che si presta bene a rappresentare l'attuale realtà della casa della carità di Busana. Ma c'è anche quella luce...

Questo il titolo comparso sul giornale “Oltre la Sparavalle”, espressione delle comunità cristiane della montagna occidentale del nostro Appennino: “Casa della carità, un difficile cammino. Dieci mesi di sofferenza, attesa, speranza, delusione, amarezza e…”. E poi?

Riprendiamo dunque il contenuto. Per rifare un po’ di cronaca a chi non conosce le cose appunto “oltre la Sparavalle” (in questo senso a valle di essa).

“Don Filippo e Suor Ines, a nome del Consiglio generale della congregazione mariana, presentarono al Vicariato la proposta di ritirare le suore, motivando la scelta con la scarsità delle vocazioni, l’aumentare del numero di sorelle anziane e ammalate, la necessità di ridimensionare o modificare lo status di alcune case come quelle di Castellarano, Cella e appunto Busana. Il previsto arrivo nel nostro territorio di due sacerdoti, Fratelli della carità, avrebbe comunque mantenuto una continuità con l’esperienza sin lì vissuta, continuando ad offrire un segno di carità ed uno stile di vita particolare. Chiesero inoltre di pensare ad un diverso modo di gestire quella che non avrebbe più potuto essere ‘casa della carità’ ma si sarebbe trasformata in ‘casa famiglia della carità’”.

“Immediatamente alcuni rappresentanti del Vicariato si ritrovarono e s’interrogarono sul cammino compiuto dalla casa in questi quarant’anni, giungendo ad una serie di considerazioni che, attraverso una lettera, cercarono di condividere con il Consiglio generale della congregazione. In essa veniva ricordato il ruolo assunto dalla casa in questo lungo periodo, un ruolo molto importante sia a livello ecclesiastico e pastorale che sociale, prima nella Parrocchia di Busana e successivamente nel Vicariato. Si sottolineava come don Trentino, coadiuvato dalla sua perpetua Maria, avesse fortemente voluto un segno di carità per la sua comunità e per le zone vicine, al punto di mettersi in gioco in prima persona, precedendo anche l’arrivo delle suore, le quali, attraverso suor Nazzarena prima e le altre sorelle successivamente, hanno fortificato questo segno con accoglienza e con gioia, fiduciose nella Provvidenza, pronte ad affrontare, giorno dopo giorno, difficoltà materiali e povertà spirituali”.

“Si rammentava – si legge sempre nel periodico – che negli ultimi anni, anche dopo l’arrivo dei Fratelli della carità nella zona di Ligonchio, la casa aveva assunto uno sguardo vicariale e aveva molto promosso cammini molto significativi per il crinale: il centro di ascolto Caritas, l’oratorio, la presa di coscienza di essere una sola entità, il confronto, le decisioni comuni necessarie ad affrontare l’emergenza causata dal terremoto, l’opportunità, data ai bambini e ai ragazzi che si preparavano ai sacramenti, di conoscere un luogo dove sperimentare la gratuità e l’Amore”.

“Si faceva presente che tanti ospiti hanno potuto concludere la loro vita in modo dignitoso, sereno e riconciliato con Dio, con gli altri, con se stessi e che tante persone hanno potuto esercitare la carità o comunque avere l’immagine di una Chiesa disponibile e aperta a tutti. Si invitava a non ragionare basandosi semplicemente sul numero di ospiti e ausiliari, perché il risultato non avrebbe che potuto essere negativo, non tenendo conto della ricchezza di ciò che era stato vissuto con semplicità e con i pochi mezzi a disposizione. Si chiedeva, infine, di considerare la realtà: un territorio particolarmente disagiato a livello sociale e spirituale, nel quale sono necessari segni veri di unità e di promozione del bene comune a tutti i livelli, esempi di coerenza e dignità, opportunità di scoprire l’amore di Dio per coloro che non frequentano la Chiesa e punti di riferimento per i cristiani che vedono diminuire drasticamente i loro pastori”.

Ancora: “Le difficoltà del nostro ambiente venivano proposte come una sfida a ripensare il futuro di una casa che avrebbe dovuto essere rafforzata e non privata della presenza delle suore. Questo invito, però, non è stato raccolto, neppure dopo la visita pastorale del Vescovo Massimo, al quale, in ogni incontro, è stato chiesto un aiuto; nemmeno dopo che il nostro pastore ha domandato a sua volta alla congregazione di riflettere nuovamente e di trovare, se possibile, strade alternative”.

“A distanza di tanti mesi e dopo un periodo di sofferenza ed incertezza, nell’attesa di una decisione definitiva, è giunto il tempo di affrontare una spiacevole realtà: le suore se ne andranno e, solo se ci saranno disponibilità di famiglie o di singoli a “prenderne il posto”, il Vicariato potrà pensare a costruire qualcosa di uguale ma diverso, oppure sarà la fine di un cammino quarantennale, che nessun montanaro avrebbe voluto veder concludersi. Soprattutto chi ha vissuto il dono e la grazia di avvicinarsi alla casa della carità sente il peso di questa nuova situazione e, guardando gli ospiti, prova un dolore intenso, pensando a loro, che già percepiscono la precarietà, e al futuro che li attenderà. Il rammarico, considerando la poca chiarezza che ha accompagnato questo percorso, è grande e resta un senso di amarezza nel vederci ancora una volta disconosciuti. L’equazione fratelli=sorelle, pur riconoscendo il grande valore dell’operato dei primi, non è corretta, perché si tratta di presenze diverse e complementari. Ciò rende, di conseguenza, poco comprensibile questa decisione che, nonostante le rassicurazioni, sembra essere dolorosa solo per chi la sta subendo”.

“E adesso, che si fa? Innanzi tutto, la preghiera. Non per smuovere le montagne, non per fare cambiare idea, non per chiedere miracoli, ma piuttosto per smuovere le nostre coscienze: la preghiera per stare in ascolto del Signore. Poi, il porci una domanda: e io, Signore, in questa situazione cosa posso fare di mio? Mi sento di raccogliere una sfida? Mi sento di affrontare una provocazione?”.

“E’ vero, siamo in una situazione deficitaria sotto tanti aspetti, sotto tutti gli aspetti: la situazione geografica, le distanze, il numero di abitanti, l’età media alta, le poche nascite… Sono tutti fattori insormontabili se noi li vediamo con gli occhi e la prospettiva di sempre. Forse il grosso sacrificio che ci viene dato ci può aprire a nuove strade mai pensate prima”.

 

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Un Commento

  1. Pur comprendendo che se non vi sono possibilità materiali del mantenimento in loco delle suore, stante le vocazioni in calo, poco davvero si può fare, l’articolo però si presta ad una piccola riflessione. Vediamola insieme alla vicenda dell’ospedale di Castelnovo, che è in corso di ridimensionamento da almeno due decenni; vicenda che sta toccando l’acme proprio in singolare coincidenza di tempi. I servizi (sia civili che ecclesiastici, a questo punto), uno alla volta, se ne vanno dalla montagna (chiamo “servizio” una casa della carità solo per comodità di discorso, spero di essere compreso). I motivi possono essere diversi: a volte nascosti e a volte più comprensibili, a volte ammantati di nobili ideali ma per celare più elementari necessità di cassa. Penso che su questo pochi abbiano dubbi. Il problema alla fine è il solito. Se si prendono i numeri della montagna (abitanti, nascite, ecc.) non c’è altra soluzione che deportare tutti in pianura. Ma se gli intenti – dichiarati, ripetuti, ribaditi, in tutte le salse e sedi, anche con la Regione in trasferta a Castelnovo – da amministratori di tutte le risme, onorevoli, ecc. di valorizzare ed aiutare la montagna a sopravvivere, allora diciamo che, come dire, si nota – con difficoltà, sì, ma si nota – un po’ di incoerenza tra parole e fatti. Montagne di parole. Aria ai denti. Una volta defunta la montagna, con paesi e borghi disabitati, lo stesso qualcuno dovrà comunque venirci a lavorare, facendo il pendolare a rovescio: bisognerà sistemare frane, regimare acque, che hanno il difetto di non riuscire a farlo da sè… per salvaguardare valle, naturalmente. C’è qualcuno, nelle stanze “che contano”, che invece di sbuffare e scocciarsi “al capis quel”? Sempre con immutata deferenza ai nostri capoccia.

    (G. Romei)

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