Riflettendo sui miracoli, Aristide Gazzotti scrive dalla casa de los niños in Bolivia

Sul crinale del dolore che percorriamo ogni giorno ci troviamo continuamente a chiedere miracoli, tante sono le situazioni difficili in cui ci imbattiamo o di cui veniamo a conoscenza. E ci dibattiamo: i miracoli li dobbiamo chiedere a Gesù o ai medici dei nostri bimbi, dei nostri cari?

Infatti, durante la sua vita Gesù è passato facendo tanti miracoli. La gente andava da Lui soprattutto per questo motivo: per essere guarita.

Ma Gesù non ha sanato tutti. E, se ricordo bene, Gesù ha ridato la vita a solo a tre persone che poi, in tutti i modi, hanno affrontato di nuovo la morte…

E poi Gesù a un certo punto se n’è andato lasciando nelle mani dei suoi anche questa facoltà di fare miracoli, facoltà che si è andata diluendo molto nel tempo. Anche Pietro e Paolo fecero il miracolo di ridare la vita: a una bimba e a un ragazzo.

Difficile affrontare con lucidità questo tema dei miracoli.

Nel fondo il miracolo può apparire come un’ingiustizia: perché il tratto non è uguale per tutti.

E poi sorgono tante domande: perché Gesù non ci ha aiutati in quella circostanza dolorosa? Perché non ci ha ascoltati? E’ questione della nostra poca fede? Di poca insistenza nella preghiera?

Il Vangelo sembra contraddittorio su certi punti: “Chiedete e vi sarà dato”. “Se avrete fede come un granello di senape potrete chiedere a quella montagna di spostarsi nel mare”. “Certi demoni si scacciano solo con la preghiera e con il digiuno”.

Ma la realtà è diversa, molto più cruda. Non comprendiamo bene il senso di quelle parole del Vangelo che sembrano irrealizzabili…

Ci fa bene ricordare che anche Gesù chiese un miracolo per sé la notte prima di morire: “Padre allontana da me questa prova così dura…”. Ma il Padre non l’ascoltò quella volta… E Gesù poche ore dopo morì…

Il 25 aprile mi fa tornare alla mente il piccolo Luciano. Aveva solo 7 anni quando morì quel martedì pomeriggio del 25 aprile del 2006. Ero stato con lui giorno e notte nell’ospedale di Santa Cruz gli ultimi 10 giorni. Il venerdì mattina precedente i medici erano riusciti a rianimarlo. E me lo spiegarono loro stessi così, ricordo bene le loro parole: “Era già morto ma siamo riusciti a ridargli la vita”: ci diedero una grande speranza quelle parole. Ma poi la sua vita fu appesa a strumenti da cui non riuscì più a staccarsi… Quanto abbiamo pregato per lui… in quelle lunghe ore di ospedale… E quanti mesi di silenzio e di incredulità dopo la sua partenza…

Ricordo anche l’esperienza con Maira, 18 anni, e con Paola, 24 anni. Le loro malattie erano ormai incurabili. Ebbero il tempo di rendersene conto e questa coscienza ci ha permesso affrontare insieme a loro, con serenità e chiarezza, il tema della morte, della partenza al Cielo e, parlandone, capimmo meglio anche il senso del nostro camminare su un crinale con le diverse prospettive che il crinale di una montagna offre alla nostra vista, di qua e di là…

Inutili i ragionamenti, inutili le preghiere, inutile la nostra poca fede, inutile chiedere?

Non credo. Pensare, pregare, credere e chiedere sono espressioni del nostro amore che forse è un amore debole, ma diventa sincero e forte, e si purifica proprio grazie a questi nostri atteggiamenti davanti al dolore di altri. E allora anche il nostro camminare sul crinale del dolore si fa più lucido e dà maggior impulso al nostro animo.

Quando qualche mese fa Giulietta, una mamma amica di quasi 50 anni, chiese la mia presenza al suo capezzale, stremata nelle forze per una malattia incurabile, il tempo si fermò in quella stanza di ospedale: pochissime parole, un lungo sorriso, una grande dolcezza in quella stretta di mano debole e tiepida… In quegli istanti passò la vita tra noi.

Il miracolo che chiediamo non è quello che vediamo o vorremmo.

Il miracolo è quello che si produce nell’anima di chi soffre e che noi non siamo capaci di vedere.

Noi solo possiamo stare lì, stringere e accompagnare con la nostra umile e illusa interezza.

Così si produce questo miracolo che è la trasformazione della vita nel cuore di chi soffre.

Gesù assiste a questa trasformazione. La Madonna ne gioisce.

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2 Commenti

  1. Caro don Aristide, da Felina leggo con piacere la Sua lettera e La ringrazio di cuore; mi è di aiuto per la meditazione personale e la preghiera per gli ammalati della Sua casa e di tutti gli ammalati più poveri. Saluti e auguri, uniti in Gesù risorto.

    (Angiolina Casoni)

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  2. Parole piene di sapienza e di fede profonda, messa in pratica ogni giorno nell’aiuto “dell’altro”. Come sempre, grazie Aristide: continua ad aiutarci a “tenere sempre stretta la veste ai fianchi e accesa la lampada”.

    (Ivano Pioppi)

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