Il profumo della mia terra / Giugno 2^ parte

Antèlami - Giugno (Duomo di Modena) 

 La ciucûna (o Ciucâna)

Restare vedovi era una doppia disgrazia, in particolare se ciò accadeva quando si era ancora nel pieno delle forze e con figli da allevare.  Ma diventava motivo di canzonatura se il superstite provava a rifarsi una famiglia. Prese una ad una le persone non giudicavano male chi si risposava, specialmente se ciò costituiva un vantaggio per i figli piccoli. Tuttavia restava, nell’intimo, un giudizio poco favorevole, che veniva poi esternato sotto forma di beffa quando si scopriva che i due si frequentavano. E questo era dovuto al fatto che in passato molti vedovi benestanti e avanti con gli anni sposavano una giovane. Veniva considerato un insulto alle leggi della natura che prevede: vecchi con vecchi e giovani con giovani.

L’usanza di fare la “Ciucûna” era diffusa in tutta la provincia ed eseguita in modi diversi. Da noi si organizzava uno strano concerto: sul fare della notte, dalle alture intorno al borgo, si sentiva un tamtam di pentole, taniche di metallo, campanacci, corni, trombe e quant'altro poteva fare rumore. Tutta la vallata doveva sapere degli approcci in corso. I gruppi di giovani si posizionavano su colline diverse e si alternavano nell’esibizione. E la cosa si ripeteva per molte sere, fino a quando la vicenda non fosse conclusa. A meno che gli interessati non si sottomettessero alla “tassa” di pagare da bere alla banda. Allora tutto finiva lì.

Non era prudente farsi cogliere in castagna dall’interessato quando si trattava di un caratterino suscettibile. I rischi variavano dalla rottura dell’amicizia ad una sonora scazzottatura. Ma se il bersaglio era particolarmente suscettibile ci poteva scappare anche una impallinata.

Si ha notizia di una ciocòna  già dal 1530, (7 Febbraio), che fu nientemeno oggetto di una grida da parte del Gubernatore di Raggio: “Si fa comandamento per parte del predicto Gubernatore, che non sia persona alcuna che ardisca né presumi de andare a fare dicta cioccona cun sorta alcuna de instrumenti a la casa de esso signor Prospero . . . sotto pena de ducati cento d’oro per el capo, et per li altri de ducati dieci …”.                                                               [Dal sito internet REGIUM storia].

 Nel 2016, tra le iniziative culturali del Comune di Vetto, è stato presentato un volume su questo argomento. L’autore è Marco Fincardi, il titolo del volume Derisioni notturne. Racconti di serenate alla rovesciaGabriele Arlotti ne ha fatto un documentato articolo su Redacon apparso l’11 Agosto 2016, sotto la voce Cultura.

 Al  bên

Scusatemi se riporto alcune formule strane di preghiera, una preghiera “a rovescio” senza indagare sull’ortodossia dei contenuti. Sono comunque formule nate e diffuse fra la gente più per divertimento che per convinzione o opposizione alla catechesi, e come tali vanno intese, indipendentemente dai concetti proposti. La fede in questi casi era … emigrata lontano. È un altro modo di esprimere quella venatura di autoironia caratteristica dei montanari, capaci di volgere in positivo ogni situazione.

Sgnûr, s’i gh’ sî,

fêm la gràsia, si pudî,

d’ salvâm l’ànma, si gh’l’ho,

e d’andâr in Paradîš, s’al gh’è!

[Signore, se esistete, / fatemi la grazia, se potete, / di salvarmi l’anima, se ce l’ho, / e di andare in Paradiso, se c’è].

 

 Santa Barbara

 I raccolti, si sa, per il contadino sono tutto. E per salvarli ci si attacca a qualunque appiglio, santi compresi:

Santa Bàrbra e San Simûn,

liberêm da lâmp  e trûn,

dal fögh e da la fiàma,

da la môrta subitànea.

          [Santa Barbara e San Simone, / liberatemi dai lampi e dal tuono, / dal fuoco e dalla

                 fiamma, / e dalla morta improvvisa].

Ma qualche buontempone, esperto conoscitore del mondo, ha così corretto:

 

Santa Bàrbra e San Simûn,

liberêm da lamp  e trûn,

e da la ràsa d’i cujûn!

            [Santa Barbara e San Simone, / liberatemi dai lampi e dal tuono, / e dalla razza  dei minchioni].

 San  Simone

Un omaggio alla fame perenne, alla voglia di satollarsi una buona volta:

In nòmne d’ pânsa, e d’ figadèl,

tûrta gròsa e brö d’agnèl!

            [Nel nome del ventre e del fegatello / grossa torta e brodo d’agnello].

Lascia un poco perplessi quel brodo d’agnello: una vera schifezza oggi! A meno che un tempo non fosse un piatto speciale come lo erano i rondoni tra seicento e settecento!

 

Filastrocca

La scoperta del viso

 Altro modo di insegnare divertendo. Col gioco il bambino impara anche a scoprire i nomi delle parti del viso:

Ucîn bel, bel,     (si indica un occhio)

cuschì l’è su’ fradèl;   (l’altro occhio)

urcîna bèla, bèla,   (un  orecchio)

custa chì l’è su’ surèla;    (l’altro orecchio)

cùsta l’è la pòrta dal frâ,    (bocca)

cuschì l’è ‘l campanlîn   (si prende fra due dita il naso)

ch’al fa: din din, din din!   (si fa muovere a destra e a sinistra).

 

Esiste una reminiscenza di un’altra versione in lingua che potrebbe essere arrivata a noi da oltre il crinale tramite i pastori o i sugherai:

Questa  è la montagna   (fronte)

e questa è la castagna;    (mento)

questo è l’occhio bello,   (un occhio)                                     

e questo è suo fratello;   (l’altro occhio)

questa è la chiesina;    ( bocca)

questi sono i fratini;    (denti)

questo il campanellin   (naso)

dindilìn, dindilìn, dindilìn!

 

C’ERA UNA VOLTA LA MONDINA

Quante sono le nostre donne che, dal dopoguerra agli anni 70, non sono state in risaia? La nostra terra non offriva sufficiente sussistenza, tanto meno denaro liquido. Per cui bisognava arrangiarsi con quello che capitava. Le più fortunate trovavano collocazione a Genova, La Spezia o Milano, presso famiglie benestanti. Le altre dovevano accontentarsi dei lavori stagionali per poi ritornare ai propri campi.  Quale fosse la vita in risaia ce lo descrive Lidia Grisanti, (1929 - 2016), di Vezzano. Ha pubblicato ‘NA VÉTA IN DIALÈTT (Bizzocchi 1997), poesie in dialetto. È stata la fondatrice del coro folk Mondine di Vezzano, che hanno all’attivo un CD pubblicato dall’ Archivio Etnomusicologico Peri di Reggio. Scriveva prevalentemente in dialetto maanche in italiano, ed ha ottenuto riconoscimenti un po’ ovunque (Iª alla Giarêda 1996).

Coro Mondine di Vezzano - Lidia è la prima a sinistra.

Attraverso gli uffici competenti chi aveva la necessità di andare a lavorare in risaia andava a prenotarsi, (mettersi in lista) per essere inserito in una squadra che partiva per la monda del riso.

Le squadre erano formate da trenta, trentacinque e anche quaranta mondine che il giorno della partenza si radunavano nella piazza del paese. Ogni squadra aveva una capa, che era anche chiamata primadonna, ed era lei che gestiva tutto il gruppo. Le mondariso partivano da casa verso il venti di Maggio e ritornavano intorno alla prima settimana di Luglio. Il periodo di permanenza era di circa quaranta giorni.

Con dei camion venivano trasportate alla stazione ferroviaria, e di lì, stipate come sardine, proseguivano il viaggio su una lunghissima tradotta, in vagoni di terza classe, dirette nelle province di Vercelli, Novara, Pavia. Alla stazione d’arrivo ad aspettare le mondine vi erano i cavallanti (uomini addetti al trasporto di erba, fieno, riso, ecc., con birocci trainati da cavalli), che erano alle dipendenze del padrone della cascina. Su questi birocci salivano le mondine con le loro cassette, e con questi mezzi di trasporto arrivavano alla cascina. Chi ha avuto la fortuna di non dovere andare in risaia stenterà, forse, a credere che le mondine fossero trattate come animali da lavoro.

Mondine di Vetto (Foto di Delfina Rabotti)

Il pagliericcio veniva riempito di paglia a volte anche umida. Il camerone ove venivano alloggiate era in realtà un fienile che d’inverno veniva riempito di fieno per il nutrimento delle mucche. Dalle fessure del tetto, pieno di ragnatele, nelle notti serene si intravedeva il chiarore della luna, e di giorno i raggi del sole rendevano afosa e irrespirabile l’aria del camerone. Quando pioveva non era raro che sul letto di qualche mondina ci piovesse, e nel silenzio della notte si sentivano i topi rosicchiare. Quell’alloggio era privo di luce elettrica e di qualsiasi altro mezzo di illuminazione. L’unico mobile era la cassetta che le mondine si portavano da casa e che sistemavano ognuna ai piedi del proprio pagliericcio. Quella cassetta fungeva da armadio, da comò, e anche da dispensa, perché dentro ad essa, oltre all’unico vestito discreto che indossavano alla domenica quando andavano in paese, c’era anche la biancheria intima e il companatico che, chi ne aveva la possibilità, si portava da casa, perché il padrone, per quaranta giorni, mezzogiorno e sera, dava solo riso e fagioli.

Non esistevano sedie o tavoli dove appoggiare la casseruola all’ora di pranzo e cena, ma, avuta la razione dalla cuciniera, le mondine si sedevano per terra, o su di uno scalino, o dovunque ci fosse un poco d’ombra, e con la casseruola in mano mangiavano quel riso il più delle volte scotto. I servizi igienici erano una siepe o un cespuglio in mezzo ai campi, e per lavarci c’era l’acqua dei canali, che abbondano in Piemonte. Nessuno osava allora ribellarsi o protestare per quel trattamento disumano perché era talmente tanto il bisogno di quei soldi, erano talmente tanti i debiti da pagare che la paura di perdere il posto di lavoro faceva accettare tutto.

 La sveglia era alle cinque del mattino e, precedute dalla capa e dal padrone, oppure dal fattore, le mondine andavano in risaia disponendosi tutte in fila sull’argine. Al grido della capa: “Dòni, zó” (Donne, giù) entravano in acqua sprofondando nella melma a volte fino al polpaccio. Le zanzare non davano pace, e non erano da meno tutti gli insetti che si nascondevano nel riso, chiamati, nel gergo: Marietèini, vampirèin, faprèst, ecc…    Questi ultimi erano tremendi perché quando mordevano un dito si addormentava tutta la mano. Ma quello che più spaventava le mondine erano le bisce. Mamma mia, quante bisce c’erano in quelle risaie! In queste condizioni le mondine, piegate in due, lavoravano fino alle nove, dopo di che, in dieci minuti di sosta, facevano colazione con una pagnotta che si portavano in risaia in un sacchetto legato alla cintura dei pantaloni. Quei dieci minuti volavano, e poi di nuovo giù fino a mezzogiorno. Alle quattordici si riattaccava, e a quell’ora il lavoro era molto più pesante e faticoso. Infatti l’acqua, che nel frattempo si era riscaldata, emanava un nauseante odore di marcio. Il sole scottava la schiena, e le gocce di sudore che scendevano dal viso si mischiavano all’acqua della risaia.

Mondine di Carniana-Villa (Foto di Ave Govi)

Dopo quaranta giorni di quella vita arrivava anche per la mondina il giorno più bello, quello della paga e del ritorno a casa. In fila davanti all’ufficio del padrone venivano pagate in contanti lire Mille al giorno (questa paga delle mondine si riferisce agli anni 1948, 49, 50) e un chilo di riso per ogni giornata di lavoro. Era usanza delle mondine nascondere quei soldi in seno, in un sacchetto di stoffa, assicurato alla maglietta con una spilla da balia. Spesso, durante il viaggio di ritorno, mettevano una mano su quel gruzzolo per assicurarsi che fosse sempre lì. All’arrivo a casa però quel denaro guadagnato in quaranta giorni di duro lavoro spariva in poche ore. Si pagavano i debiti e alle mondine rimanevano soltanto i quaranta chili di riso e, sulle spalle, tante fatiche. Nonostante i disagi, le fatiche, le privazioni le giovani mondine durante il lavoro cantavano. Col canto cercavano di dimenticare le brutture di quella vita, ed era l’unico svago che si potessero permettere perché non costava niente. Canti allegri, a volte anche canti malinconici, che nascevano in risaia, inventati durante il lavoro e tramandati poi per anni e anni, fino a quando il progresso, con l’invenzione di sofisticati macchinari, ha posto fine al lavoro manuale delle mondariso. Quei canti esistono ancora, si cantano ancora, grazie all’iniziativa di anziane mondine (le più giovani ora sono sulla sessantina) che in varie zone hanno formato dei cori, i Cori delle mondine. Lo scopo di tali iniziative, che costituiscono un momento di incontro e di svago per le mondine cantando le canzoni della loro gioventù, è soprattutto quello di fare conoscere ai giovani di oggi quelle canzoni, perché, a loro volta le facciano conoscere ai giovani di domani. I tipici canti di risaia riflettono una esperienza di vita che non si deve dimenticare.

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Un Commento

  1. Ricordo una “ciucuna” memorabile in quel di Vetto negli anni ‘70: iniziata sulle alture intorno al paese, in direzione Costaborga, trovò risposta da Casone sul monte di fronte e addirittura da Scurano, sponda parmense oltr’Enza. Una “cicuna”, quindi, interprovinciale!

    (Ivano Pioppi)

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