In tv messaggi screditanti per la forma del corpo delle ragazze. Insegniamo ai giovani ad essere amici di se stessi

Finisco di lavorare presto oggi e faccio zapping bevendo un tè. Passo su Canale 5 e vedo uno stralcio del programma "Amici". La docente di danza col fare solenne di chi si crede la verità incarnata, seduta su una sedia come su un trono, redarguisce una ragazza straniera seduta per terra che, imparo, si chiama Lauren. Con freddezza le rimprovera la sua pesantezza. Non capisco. Non può essere. Mi colpisce soprattutto il non verbale della sequenza comunicativa. La ragazza all'arrivo della docente sorride e si illumina. La Celentano non sorride mai, algida, giudicante e altera. La ragazza piano piano si rabbuia, balbetta e dice che lo sa che non c’è armonia in lei e che qualcosa non va nel suo corpo. La maestra incalza e dice che lei non è il suo ideale di ballerina e non l’avrebbe mai scelta. Lauren resta lì in lacrime piena di disagio, vergogna e dispiacere di essere come è.
Penso a quali umiliazioni abbia sottoposto se stessa la docente al punto da riproporle alla giovane ballerina. Resto incredula.
In un mondo in cui gli adolescenti sembrano posseduti dall'insicurezza questo messaggio sprezzante e totalmente privo di empatia suona come un insulto autorizzato verso una persona più debole. La pericolosità di questo atteggiamento non è solo per Lauren. Ma agisce da conferma a tutte le ragazze, e i ragazzi, che ascoltano: se non pesi poco, non vali niente.
Spengo la tivù con un senso di disagio. Mi verrebbe da dire a quella ragazza "vieni via di là". E invito a non credere a chi evidentemente non è felice di sè stesso e vuole il mondo secondo i suoi ideali. Incurante delle emozioni che suscita quando parla.

 

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Un Commento

  1. La questione “giovani”, per gli aspetti qui trattati, non è delle più semplici, e si ripropone di fatto puntualmente col succedersi delle generazioni, di volta in volta attualizzata secondo le “mode” e gli “stili”, e le problematiche, del momento, ma a me sembra che oggi si sia ulteriormente complicata anche a ragione del fatto che la nostra società è andata sostanzialmente perdendo i propri valori e modelli di riferimento, cui anche gli adulti tendevano ad uniformarsi, adeguandovi pure le rispettive “suggestioni”, e fungendo così da esempio per i più giovani, che per solito sono portati ad emulare i primi.

    In mancanza di un modello comune – che poteva sembrare anche una “gabbia”, tanto da suscitare talora insofferenza e financo avversione, ma agiva pure da “bussola” e anche da “scudo” – ognuno di noi, intendendo principalmente gli adulti che hanno maggiore autonomia comportamentale, può sentirsi autorizzato a “coniare” il proprio modello, ossia il proprio e personale modo di atteggiarsi, e di fronte a tale “pluralità” di condotte, cioè di esempi, i giovani possono anche sentirsi, comprensibilmente, smarriti e spaesati, o possono far fatica ad orientarsi.

    Nondimeno, come elemento per loro incoraggiante, c’è da supporre che anche i giovani di oggi, similmente a quelli di ieri, arriveranno a vincere mano a mano le insicurezze, ad accettarsi così come sono, senza dar troppo credito ai giudizi altrui, e a divenire pertanto “amici di se stessi”, perché anche le amarezze, le delusioni, i disincanti, contribuiscono, in una con le affermazioni e i “successi”, al graduale formarsi della propria personalità, e del resto c’è una nota canzone, credo degli anni Sessanta, dove si ricordava che nella vita occorre saper perdere perché non sempre si può vincere (in un misto dunque di insuccessi e loro contrario).

    P.B. 15.04.2018

    (P.B.)

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