Il padre uccise Rolando Rivi e ieri la figlia Meris ha chiesto perdono

«Attraverso un’azione paziente e tenace, il Signore ha saputo farsi spazio nei cuori delle persone e arrivare a questo miracolo. Quella di oggi è una giornata di perdono, di perdono offerto e di perdono donato». Sono le parole di Massimo Camisasca, vescovo di Reggio e Guastalla, che ieri ha celebrato la messa nella pieve di San Valentino di Castellarano, nel santuario che da oggi porterà il nome del beato Rolando Rivi: è il luogo del suo martirio e qui sono conservate le sue spoglie. Una notizia di cui stanno parlando in queste ore moltissimi media nazionali, tra cui il Tg1, dato che è proprio nella ex pieve che avviene un gesto di grande umanità: Maris Corghi, la figlia del partigiano che uccise il giovane seminarista, ha voluto essere presente per compiere un gesto di riconciliazione verso i familiari di Rolando. Insieme a lei è intervenuto il cugino del beato, Alfonso Rivi, insieme ad altri familiari. Il loro abbraccio alla fine della messa ha suggellato la celebrazione a 73 anni esatti dal martirio.

Fotogallery di Andrea Zambrano, "La Bussola Quotidiana"

Fotogallery de "La Bussola Quotidiana"

Meris Corghi con Massimo Camisasca

Rosanna Rivi, sorella di Rolando, con Meris Corghi, figlia del partigiano Giuseppe

Nato a San Valentino, frazione di Castellarano, secondo dei tre figli di Roberto Rivi e Albertina Canovi, entrò nel seminario di Marola nell'autunno del 1942. Era compagno di stanza di don Raimondo Zanelli (per 50 anni parroco di Cavola), ma nel 1944, in seguito all'occupazione tedesca del paese, fu costretto a ritornare a casa. Non smise però di sentirsi seminarista né di indossare l'abito talare, nonostante il parere contrario dei genitori, preoccupati per i gesti di odio antireligioso diffusi nella zona: gli atti di violenza e le uccisioni di sacerdoti diverranno infatti in quel periodo molto comuni.

«Domani un prete di meno» fu la terribile motivazione che il commissario politico del Battaglione Frittelli della divisione Modena Montagna che avrebbe uccise il 14 enne nominato poi Beato il 5 ottobre del 2013 su autorizzazione di Papa Francesco che di lui ha detto «Un martire eroico testimone del vangelo».

Nel 1945 il seminarista di San Valentino Rolando Rivi aveva solo 14 anni. Fu proprio quando stava per terminare la seconda media che i tedeschi occuparono il seminario di Marola. I suoi genitori, spaventati dall'odio partigiano, lo invitarono il figlio a togliersi l'abito talare. Lui rispose: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù». Una pubblica appartenenza a Cristo che gli fu fatale. Il 13 aprile del 1945, mentre i genitori si recavano a lavorare nei campi, Rolando prese i libri e si allontanò, come al solito, per studiare in un boschetto. Arrivarono i partigiani, che lo ritenevano una spia dei repubblichini. Lo sequestrarono, gli tolsero la talare e lo torturarono. Ai genitori fu lasciato un bigliettino con scritto "Non cercatelo. Viene un attimo con noi partigiani". Rimase tre giorni loro prigioniero, subendo sevizie, torture e offese; poi lo condannarono a morte. Lo condussero in un bosco, presso Piane di Monchio (Modena); gli fecero scavare la sua fossa, fu fatto inginocchiare sul bordo e gli spararono 2 colpi di rivoltella, uno al cuore e uno alla fronte. Poi, della sua nera talare ne fecero un pallone da prendere a calci.

Seguendo le indicazioni di alcuni partigiani, comprese quelle dello stesso assassino, la sera del 14 aprile Roberto Rivi e don Alberto Camellini, curato di San Valentino, ne ritrovarono la salma che presentava il volto coperto di lividi, il corpo martoriato e le due ferite mortali, una alla tempia sinistra e l'altra all'altezza del cuore.  L'indomani lo trasportarono a Monchio, dove ebbe esequie e sepoltura cristiane.

Dopo la Liberazione, il 29 maggio 1945 la salma fu traslata e tumulata nel cimitero di San Valentino, con l'omaggio di tutti i parrocchiani. Essendo divenuta la sua tomba meta di pellegrinaggi, il 26 giugno 1997, con una solenne cerimonia, gli venne data nuova sepoltura all'interno della chiesa di San Valentino, nel sacrario dei parroci della pieve.

Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condannò i responsabili dell'uccisione, Giuseppe Corghi, che aveva sparato, e Delciso Rioli, comandante della 27ª Brigata Garibaldi "Dolo", a 23 anni di reclusione. La condanna venne confermata nel 1952 dalla Corte di Assise di Appello di Firenze e diventò definitiva in Cassazione. I due furono poi condannati - in tutti e tre i gradi di giustizia - per omicidio a 22 anni di carcere, ma in realtà ne scontarono solo 6 grazie all'Amnistia Togliatti.

Ieri durante la cerimonia, celebrata, oltre che dal vescovo, anche dai parroci del Comune di Castellarano don Vittorio Trevisi e padre Antonio Maffucci,  è intervenuta, con grande coraggio e fede, proprio Meris, la figlia: «Giuseppe Corghi era mio padre, io sono Meris, Meris Corghi - ha detto la donna - e sono onorata di essere qui. Durante un percorso che mi ha trasformato profondamente nell’animo, ho sentito che c’era qualcosa che dovevo fare, ma non sapevo cosa, non sapevo praticamente nulla di questa vicenda perché io non ero nata all’epoca e dopo ero troppo piccola per capire i discorsi, ma piano piano hanno cominciato ad affiorare dei tasselli, ho cominciato a pormi delle domande e ho iniziato il cammino che mi ha portato fino a qui oggi... Possiamo diventare una valanga di cuori, una valanga di amore».

«Non ho quasi idea di come sia successo - ha detto ancora Meris Corghi - so soltanto che è stato come essere guidata: sì, sono stata guidata, forse dalla presenza di mio padre nel cercare la risoluzione per poter ritrovare la pace, forse dalla luce divina che ognuno di noi porta nel cuore, forse dallo stesso beato Rolando, che desidera più di ogni altro, in questo momento storico così decisivo per il mondo, l’unione e la pace. Ho detto, io sono solo una figlia, e la risposta che ho trovato nel cuore è stata: siamo tutti figli, figli dello stesso Padre e fratelli, ognuno con i suoi personali fardelli. Vi chiedo con immensa umiltà di permettermi di pronunciare queste parole che mi sono state dettate dal cuore. Sono una figlia anche io, come tutti».

«Il perdono che oggi avviene - aveva detto poco prima Camisasca nell'omelia - è il segno che Dio è presente, che sta in mezzo a noi così come stava in mezzo ai suoi discepoli. Egli agisce per l’intercessione di Rolando. Assieme a lui, qui voglio ricordare gli undici preti della nostra Chiesa uccisi fra il ’44 e il ’46. Essi, con il loro sacrificio e il loro sangue versato, partecipano di questo stesso evento di riconciliazione. La potenza vittoriosa di Dio ha riunito ciò che il male ha temporaneamente separato».

E la chiesa di San Valentino, un edificio che risale all'anno mille e che conserva una pala del Garofalo, oltre ad essere dedicata a San Valentino ed Eucladio, sarà ora anche santuario dedicato al martirio del beato Rolando Rivi, che proprio fra quelle navate venne battezzato.

Il suo corpo giace in un sarcofago sotto all'altare principale, e il 29 maggio, giorno scelto per ricordarlo come beato, le sue spoglie vengono esposte al pubblico.

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2 Commenti

  1. Bello, significativo e nobile il gesto di riconciliazione.
    A volte la Chiesa sa essere giudice imparziale più degli storici, in una delle tante storie ancora non rivisitate della guerra civile.
    Complimenti alla Signora.ra Meris per la sensibilità dimostrata. Un atto coraggioso e intelligente.

    (MA)

  2. Il beato Rolando Rivi ha chiesto ed ottenuto dal Padre questo piccolo grande miracolo.
    Commuovente manifestazione di amore ” giornata di perdono, di perdono offerto e di perdono donato “, come ha ben detto il vescovo Massimo Camisasca.
    Rita Scali

    (Rita Scali)

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