La lettera di Valentini: potremo ancora vivere in montagna?

In tante occasioni mi pongo questa domanda: domani potremo ancora vivere in montagna?

Ogni volta questa riflessione porta con sé altri domande e altri dubbi, ma confesso che termina sempre con un sorriso, perché immancabilmente risveglia lieti e piacevolissimi ricordi della mia infanzia e adolescenza trascorse a tempo pieno a Castelnovo.

Piacevolezza sicuramente dovuta al fatto che Castelnovo è il mio paese, dove ho le mie radici, i miei familiari e gli amici; il paese dove c’è l’azienda della mia famiglia e dove siedo in Consiglio Comunale; il paese dove ho sempre frequentato la Parrocchia, tutte le scuole e l’Istituto Musicale “Merulo”; e tanto altro ancora. Ricordi di un periodo di vita trascorso in serenità, serenità dovuta sicuramente  a tanti fattori, tra i quali anche il non sentirsi parte di una famiglia svantaggiata rispetto ad altre famiglie residenti in centri più grandi, poiché il mio paese, anche se di dimensioni contenute, permetteva alle sue famiglie di accedere ed usufruire di  tutti questi servizi e quelle opportunità di cui esse necessitavano senza dover vivere in uno stato di lotta e allerta continua.

Da sempre sono convinto che se mai un giorno avrò dei figli la dimensione giusta in cui farli crescere è proprio la nostra montagna, la stessa dove sono cresciuto anche io, dove abbiamo le nostre radici, ma questo sarà possibile? In futuro una famiglia potrà vivere serenamente nel nostro territorio confortata dal fatto che può agevolmente accedere a tutti quei servizi di cui necessita?

Ora come ora non sono in grado di dare una risposta giusta e precisa a queste domande, ma ho comunque un’idea.

Prima di tutto credo che vi sia la necessità di ritrovare un senso di Umanità all’interno della nostra comunità, dove non si fa dello scontro, della rabbia e dell’egoismo sfrenato una bandiera  ma si coltivano con decisione e serietà i valori della dignità umana, del rispetto, della mediazione, della moderazione e di una sana libertà, da intendersi non come “faccio ciò che mi pare e piace” ma “faccio ciò che preferisco sempre restando nel rispetto delle regole e del prossimo”. Una comunità basata su quei valori che hanno caratterizzato la Cultura occidentale negli ultimi secoli e che hanno fatto prosperare il nostro Paese dal dopoguerra ad oggi.

All’interno di questo nuovo e corretto equilibrio culturale debbono innestarsi tutti quei servizi e quelle opportunità materiali necessari al fine di garantire agli abitanti della montagna uno stile di vita dignitoso e di alto livello.

Tantissime sarebbero le necessità e le idee e non si possono certamente esaurire e sviscerare a fondo in queste poche righe. Ad esempio è fondamentale avere una rete di collegamento moderna ed eccellente, collegamento stradale per raggiungere i grandi centri e le importanti arterie di trasporto; ma anche, e soprattutto, collegamento informatico  a banda larga ed ultra-larga al fine di creare un’impresa locale che sappia e possa muoversi su scala globale.

Grazie a questo nuovo concetto di collegamento e di impresa, maggiori saranno i possibili interlocutori e di conseguenza maggiori saranno le opportunità per valorizzare e diffondere le peculiarità agricole, artigianali, imprenditoriali e turistiche del nostro territorio.

Solo così sarà possibile sopravvivere nei prossimi decenni, poiché questo è il futuro, anzi è già il presente, per dar vita ad un sano sviluppo della montagna, ove tradizione ed artigianalità si sposano con l’eccellenza, la professionalità e l’avanguardia richieste dal mercato contemporaneo.

In un ambiente culturale e sociale dove hanno radici profonde quei valori che esaltano l’umanità, l’equilibrio e la collaborazione anziché l’estremismo e l’agitazione sociale, sarà possibile tentare  una crescita economica sana e non speculativa dove locale e globale non sono contrapposti ma sono complementari. Questa è la strada per creare nuovi posti di lavoro, nuova occupazione e nuova ricchezza arrestando il grande male che affligge la nostra montagna: la crisi demografica (che come prima conseguenza comporta il calo dei servizi).

L’unica possibilità seria e duratura affinché i servizi di cui oggi ancora disponiamo non vengano ulteriormente diminuiti, ma vengano rinforzati ed eventualmente implementati, passa per la rinascita demografica non solo di Castelnovo, ma di tutto quanto l’Appennino. Tutto il resto è fumo negli occhi.

E la tenuta demografica come si realizza? Attraverso la creazione di una comunità appetibile per i suoi valori e per le opportunità economiche che offre.

La nostra comunità deve risvegliarsi, trovare il coraggio  per lottare  affinchè oggi i nostri servizi non vengano depredati, e allo stesso tempo agire con lungimiranza affinché la politica li consolidi attraverso lo stimolo alla  creazione di opportunità economiche che sfruttino con serietà le potenzialità del nostro territorio generando ricchezza, occupazione e appetibilità del territorio.

Questa è oggi la vera domanda che deve porsi la politica locale: ci attiviamo per creare le condizioni affinché sia possibile in futuro far crescere i nostri  figli in montagna? O ci arrendiamo ad una lenta agonia che non è altro che il preludio della morte di un territorio?

(Daniele Valentini)

 

Agenzia Redacon ©
E' vietata la riproduzione totale o parziale e la distribuzione con qualsiasi mezzo delle notizie di REDACON, salvo espliciti e specifici accordi in materia e con citazione della fonte. Violazioni saranno perseguite ai sensi della legge sul diritto d’autore.

20 Commenti

  1. Io non la conosco se non di vista. Ma una persona che scrive questo non pensa di candidarsi sindaco? Meritiamo gente come lei, con pensieri e idee genuine.

    Cristian

    Rispondi
  2. Non conosco Valentini ma ho conosciuto molti anni fa diversi Valentini che, probabilmente, sono i suoi nonni o parenti. Mi ha fatto piacere leggere questa lettera. Non so a quale schieramento politico appartenga ma condivido quello che scrive. Penso però che la domanda debba essere rivolta a tutti i Castelnovesi e solo dalla risposta che si daranno i cittadini la politica locale dovrà e potrà essere indirizzata. La chiusura del reparto di natalità è frutto di scelte, o meglio di non scelte (e di indifferenza del Paese) che parte da molto lontano; tutti vedevano, tutti criticavano, ma il declino del Paese sembrava fosse un problema di altri. Da tempo invece mi sembra di vedere che sempre più giovani si fanno certe domande e questo è molto buono. Posseggo giornali dei primi anni del secolo scorso nei quali si scriveva che a Castelnovo non sarebbero mai arrivate le macchine, poi, i nostri padri e il progresso li hanno smentiti. Ha ragione Valentini, oggi le strade possono essere molte anche per creare lavoro anche in montagna, i Castelnovesi (soprattutto i giovani) debbono decidere e impegnarsi per il loro futuro. Secondo me è per tutti una piacevole sfida.

    Luigi Magnani

    Rispondi
  3. Mah! Bella domanda! E se fosse invece una domanda retorica? Di quelle domande la cui risposta è scontata! E sembra davvero scontata. Consideriamo che il primo dato di fatto è che non si può più nascere in montagna, ossia il parto avviene altrove e poi il neonato può risalire “ne’ monti” (a meno che si torni a fare come una volta; sono necessari una buona ed esperta “levatrice”, una donna gravida senza problemi, in gamba e tonica per cui il travaglio non sia troppo distocico e soprattutto una discreta dose di “Culo”, ma è meglio non rischiare). Poi inizia la vita normale: il neonato è tornato ne’ Monti; se non ricordo male c’era o c’è ancora una certa scarsità di Medici Pediatri (correggetemi se sbaglio, ma un bimbo malato che sta dalle parti di Succiso o Ramiseto deve scendere a Castelnovo per cercare assistenza). Il periodo di vita dai 3-4 anni alla maturità (devo ammetterlo) è quello meno problematico: esiste ogni ordine di scuola (a parte il Liceo Classico), un validissimo Liceo Musicale e una abbondante varietà di attività sportive per tutti i gusti. E poi una rete validissima di feste (anche organizzate dalla Scuola) e di osterie dove poter entrare anche sotto i “fatidici” 16 anni. Dopo la maturità iniziano le note dolenti; una parte di giovani si sposta inevitabilmente quando sceglie gli studi universitari, mentre la parte rimanente deve scegliere se scendere “alla bassa” per trovare lavoro oppure sperare che i genitori tramandino loro un’attività (peraltro sempre meno numerose e redditizie). Quindi per un discreto periodo di tempo il montanaro è sottoposto ad un pendolarismo scolastico o lavorativo che inevitabilmente mette a dura prova le condizioni economiche e fisiche del soggetto. La conseguenza logica è che molti montanari abbandonano la montagna per una sistemazione in pianura più semplice, tornando in montagna durante l’estate o sperando di ristabilirsi ne’monti una volta raggiunta la pensione (a proposito, arriverà la pensione? E quando? Quando poi il soggetto deve inevitabilmente rimanere in pianura per sopraggiunti acciacchi fisici? Eh, in pianura ci sono gli ospedali con i servizi facilmente accessibili). La risposta è quindi presto fatta: per vivere in montagna devi avere un buon lavoro con un reddito che possa sopperire alle inevitabili “plus” spese dovute alla mobilità, non devi essere troppo anziano, o meglio devi essere un anziano abbastanza sano; se sei invece un giovane in età riproduttiva, è meglio che se ti vien voglia di aumentare in famiglia, fa’ i conti dell’epoca presunta del parto e cerca almeno di evitare l’inverno.
    Una tale serie di considerazioni non l’avrei fatta certamente 25 anni, fa quando dalla cosiddetta ricca pianura salii ne’ monti dove avevo trovato un Ospedale con una miriade di posti letto, con un personale Medico e Paramedico da far invidia ai Policlinici della pianura e dove si svolgevano interventi che io in quegli Ospedali universitari non avevo mai visto; un Ospedale che oltre ad essere centro sanitario di riferimento di tutto l’Appennino reggiano (come l’aveva voluto il Dott. Pasquale Marconi) era meta di pazienti provenienti da altre provincie dell’Emilia e da altre Regioni; un Ospedale che dava lavoro ad una miriade di montanari (molti avendo studiato Medicina o Scienze Infermieristiche tornavano ne’ monti per servire i loro concittadini montanari), intere famiglie erano impiegate in vari settori dell’Ospedale.
    Quindi io sono rimasto a vivere in montagna perché qui ho messo “le radici”, ma per lavoro ho dovuto anch’io diventare un pendolare perché la vita lavorativa e sociale in montagna è divenuta sempre più complicata e piena di ostacoli.

    Dott.Cavana

    Rispondi
  4. Egregio Valentini, Le assicuro che sui nostri paesi montani si potrebbe vivere e si vivrebbe meglio che in città. Ho lavorato anni in Trentino Alto Adige e in Veneto, loro hanno fatto della montagna la loro ricchezza, e le assicuro che non hanno nulla più di noi, non sono quelle tre Dolomiti che hanno a fare ricchezza; il nostro Appennino è bello come le loro montagne, ma loro hanno pensato al bene del territorio, al bene dei montanari, al bene comune di queste terre. Sul nostro Appennino la Politica ha fatto l’opposto, portando i giovani a lavorare in città, non creando su queste terre quei servizi e quelle strutture che servivano a mantenere i montanari su queste terre. Le faccio un esempio: a Palanzano c’erano tre fabbriche di filo da scopa e da pennelli, esportavano in tutto il mondo, davano lavoro a tutti, ma i costi di trasporto hanno portato alla chiusura di tutte tre le fabbriche. Se ci fosse stata la fondovalle Val d’Enza, un’opera progettata, appaltata, interamente picchettata ed espropriata, iniziata, fatta sospendere da qualcuno che disse: è una strada inutile e non serve a nessuno, le tre fabbriche ci sarebbero ancora e ne sarebbero sorte tante altre. Lo stesso dicasi della Diga di Vetto, fatta sospendere a lavori già avviati, migliaia di posti di lavoro persi; l’acqua è il bene più prezioso che ha la montagna, ma in Val d’Enza non la si accumula la si spreca tutto l’anno, poi si pagano milioni di danni da siccità e esondazioni e si produce energia dal gas, secondo Lei è normale? Lei è giovane, spero tanto che Lei abbia la forza di cambiare qualcosa; qui si vivrà solo se ci sarà lavoro. Tutto il resto sono chiacchiere e favole e la realtà è diversa dalle favole.

    Franzini Lino

    Rispondi
  5. Se avete dei dubbi sulla possibilità di continuare a vivere a Castelnovo, allora mi chiedo cosa dovrebbero pensare quelli che abitano da Castelnovo in su. Il crinale (Ventasso specialmente) nel giro di una ventina d’anni sarà morto e sepolto.

    Oba

    Rispondi
  6. In questa lettera ci sono passaggi dove si accenna ai “valori” e alle “radici profonde”, ossia parole che sembrano riportarci indietro nel tempo – e che suonano abituali, e semmai gradite, a chi, per ragioni anagrafiche, è cresciuto in quegli anni, dove i valori contavano ancora qualcosa – dopo di che, se non ho capito male, l’Autore della lettera vorrebbe ricreare quella vecchia “atmosfera”, in binomio col mantenimento dei servizi, per rendere appetibile la nostra montagna, così da arrestarne lo spopolamento e la crisi demografica in atto (tesi sicuramente non priva di buone e valide ragioni, ma che non mi convince fino in fondo, anche quando, nelle ultime righe, chiama in causa l’odierna politica locale, o vi fa affidamento).

    Nella nostra montagna, nonostante l’affermarsi di ideologie poco propense a tenerlo in gran conto, il mondo dei valori si è conservato nell’arco degli anni, maggiormente che altrove, forse perché ben radicato all’interno delle comunità e famiglie, e nel contempo, andando indietro di qualche decennio, c’è stato un periodo in cui la rete dei servizi si era notoriamente irrobustita e ampliata, tuttavia anche quella “fortunata” stagione non riuscì ad interrompere o frenare l’esodo della popolazione montana, che probabilmente anche allora cercava fuori di qui altre e differenti condizioni di vita (per una pluralità di motivi e fattori, economici ma anche sociali, e bisognerebbe vedere se i secondi persistono ancora).

    Venendo alla politica, non andrebbe dimenticato che a quell’epoca la Comunità Montana era gestita in maniera collegiale o quasi, posto che nella sua Giunta, ossia nell’organismo esecutivo, figuravano anche le forze di opposizione, seppur in quota numericamente minoritaria, il che poteva verosimilmente allungare i meccanismi decisionali, dando altresì origine a momenti di scontro, ma generava nondimeno occasioni di consonanza e sincronia che ne rafforzavano la capacità negoziale nei confronti degli altri livelli istituzionali, e se ne videro i concreti risultati, mentre oggi vale il principio del “chi vince piglia tutto”, vigono cioè dispositivi e contesti in cui il peso delle minoranze è divenuto di fatto più marginale.

    Se non ricordo male, anche i corpi sociali intermedi giocarono allora un ruolo di rilievo, mentre oggi quell’insieme, che faceva “sistema”, non esiste più, e la stessa politica locale si è indebolita non poco, e ha forsanche perduto le capacità programmatorie e propositive, e non vedo pertanto come possa ora attivarsi per dare un futuro alla nostra montagna, in ordine al quale occorrerebbe a mio avviso puntare innanzitutto su mantenimento e crescita dei posti di lavoro, confidando, in questa fase almeno, nella intraprendenza e nel dinamismo delle imprese ed attività private, a partire da quelle esistenti sul nostro territorio, cui dare man forte tramite interventi che ne riducano significativamente il carico fiscale (largamente inteso).

    P.B. 01.01.2019

    Rispondi
  7. È da un po’ che non commento qui e, francamente, tornando, rimango perplesso: il dibattito relativo alle condizioni di vita in montagna rimane ancora bloccato alla superficie, agli effetti, senza cercare una spiegazione, senza cercare le cause.
    C’è chi accusa ‘la Politica’. Sicuramente, è colpa ‘della Politica’, perché gli effetti che tocchiamo con mano sono conseguenze delle scelte politiche fatte in precedenza. Ma occorre andare un poco oltre, perché se non identifichiamo le cause, non potremo rimediare agli effetti. Se qualcuno ha seguito il dibattito relativo alla legge finanziaria – cioè ‘le cause’ di cui sperimenteremo gli effetti – avrà notato il ruolo della Commissione Europea. Che dice, la Commissione? Che l’Italia non deve fare deficit. Perché? Perché altrimenti l’economia crescerà troppo, i salari aumenteranno e quindi ci sarà inflazione. È il cosiddetto ‘output gap’ che si basa sui famosi ‘saldi strutturali’. Intanto, vorrei far notare che, dunque, deficit=crescita. Lo sanno tutti: è il cosiddetto ‘moltiplicatore del Pil’; un punto di Pil di spesa pubblica, fa crescere l’economia di 1,5 punti di Pil, o due punti di Pil. Ci sono tipologie di spesa pubblica definiti ‘ad alto moltiplicatore. Un esempio? Gli ospedali. Incredibile, vero? Costruire (o gestire) un ospedale, moltiplica per due l’effetto economico complessivo della spesa (pubblica) effettuata. È ciò di cui parla il dott. Cavana nel suo commento, cioè di come funzionavano le cose quando c’era un ospedale ‘vero’. Allora, se è così semplice, perché non lo si fa? Perché la Commissione Europea vuole ridurre il deficit a tutti i costi? Perché se l’economia gira, i cittadini hanno più soldi in tasca, comprano, i prezzi salgono, arriva l’inflazione! Il controllo dell’inflazione (stabilità dei prezzi) è l’unico mandato che la nostra Banca Centrale (la Bce) deve perseguire. Se l’inflazione sale in uno dei Paesi membri, mantenendo fisso il cambio (l’Euro), bisogna creare disoccupazione, così l’inflazione cala. Quindi, non si può crescere ‘troppo’. Bisogna mantenere un livello di disoccupazione compatibile con l’inflazione programmata. In Italia, in base a vari parametri ‘europei’, dobbiamo mantenere la disoccupazione al 12%. Cioè quella che abbiamo ora. E allora, di cosa andiamo parlando? Di costruire infrastrutture stradali, informatiche, servizi e attrezzature? Di creare occupazione, lavoro, generare ricchezza, avere soldi in tasca? Di creare ‘domanda interna’, per cui le imprese tornino ad investire e produrre per il mercato interno? Ma manco per idea! L’economia crescerebbe troppo, e avremmo l’inflazione, il mostro dalla sette teste! Dobbiamo rimanere calmi, fermi, immobili, in recessione da quattordici trimestri (da dopo la ‘cura Monti’). L’unica proposta sostenuta da questa ‘Politica’ è tenere bassa l’inflazione (tagliando i salari, distruggendo i consumi – stiamo distruggendo la ‘domanda interna’, diceva Monti) per essere concorrenziali sui mercati esteri ed esportare. “Popolo tedesco, esporta, o morirai!” – indovina, chi l’ha detto? E il bello è che, oggi, in Italia, numerosi sono i sostenitori della ‘tata tedesca’ che ci rimetterebbe in riga, noi latini spreconi. Noi che siamo stati la quarta economia del mondo, che siamo quelli (ancora per poco) del made in Italy, che abbiamo la terza riserva aurea del mondo e siamo uno dei Paesi con la maggiore ricchezza privata. In effetti, è proprio colpa ‘della Politica’. Ma cerchiamo anche di dare nomi e cognomi, a questa ‘Politica’, se vogliamo uscirne.

    Commento firmato

    Rispondi
  8. Le favole vanno bene per i bambini, ma quando si diventa adulti e si deve sostenere una famiglia, le “favole” dell’umanità, dell’altruismo, dell’associazionismo, del volontariato, delle tradizioni e diciamo pure della banda larga, si sa che non possono garantire da vivere su queste terre montane; ben vengano anche queste cose, ma chiunque comprenderà che sono degli optional. Per vivere qui serve lavoro e per creare lavoro servono le infrastrutture, da Vetto a Ramiseto quale viabilità abbiamo? Provi a chiederlo ai camionisti che usano autocarri o autotreni e capirà di cosa stiamo parlando, di paesi da quarto mondo. Ma le favole racconteranno che qui c’è l’aria pulita, c’è tanto verde, ci sono le acque limpide, ci sono i lupi e le aquile, ecc. Ma le favole non danno lavoro e la gente se ne va da queste terre e la colpa è solo di chi ha governato questi paesi, che non ha voluto creare posti di lavoro su queste Valli; è solo grazie a loro che ci troviamo in queste condizioni e ora rischiamo di perdere anche quei pochi servizi che abbiamo, come il punto nascite

    Sergio

    Rispondi
  9. Sui vari indicatori e parametrici economici, cui fa cenno “commento firmato”, e anche sulle politiche da praticare in questo campo, capita di leggere opinioni talora abbastanza diverse se non opposte fra loro, ma riguardo all’inflazione mi pare che più d’uno si trovi d’accordo sull’idea che possa aiutare crescita ed occupazione di un Paese, a patto che si mantenga su livelli contenuti, ossia piuttosto bassi.

    Orbene, a metà degli anni Ottanta, e quindi suppergiù una trentina d’anni fa, il Presidente del Consiglio del tempo intervenne con un Decreto i cui effetti, interrompendo una tendenza di circa un decennio, ridussero drasticamente il tasso di inflazione – che aveva superato le due cifre, con punte che, se non erro, arrivarono al 20% e forse più – portandolo da lì in avanti su livelli accettabili.

    Livelli tali da avvicinarsi alla quota ritenuta funzionale allo sviluppo, almeno secondo la tesi che sopra ricordavo, talché il Belpaese si trovò allora a vivere un periodo di espansione e prosperità economica, senza alcuna subalternità sul piano internazionale, anzi, aspetto quest’ultimo che oggi sembra divenuto di notevole importanza ed interesse.

    Ma nonostante quei risultati, detto politico venne fortemente osteggiato e contestato – verrebbe da dire incomprensibilmente se cerchiamo di spiegarci le ragioni dei fenomeni e accadimenti, come sostiene “commento firmato” – per dire in buona sostanza che l’interpretazione di ciò che succede intorno a noi è sovente influenzata dalle rispettive vedute e simpatie politiche, anche quando dovrebbero valere o prevalere i dati e le cifre (com’è appunto il caso delle questioni economiche).

    P.B. 02.01.2019

    Rispondi
    • Gentile P.B., che io sappia, le opinioni diverse fanno riferimento alla corrente liberista o a quella keynesiana. La prima, alla quale fanno riferimento le politiche della Bce, sostiene la stabilità dei prezzi (cioè la minima inflazione, compatibile con un utile delle banche – se vai sotto il 2% le banche avranno problemi, cioè la situazione attuale, per dire). La seconda, mette in relazione l’inflazione con l’andamento dei salari (la ‘domanda interna’). Le politiche del primo tipo tendono a favorire la finanza (mantengono intatto il potere d’acquisto dei crediti da riscuotere); la seconda favorisce, di fatto, i lavoratori, nel senso che se abbiamo più inflazione, vuol dire che i salari stanno crescendo. È quello che accadde, appunto, all’inizio degli anni ’70, dopo le rivendicazioni operaie del ’68, che avevano portato ad un aumento della ‘quota salari’, e quindi dell’inflazione. Ma l’inflazione ‘a due cifre’ fu la conseguenza della crisi petrolifera del ’73: i prezzi del petrolio quadruplicarono.
      Con la fine della crisi petrolifera, l’inflazione scese rapidamente dal 20% del 1980 al suo livello fisiologico, ed era tornata al 5% nel 1986. Piuttosto, è da notare che, all’inizio degli anni ’90, venne iniziata la cosiddetta ‘politica dei redditi’ che aveva, appunto l’obbiettivo di fermare la crescita dei salari, e quindi dell’inflazione. Questo fatto ebbe, come premessa necessaria, il cambiamento epocale nell’atteggiamento della sinistra in Italia: dalla tutela del salario dei lavoratori dipendenti, passò al controllo dell’inflazione, appunto. Comunque, non è che le opinioni siano ‘neutrali’: chi vuole inflazione bassa, dovrà tenere bassi i salari; chi vuole salari alti (cioè benessere sociale) avrà un’inflazione più alta. Ricordo che i salari sono composti da salario nominale (busta paga), salario integrativo (lo Stato sociale) e salario differito (le pensioni). Tagliare i salari per avere bassa inflazione significa tagliare busta paga, welfare e pensioni. Ad ognuno la sua opinione.

      Commento firmato

      Rispondi
  10. Valentini, che personalmente non conosco, pone una domanda che molte persone da un po’ di anni si stanno ponendo e molti giovani montanari che si apprestano a volere una famiglia si fanno, ora più che mai.
    Mi permetto di dire la mia, una provocante constatazione, tralasciando le gravi responsabilità (che senza dubbio ci sono) politiche, amministrative, Europa, pareggio di bilancio (verissimo) etc. e facendo anche autocritica.
    La montagna sta morendo, anzi, è già morta!
    Nel giro di 10-15 anni se non avviene un cambio fortissimo di rotta, i paesi dell’alto crinale non esisteranno più e Castelnovo si spopolerà irrimediabilmente, senza lavoro e con i giovani che se ne vanno. La mia constatazione è la seguente: uno dei problemi della nostra società è culturale e sociale, dove vige l’individualismo più sfrenato, dove non esiste collaborazione o voglia di crescita come comunità, dove ognuno pensa a se stesso annichilito dalla sua realtà.
    Manca la comunicazione, poche persone comunicano, oramai solo virtualmente, su social ma senza mai generare spirito di appartenenza.
    Mi è sembrato (o forse ho voluto intendere) che Valentini faccia riferimento anche a questo nella sua lettera.
    Credo fortemente (forse ingenuamente) che il dialogo costruttivo, condito con la voglia di appartenere ad una comunità, sia la base per costruire o “inventare” lavoro in montagna, ossia quel fulcro su cui creare una popolazione unita. Non ci salverà né la politica, né la UE.
    Il mondo del lavoro sta cambiando, con l’avvento delle nuove tecnologie, presto, molti lavori come oggi li conosciamo non esisteranno più e credo che la montagna potrebbe cavalcare tutto questo, in quanto realtà rurale con risorse uniche, inesistenti nelle città. Tutto ciò si potrebbe ottenere solo a patto di abbandonare questo egoistico individualismo troppo, troppo presente nella società moderna.

    Un montanaro

    Rispondi
  11. Fossi in “Sergio” ci andrei piano a sminuire l’importanza di aria pulita, tanto verde e acque pulite, che sono una specificità di questo nostro comprensorio, che lo differenziano da altri – i quali hanno a loro volta altre caratteristiche e risorse – e ci terrei a mantenerle tali, perché mi sembra che l’omologazione territoriale non giovi a nessuno (un po’ come se volessimo uniformare e livellare le tradizioni dei diversi luoghi, togliendo le rispettive identità).

    Va da sé che vanno poi trovate forme di reciproca integrazione e compensazione, come forse erano riuscite a fare politica e società, qualche decennio fa, ma c’è un altro non secondario aspetto che a mio avviso va considerato, e che è riemerso nelle parole della titolare di un negozio della nostra montagna che “chiude i battenti” dopo un trentennio di attività (notizia riportata proprio oggi, sempre sulle pagine di Redacon).

    Dice la signora “Il guaio è che i giovani in montagna prendono e vanno altrove. Poi c’è ancora timore nel fare un lavoro in proprio”, il che deve far riflettere, e dobbiamo anche chiederci quanto i giovani siano interessati a restare qui, e a quali condizioni, e quali attività vorrebbero svolgere, perché se manca questo dato, anche di massima, si rischia che i meno giovani prefigurino un futuro della montagna a propria misura, e secondo il proprio modo di vedere, che può non essere quello delle nuove generazioni.

    Oggi si sente ad esempio parlare di neo ruralità, ossia, da come l’ho intesa, un ritorno alla terra unendo innovazioni e tradizione, e c’è chi vi fa affidamento per un rilancio della montagna, dove intravede condizioni ideali per realizzare tale combinazione, tanto da auspicare investimenti significativi di risorse pubbliche, il che ci può senz’altro stare, ma bisognerebbe appunto comprendere se i giovani, che rappresentano il futuro, non siano attratti invece e comunque dalle “luci della città”.

    P.B. 02.01.2019

    Rispondi
  12. Riguardo “alla corrente liberista o a quella keynesiana”, a me sembrano due tesi economiche che nell’Europa occidentale non hanno mai trovato, né l’una né l’altra, un’applicazione per così dire allo stato “puro”, ma sono state semmai adottate in forma mista, nel senso che la politica più accorta ha saputo probabilmente dosarle nella maniera più consona, con interventi appropriati e temporalmente azzeccati.

    In buona sostanza, non mi pare che possano farsi distinzioni così nette tra le due linee di pensiero, e la rispettiva capacità di dare buoni risultati sulla vita di una società, anche perché proprio oggi le notizie di stampa accennano a previsioni di un generale rallentamento dell’economia globale, e l’elenco degli Stati in sofferenza comprende verosimilmente sia quelli a prevalente tendenza liberista sia a tendenza keynesiana.

    Nel mondo globalizzato si può poi presumere che un Paese esportatore, come credo essere il nostro, oltre a sostenere i consumi interni, anche attraverso l’aumento della “quota salari”, debba salvaguardare pure il mercato delle esportazioni, in ordine al quale non è ininfluente il costo del lavoro, al punto che il salario non può probabilmente essere “una variabile indipendente”, quale era inteso prima del cosiddetto Decreto di San Valentino del febbraio 1984, in tema di scala mobile (non fu solo “la fine della crisi petrolifera” a far scendere rapidamente l’inflazione).

    P.B. 03.01.2019

    Rispondi
    • Sembrerà un botta-e-risposta tra P.B. e il sottoscritto, ma vale la pena di approfondire un attimo. Poi arriviamo anche alla nostra montagna. Considerare il salario una ‘variabile indipendente’ è esattamente quanto è scritto nella Costituzione (art. 36): “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Nel 1984, anno del Decreto di S. Valentino, l’inflazione era in caduta libera: dal 20% del 1981 stava passando al 5% del 1987, in maniera lineare, seguendo, con un paio d’anni di ritardo, ma con la stessa dinamica, esattamente l’andamento dei prezzi del petrolio. Se potessi mettere un grafico qui, si vedrebbe in modo del tutto evidente. Per cui, il decreto è stato del tutto ininfluente, ai fini del controllo dell’inflazione. È stato, viceversa, determinante per dividere i sindacati di allora: contro il decreto rimase solo la componente comunista della Cgil, mentre Cisl, Uil e socialisti della Cgil presero posizione a favore. Da allora, i socialisti smisero di difendere i salari e si associarono a coloro che volevano tenere bassa l’inflazione. Il passo successivo fu lo smantellamento della ‘scala mobile’. Ho trovato un titolo di giornale, in rete, del 2015, che fa riferimento al periodo: dice “Trenta anni dalla morte di Ezio Tarantelli, freddato dalle BR. In un’Italia sferzata dall’inflazione”. Confrontando i dati, in tutta l’Ocse l’inflazione era simile a quella italiana e stava scendendo in caduta libera, con la stessa dinamica. Sul fatto che l’Italia sia ‘sferzata dall’inflazione’ è stato costruito un mito, non corrispondente ai dati; è diventato un luogo comune. Resta da chiedersi come mai questo mito resiste negli anni. Forse perché è funzionale alle politiche perseguite, allora, Decreto di S. Valentino, e ancora oggi. Il mito dell’Italia sferzata dall’inflazione, fiaccata dalla svalutazione, l’italietta della liretta. In questo mondo globalizzato e, aggiungo, in questo mercato europeo disegnato dal trattato di Maastricht – che è il corrispondente della globalizzazione applicata al mercato europeo, l’Italia è, invece, effettivamente un paese esportatore; anzi, è il principale concorrente della Germania, nel settore manifatturiero. Che c’entra il Decreto di S. Valentino che, come correttamente ha notato P.B., ha fatto in modo che il salario non fosse più una ‘variabile indipendente’? Ce lo spiega l’ex ministro dell’Economia Padoan, in una intervista al Sole24 ore di qualche tempo fa: “laddove non non c’è tasso di cambio, l’aggiustamento avviene con la compressione del mercato del lavoro”. Lo strumento di aggiustamento, che compensava simultaneamente le esigenze della domanda interna e della concorrenza delle nostre merci sui mercati internazionali, era la fluttuazione della moneta secondo la legge della domanda e dell’offerta. Tolto quello strumento, bloccando il cambio (euro), bisogna agire su prezzi e salari, ed è esattamente ciò che si fece con il Decreto di S. Valentino. L’Italia entra nello SME nel 1978, e quindi inizia ad avere problemi di competitività, che dovrà risolvere con la ‘compressione del mercato del lavoro”. E qui torniamo alla nostra montagna. Comprimere il mercato del lavoro, significa tagliare i salari; ma questo non è un processo semplice e lineare (come riallineare il cambio) perché, come diceva un presidente del consiglio e poi presidente della Commissione europea, tempo fa, agire sul mercato del lavoro significa toccare sul vivo persone, famiglie, la vita stessa delle persone. Ma se le imprese non sono concorrenziali, perché il tasso di cambio reale (l’inflazione) è sfavorevole, chiudono, e ci sarà disoccupazione. A quel punto, qualcuno emigrerà in cerca di lavoro, altri accetteranno salari più bassi. Le aree marginali, come la montagna, sono le prime, a cedere. Dice Valentini: “E la tenuta demografica come si realizza? Attraverso la creazione di una comunità appetibile per i suoi valori e per le opportunità economiche che offre”. Quali opportunità economiche, in un contesto di taglio dei salari per mantenere bassa l’inflazione per esportare di più ma guadagnando di meno (quindi, chi ci guadagna, esportando di più?) e quindi distruggendo il mercato interno, che è quello che dà da vivere alla montagna? I valori sono belli, ma non danno da mangiare. È per questo che l’Italia “è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art. 1). Non poteva essere fondata sulla “ricerca della felicità”, come la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti? Se non lavori, se non puoi crescere una famiglia dignitosamente, non hai tempo di pensare ai valori. La curva della natalità italiana, mostra un’interessante correlazione con il reddito pro-capite: più cala il reddito, più cala la natalità. Sarà un caso?

      Commento firmato

      Rispondi
  13. Oltre 10 anni, una bella porzione di tempo della vita di un uomo.
    E che cosa è cambiato da questo editoriale del 2005? Niente.
    Oggi si combatte per il diritto di nascere in montagna (e per quello di morirci). Del tempo intermedio tra la nascita e la morte, oggi come allora, sembra fregare niente a nessuno.
    https://www.redacon.it/2005/12/21/la-speranza-e-lorgoglio/

    Roberto Sala

    Rispondi
  14. Mi permetto ancora una replica nel botta-risposta con “commento firmato”, iniziando col dire che se il Decreto di S. Valentino fosse stato del tutto ininfluente, ai fini del controllo dell’inflazione, come sostenuto da parte sua, non avrebbe trovato, nelle fila della sinistra, una così forte opposizione, tale da sfociare in un Referendum abrogativo, che vide però la maggioranza dei votanti schierarsi con la decisione del Governo di allora, probabilmente perché si era capito che una inflazione tanto alta non giovava al Paese (basti pensare al tasso di interesse che gravava su chi avesse ad esempio contratto un mutuo per acquistarsi la casa).

    Dopo di che, il lungimirante politico cui va la paternità di quel Decreto ebbe anche a dire che l’Europa sarebbe stata per noi un limbo, nella migliore delle ipotesi, o un inferno, in quella peggiore, e riteneva nel contempo che il Belpaese avrebbe dovuto rinegoziare i parametri di Maastricht, avendo verosimilmente compreso che il vincolo del 3%, riguardo al deficit, ci avrebbe non poco penalizzato, con l’impedirci di fatto il sostegno alla nostra economia, quando è proprio la produttività che genera la ricchezza di un Paese, ed è dunque la produttività a dover essere difesa e sorretta con ogni possibile strumento a disposizione.

    Dal che si può dedurre che per stare in Europa in maniera “paritaria” occorre una politica forte, che sappia ovviamente dialogare e mediare, ma se del caso anche “impuntarsi”, nel senso di far valere, all’occorrenza, le proprie ragioni, posto che nel mercato globale dobbiamo continuamente confrontarci con gli altri, e il “mercato interno” non è più il solo perimetro nel quale poterci muovere, come succedeva una volta, allorché l’economia, specie quella dei territori più periferici, o “marginali” come si usa dire, vedi quelli montani, si svolgeva prevalentemente al loro interno, era cioè abbastanza “chiusa” ed autosufficiente.

    Non si può ovviamente negare che “se non lavori, se non puoi crescere una famiglia dignitosamente, non hai tempo di pensare ai valori”, mentre qualche dubbio lo si può nutrire sulla curva della natalità, perché se non ricordo male erano un tempo le società più ricche ad essere divenute quelle meno prolifiche, ma potrebbe anche essere che le tendenze siano nel frattempo cambiate, e in ogni caso qui non si tratta di “distruggere il mercato interno, che è quello che dà da vivere alla montagna”, ma di fare i conti con una realtà diversa dal passato, posto che “l’autarchia” non è più concessa, e forsanche ormai improponibile, cercando il modo e le sinergie per conciliare al meglio il mercato interno con quello globale.

    P.B. 04.01.2019

    Rispondi
    • Da sinistra, l’unica opposizione venne fatta dalla parte comunista della Cgil; la sinistra socialista si trovò d’accordo, come si trovarono d’accordo i sindacati sulla manovra Monti. Ricordo che L’Unità titolò, alla notizia dell’incarico a Monti: “La liberazione”. L’ultima occasione in cui i comunisti (ma anche Scalfari, allora direttore di Repubblica), dimostrarono opposizione alle politiche deflattive, fu prima del voto per l’entrata dell’Italia nello Sme. Sia i comunisti – allora nelle parole di Napolitano – che Repubblica, con il suo direttore, sostennero che il cambio fisso, e le politiche deflattive che ne sono la logica conseguenza, avrebbero portato recessione e provvedimenti contro la classe operaia. Allora, esisteva ancora ancora una ‘classe operaia’; oggi, le conseguenze le pagano i lavoratori dipendenti, i liberi professionisti, gli artigiani e piccoli imprenditori, mentre la crescita della disuguaglianza premia quell’1% di élite mondiale che ha promosso la globalizzazione.
      Già, perché la globalizzazione non è un processo naturale, come la precessione degli equinozi o i vulcani; è stata progettata e attuata per costruire il mercato globale capitalistico: la libertà di movimento di capitali, merci, lavoro. Questo è il trattato di Maastricht. Quindi, non è che l’autarchia non è più concessa o improponibile perché si oppone al progresso. La globalizzazione non è ‘il progresso’; è una scelta deliberata, messa in atto dalle élite economiche, che ha comportato una colossale redistribuzione dei redditi dal basso verso l’alto.
      Quello che si coglie, nel discorso di P.B., è quel sottile autorazzismo sostenuto, in genere, da chi crede che gli italiani abbiano bisogno di un ‘vincolo esterno’ che gli drizzi la schiena – perché altrimenti saremmo perdenti nel confronto sui mercati internazionali. L’inflazione, in un paese esportatore e manifatturiero, come l’Italia, è un problema solo se non puoi controllare il cambio. La politica forte che ci permetta di stare in Europa in maniera paritaria, è una politica deflativa e di austerità permanente, cioè di taglio dei salari.
      Il cambio fisso è quel ‘vincolo esterno’ che scarica tutti gli aggiustamenti macroeconomici sui lavoratori dipendenti. Quindi, sarà a vantaggio di chi? Io sono un lavoratore dipendente, e questa cosa non mi sta bene! Parliamo dei mutui? La condizione che rende i mutui sostenibili, non è il tasso di interesse; è il reddito. Molte famiglie con capofamiglia operaio hanno fatto il mutuo con l’inflazione al 10% e comprato la casa e, nel frattempo, facevano laureare un paio di figli. Quanti giovani operai sono in grado di farlo, ora, con i tassi a poco più che zero%?

      Commento firmato

      Rispondi
  15. Nell’accostamento che fa “Commento firmato” non vedo francamente il nesso intercorrente tra momenti politici scostati tra loro di quasi tre decenni, ossia la nascita del governo Monti, a fine 2011, e quello a guida socialista, 1983-1987, un circa quadriennio che vide peraltro il Paese in più che buona salute, e che non aveva di certo ceduto la “sovranità popolare”, per usare un termine oggi piuttosto abituale.

    Né riesco altresì a spiegarmi come possano essere “sospettati” di volere un “vincolo esterno”, ovvero il “tutore” europeo, quanti, ed io tra questi, hanno appartenuto ad un partito che aveva saputo fermamente difendere l’italianità, e l’autonomia decisionale del Belpaese, anche in circostanze molto delicate e difficili, come ormai tutti riconoscono (a meno di non essere animati da un viscerale ed inguaribile antisocialismo).

    P.B. 06.01.2019

    Rispondi
    • Il nesso, peraltro esplicitato nel mio commento, è il supporto alle politiche deflattive, ossia incentrate sul controllo dell’inflazione, attraverso il controllo di prezzi e salari, piuttosto che sull’espansione della domanda interna (cioè dei salari), poi attraverso le riforme del mercato del lavoro e le privatizzazioni. Queste politiche, a partire dal ‘divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia’, sono state sempre condotte dal centro-sinistra, fino alla nomina del senatore Monti, appoggiata, appunto, dalle sinistre. Del resto, una volta deciso di entrare nel sistema monetario europeo, non c’erano alternative alle politiche di austerità. È il cosiddetto ‘pilota automatico’, sorvegliato dalla Commissione europea, che tuttora ci impedisce di avere una politica economica autonoma e che sostenga l’interesse nazionale. D’altra parte, Renzi, a suo tempo, lo ha dichiarato apertamente: “Pensavamo di fare gli interessi dell’Europa”.

      (Commento firmato)

      Rispondi
  16. il Decreto di S. Valentino è del febbraio 1984, e durante il quadriennio del governo a guida socialista, l’inflazione passò da un quasi 15% del 1983 al circa 4,5% del 1987, stando alle percentuali rinvenibili nel consultare le fonti che abbiamo a disposizione in materia, e non mi sembra possa parlarsi di “supporto alle politiche deflattive”, ma piuttosto del tentativo di ricondurre l’inflazione entro livelli compatibili con la fase di espansione economica allora in atto (tentativo a dire il vero riuscito, come paiono dirci i dati dell’epoca).

    In ogni caso, per venire al presente e non perderci in diatribe e dispute sul passato, chiederei al mio “interlocutore” se ritiene che onde evitare il “pilota automatico, sorvegliato dalla Commissione europea”, in modo da sostenere l’interesse nazionale, per usare le sue parole, ci si debba sganciare e uscire dal sistema monetario europeo, e se pensa che tale uscita sia la condizione indispensabile anche per far ripartire la nostra montagna (il che richiederebbe comunque tempi lunghi, forse troppo lunghi, ammesso che il “divorzio” dalla U.E. riesca e sia cosa buona).

    Si possono prospettare anche altre eventuali soluzioni per risollevare le sorti della montagna creando occupazione – ed invertire così la tendenza allo spopolamento, quale presupposto per non veder assottigliarsi via via la rete dei servizi – e c’è chi lo fa, tuttavia, ammesso che si tratti di ipotesi traducibili in realtà, i tempi di realizzo non saranno prevedibilmente brevi, e c’è il rischio di arrivare troppo tardi, ed è questo il motivo che mi spinge a ritenere che la via della “detassazione”, o delle agevolazioni fiscali”, sia intanto la strada più diretta ed immediata per intervenire, e “tamponare” quantomeno la situazione (ma forse è giunto il momento di interrompere il nostro confronto a due).

    P.B. 06.01.2019

    Rispondi

Lascia un Commento

Se sei registrato puoi accedere con il tuo utente e la tua password. Se vuoi registrarti al sito clicca qui.

Altrimenti lascia un commento utilizzando il form sottostante.

Powered by WordPress | Officina48