Il nostro dna è longobardo, ma anche bizantino. Paese per paese, ecco perché

Lo storico Giuseppe Giovanelli, a destra

Lo scorso 12 gennaio, a Castelnovo ne' Monti, lo storico Giuseppe Giovanelli, invitato da LiberaMente, è intervenuto portando nuova luce e ordine su fatti storici di estremo interesse che, ad esempio, svelano l'origine del nome di Bismantova, la nostra identità longobarda e bizantina, sul perché la nostra montagna più famosa è - ieri come oggi! - "staccata" da Castelnovo, sulle contese tra i paesi, il tutto passando da una affascinante ricerca sul gastaldato (una circoscrizione amministrativa governata da un funzionario del regno) e sul culto del santo (longobado) San Michele.

Il testo che proponiamo segue una conferenza tenuta dallo storico a Neviano degli Arduini nel settembre del 2016. Ritenendolo di estrema attualità, lo proponiamo integralmente. 

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Il culto di San Michele arcangelo nel Gastaldato di Bismantova 

Tematiche da approfondire. Problematiche da risolvere

 

di Giuseppe Giovanelli, Neviano degli Arduini, 25 settembre 2016

 

Può sicuramente definirsi temerario affrontare un argomento come questo perché troppo spesso si sono affermate certezze, tanto sul territorio come sul santo, che ora, sotto la spinta di nuovi studi, sembrano crollare. Il mio intervento avrà perciò molti “probabilmente” e molti condizionali proprio perché non vuole affermare certezze, ma mettere in chiaro problematiche che vengono a definire una importanza assai rilevante di questo territorio. Forse più rilevante di quanto non abbia finora ritenuto la storia di Reggio e di Parma.

 

  1. Gastaldo e gastaldato.

 

Il gastaldo (“preposto”) è un funzionario regio, preposto alla amministrazione di un territorio (gastaldato) che il re (o il duca) mantiene sotto il suo diretto controllo perché – ovviamente – quel territorio ha per lui un interesse particolare. Le sue funzioni sono amministrativo-economiche, giudiziarie, militari.

Quando si forma il gastaldato? Gli studiosi ultimi che se ne sono interessati (vedi Odoardo Rombaldi) sono concordi nell’affermare che esso nasce quando l’occupazione longobarda sale da Reggio e da Parma verso i valichi dell’Appennino per garantirsi il passaggio verso la Toscana. Il gastaldato è infatti una istituzione tipicamente longobarda.  Sulla datazione di tale occupazione gli studiosi non sono però unanimi; si tratta, infatti, di una datazione che va stabilita per presunzione dal verificarsi di altri eventi. Secondo il reggiano Rombaldi l’occupazione sarebbe un fatto compiuto entro il 628:

 

«Tutti gli sforzi dei Longobardi dovettero tendere ad infrangere lo sbarramento bizantino [appenninico]; tra il 612 e il 628 essi presero Castell’Arquato, Nebla, Corniglio, indi Bismantova per irrompere poi verso il mare. I Bizantini conservavano Monteveglio e Feroniano ancora per un secolo. La conquista di Bismantova fu preceduta dalla penetrazione dei Longobardi nella Val d’Enza…»[1].

Il 628 è una data che piace molto agli studiosi anche perché essa coincide con il passaggio dell’abate di Bobbio Bertulfo da Bismantova, di ritorno da Roma, attingendo su questo fatto in modo particolare dallo studio di Angelo Mercati, Castrum Bismantum, del 1921[2]. Ritengo, però, che non si possa ben comprendere la questione se prima non si chiarisce il significato di “Bismantum” ricordando che il termine non identifica la Pietra, ma un territorio (fines) cui appartiene la Pietra, detta appunto “di Bismantova”.

Arriviamo infatti all’anno 781, quando Carlo Magno dona la Lama Fraolaria alla Chiesa di Reggio e la definisce «in finibus Bismanti». Ecco l’intero passaggio:

«… quandam silvam juris nostri sitam in Comitatu Parmense, in finibus Bismanti, in loco qui dicitur Lama Fraolaria, cuius fines sunt de uno latere a f lumine Siclae sursum per stratam usque in finibus Tusciae, inde vergente in rivum Albolum usque ad flumen Siclae, inde quoque juxta Siclam deorsum pervenit in flumen Auzolae».

 

La dizione compare anche nella successiva conferma dell’anno 964 da parte dell’Imperatore Ottone I:

«… concedimus ac pleniter corroboramus silvam olim sitam in Comitatu Parmense in finibus Bismanti in loco qui dicitur Lama Fraolaria…».

 

L’importanza dei fines Bismanti (o come li chiamassero) era già nota ai Romani in quanto punto intermedio sulla via Parma-Lucca e sulla Reggio/Parma-Luni. Una via che non è tracciata, come le consolari, a mò di nastro massicciato carreggiabile, ma costituita da un fascio di sentieri e mulattiere che, per collegare due località, seguono il più possibile la linea retta. Questo fascio ha dei punti di riferimento: ponti e guadi, valichi, tratti in cui la via è “strata” perché attraversa terreni paludosi o in forte dislivello.

La necessità di insediarsi su questo “fascio” che già collega, dopo il 180 a.c., le colonie di Luni, Lucca, Parma, Modena e Reggio, diventa impellente anche per i longobardi, soprattutto per la Lucca-Parma, la cui linea retta passa proprio su Bismantova e la cui ampiezza del fascio va, in territorio reggiano, da Roncaglio a Talada: secondo il punto di partenza, la stagione, i corsi d’acqua, situazioni di pace o di guerra, situazione sanitaria.

Nell’anno 628 i fines Bismanti possono benissimo essere in mano longobarda. Ma, con ogni probabilità, non lo è il castrum Bismantum sulla Pietra. Se lo fosse stato stato, perché Bertulfo, gravemente ammalato non avrebbe potuto chiedervi ospitalità e assistenza, anziché attendarsi in luogo aspro e selvaggio nei pressi del castello stesso?

L’ipotesi conseguente è che la Pietra sia rimasta in possesso dei Bizantini fino alla dedizione ai Longobardi attorno al 720 in occasione del rifiuto da parte dei Bizantini locali della scelta iconoclastica dell’Imperatore Leone Isaurico. Ipotesi ulteriormente sorretta dal fatto che, ancora nel secolo XV, esisteva nei pressi della Pietra un monte chiamato “del Gastaldo” (forse il monte Morra tra Maro e Vologno?) probabile sede del gastaldo.

Questa considerazione porta ad una ipotesi che mi pare molto attendibile: i fines Bismanti amministrati dai Longobardi (gastaldato) aggirano da tre lati la Pietra, mentre dal quarto lato (est) questa rimane collegata alla dorsale bizantina Bismantova-Fosola-Valestra costituente il distretto bizantino del Castrum Verabulum. Nello stesso tempo determinano a ovest della Pietra il prevalente passaggio dei Longobardi, a est quello prevalente dei Romani.

È anche documentato che sul lato nord il gastaldato è rappresentato dalle corti di Felina e Malliaco, insieme costituenti il successivo comune di Felina, che il 3 aprile 870 l’Imperatore Lodovico II concede a Suppone,

«strenuo vasso et consiliario nostro […]   quasdam cortes iuris Regni nostri sitas in Comitatu Parmense, in Gastaldato Bismantino quarun una vocatur Fellinas […] et alteram que nominatur Malliaco … silvaque et gaio in Monte Cervario…»[3],

donazione che il 12 maggio 890 Berengario conferma a Unroco, figlio di Suppone:

«… cortes duas in Comitatu Parmense in Gastaldato Bismantino, quarum una vocatur Malliaco et altera Felinis … sicut antiquis temporibus ad Comitatum Parmensem pertinuerant»[4].

Con questa ipotesi – e tenendo conto della persistenza nel tempo dei confini – spiegheremmo un altro fatto che avrà il suo peso nei rapporti con Castelnovo [ne Monti]: il fatto, cioè, che la Pietra di Bismantova verrà a trovarsi fino all’età moderna in una giurisdizione del tutto separata da Castelnovo. Nel 1600 i suoi confini lambiscono l’attuale Piazza Peretti. Il castello sulla Pietra sopravviverà, in mano ai “Bismantovi” fino alla sua cessione agli Estensi (1422)[5] senza che mai un solo documento ­–  per quanto è ora dato sapere – lo definisca “Castrum vetus”. Castelnovo appare appartenente e generato, alla Corte di Villola, come risulta dalla donazione del vescovo Teuzone in data imprecisata, ma anteriore agli anni 1014-1022[6].

Per gli altri confini del gastaldato dovremmo rifarci al suo permanere come giurisdizione fiscale – pur con altro nome – che ritroviamo, ad esempio, all’inizio della dominazione estense nella prima metà del secolo XV comprendere i comuni di Vetto, Cola, Gottano, Gazzolo, Rosano, Felina (e Malliaco-Maiago), Nismozza, Acquabona, Vallisnera, Vaglie, Campo, come risulta dagli Statuta Potestariae Castrinovi Regiensis, del 1460[7].

Abbiamo così più chiaramente quella che doveva essere la funzione del gastaldato: il suo territorio ha un andamento nordovest–sudest, aggira la pietra di Bismantova e si colloca sulla linea retta Parma-Lucca. Appare più che evidente che il suo scopo è di coprire l’asse viario Parma-Lucca (valicante l'Appennino in zona Pradarena e San Pellegrino) che sappiamo quanto fondamentale per il dominio longobardo e sul quale transiterà il formarsi dei domini dei signori di Canossa.

Non va dimenticato, comunque, il suo estendersi anche in direzione nord-sud, cioè sulla viabilità Reggio-Luni attraverso i valichi del Cerreto, su quella strada che i documenti sarzanesi del 1400 definiscono «via quae vadit a civitate Regii ad castrum Felinae et deinde ad Alpes», la via più breve di collegamento mare­ ­– piano lombardo.

La sua confinazione ha lasciato un probabile segno anche nella toponomastica: a sud il Mons de Mensa (monte della misurazione, oggi Nuda delle Pielle, sovrastante il Cerreto delle Alpi) designante un limite con la Toscana e la Terminatio (oggi Terminaccio), un chilometro circa a sud di Castelnovo dove la corte di Villola incrocia il feudo di Bismantova.

Notiamo, infine, anche il fatto che, gradualmente, il gastaldato si stacca dal comitato di Parma. I pochi fatti documentali inducono a credere ad un distacco per sfaldamento lento e graduale. La donazione al vescovo di Reggio della Lama Fraolaria può essere il primo di tali fatti che, con la successiva donazione di Monte Cervario (versanti reggiani attuali del Ventasso) del 904 documentano il passaggio dei territori appenninci di confine sotto il dominio anche civile del vescovo di Reggio, e, in seguito al comune di Reggio.

Che si tratti di un passaggio graduale è documentabile, ad esempio, con le tardive liti per il possesso delle chiesa di Vetto e del castello di Vallisnera attribuite nel 1142 al vescovo di Reggio per lo spirituale e a quello di Parma per il temporale[8].

 

  1. Il culto longobardo di san Michele

 

Un’indagine sul culto dei santi nel territorio del gastaldato, se deve necessariamente tener conto degli eventi politici e mi

La chiesa di San Michele che tutt'ora sorge a Cavola

litari che sono alla base della costituzione di questa particolare entità territoriale, non deve però trascurare il fatto che la popolazione longobarda diventa stanziale; non sopprime la popolazione autoctona ligure e romana o romanizzata, ma stabilisce con essa una convivenza sempre più pacifica, pur mantenendo la propria identità etnica, come attesta la prassi di affermare, in ogni atto notarile, la propria nazionalità. Una prassi generalizzata fino a tutto il secolo XII, dopo di che “longobardo” significherà semplicemente “italiano”.

Benché sconfitto da Carlo Magno, il popolo longobardo continua ad esistere come prima e connotare sempre più marcatamente il territorio con la sua cultura e con la sua religiosità.

La longobardizzazione del territorio reggiano sarà talmente pronunciata che i suoi abitanti saranno definiti, dai Toscani, semplicemente come “lombardi” e Reggio Emilia sarà identificata fino al 1859 come “Reggio di Lombardia” e sarà nell’elenco delle città della Lega Lombarda in lotta contro Federico Barbarossa.

Un’indagine sulle componenti longobarde della cultura locale individua numerose tracce nella toponomastica, nel lessico dialettale e nella letteratura orale dialettale. Basti ricordare il canto Donna lombarda, raccolto a Reggio nel 1901 da Giuseppe Ferraro. Secondo Costantino Nigra, il canto, presente ab immemorabili nel folclore reggiano e molto simile alle versioni parmense e piacentina[9], prova «ad esuberanza» di riferirsi alla tragica morte di Rosmunda[10]. Un evento come il duello di Garfagnolo del 1098, in un territorio che dovrebbe essere degli Arimanni di Ruvitico, ricorda lo sforzo del mondo ecclesiastico di sostituire il diritto romano al diritto barbarico; il quale, però continuerà a sussistere ancora per secoli, come ci dimostra l’invincibilità del costume barbarico della faida.

Le pergamene di Marola, poi, ancora nel secolo XII, attestano una radicata presenza delle costumanze longobarde del morgincap - il regalo, una sorte di dote, che il marito longobardo faceva alla propria moglie il giorno immediatamente dopo la prima notte di nozze ndr - .e del mundio - il potere tipicamente longobard di protezione del capofamiglia (mundualdo) sugli altri membri del gruppo familiare (la fara), e tra questi in particolare sulle donne, in cambio di vari tipi di sottomissione ndr -.

Non fa dunque meraviglia che la traccia più incisa e meglio sopravvissuta nel tempo sia senz’altro quella religiosa che fa centro soprattutto nel culto di san Michele. Una ragione di tale scelta preferenziale, si è soliti dire, sarebbe individuabile nel fatto che san Michele arcangelo ha le caratteristiche della divinità armata nel quale facilmente gli ancor pagani, o semipagani, Longobardi avrebbero individuato il dio germanico Odino.

Ragione plausibile, ma l’indagine va oggi più a fondo riagganciando il culto longobardo a quello bizantino. Nell’Oriente cristiano, san Michele ha inizialmente le caratteristiche dell’angelo biblico che è guida, difensore, curatore, messo di Dio. La sua immagine viene presto ad assumere le connotazioni del funzionario imperiale, soprattutto del giudice (la bilancia) e del condottiero militare, tanto da diventare il santo protettore degli eserciti imperiali. In sintesi: una immagine del potere imperiale[11].

Il culto micaelico, di san Michele, così diffuso ancora in Appennino

Nella loro azione di conquista i Longobardi tendono a sostituirsi ai Bizantini nella gestione del potere. Un passaggio determinante diventa quindi l’appropriazione dei simboli del potere, primo dei quali il santo principe degli angeli Michele, con i suoi attributi iconografici: la bilancia e le armi. L’appropriazione è particolarmente marcata dopo l’apparizione (8 maggio 663[12]) dell’Arcangelo al Monte Gargano, con la conseguente vittoria del re longobardo Grimoaldo sui Bizantini e il passaggio di ruolo di san Michele: da santo di una semplice devozione a santo protettore e difensore della nazione longobarda[13].

La romanità, in effetti, li attira. Contrariamente ad alcuni stereotipi storicistici superati, i Longobardinon “cancellano”, ma “fanno proprio”. Lasciano la popolazione romana con la sua cultura e i suoi santi che ricordano l’originale promanazione della Chiesa di Reggio da quella di Roma: il Santo Salvatore, Pietro, Lorenzo, Stefano, Agata…; poi da quella di Milano: Ambrogio (Rivalta, Villaberza, Bazzano). Lasciano i santi dell’occupazione o dell’evangelizzazione bizantina: Quirico e Giulitta, Andrea, Bartolomeo, Vincenzo e Anastasio, Giorgio, Caterina, Eufemia… Non tardano, anzi a farli propri, soprattutto quelli militari come Giorgio, Donnino, Maurizio.

Le due popolazioni convivranno distinte per oltre tre secoli, ma, dal punto di vista religioso, troveranno l’unità, a metà del secolo IX, nel comune culto di Maria Santissima Assunta.

In un territorio controllato civilmente e militarmente dai Longobardi, come appunto il gastaldato di Bismantova, non potevano perciò mancare luoghi di culto al santo nazionale nei luoghi più significativi quali i centri e i luoghi nodali degli assi viari Parma-Lucca (che diventava anche Reggio-Lucca) e Reggio-Luni. Molto importante anche questo secondo asse se può essere vero, come tutto ragionevolmente sembra provare, che Castelnovo nasca come mercato di Luni (nei documenti il suo mercato è chiamato Mercatus Lunae).

A Castelnovo ne’ Monti san Michele è festeggiato l’8 maggio, come tipico dei Longobardi, ma i festeggiamenti principali sono quelli del 29 settembre, tipico del calendario Romano, quando, da tempo immemorabile si tiene il raduno religioso e commerciale (nundinae) delle popolazioni del cuore del gastaldato, da Ligonchio e Vallisnera a Vetto. Storicamente può essere senz’altro definita come una millenaria fiera etnica che ha nel 1471 non la data istitutiva, ma soltanto quella del “riconoscimento” da parte del sovrano, l’allora duca di Ferrara Ercole I d’Este; riconoscimento necessario perché il raduno possa continuare ad avere i privilegi antichi e sia tutelato dalle forze militari ducali[14].

A Beleo, nell’attuale comune di Casina, esiste tutt’ora, ristrutturato nelle forme originarie del secolo XII, un vero e proprio santuario micaelico con il titolo di San Michele in Bosco. Fino a tutto il secolo XV è sfiorato dalla via “regia” che da Reggio va al Cerreto delle Alpi, dopo che in questa si è appena immessa una via proveniente da Parma. La collocazione attesta la sua funzione di controllo e protezione di uno dei principali tracciati viari.

La prima menzione documentaria del luogo, relativa ad una “corticella”, risale al 980[15]. Come entità ecclesiastica nel 1070[16].

Fino agli anni 1940 era sede di quei grandi secolari festeggiamenti micaelici (per San Michele) che hanno numerose attestazioni nei documenti del Sei e Settecento a motivi delle liti “di campanile” che facilmente nascevano. La gente vi accorre processionalmente dai paesi limitrofi per celebrarvi, l’8 maggio, l’apparizione dell’arcangelo per poi fermarsi anche più giorni, nel bosco circostante per continuare la festa con danze, musiche e canti.

La tradizione orale ricorda, in un anno imprecisato, lo scontro fra le processioni di Gombio e di Leguigno concluso con la vittoria dei Gombiesi che, per ricordare l’evento, issano quale trofeo di vittoria nella loro chiesa la croce processionale catturata alla parrocchia avversaria[17].

A Velucciana (Ulzanum) di Carpineti sorge pure un altro santuario micaelico, oggi ridotto ad oratorio pubblico, con il titolo di San Michele in Bosco. Anche se la prima citazione documentale risale al 1240, le caratteristiche devozionali e la collocazione a ridosso di una strada “romana” che attaversava la parrocchia di Pontone ne indicano ragionevolmente una delle più antiche fondazioni longobarde[18].

A Monte Ròssolo (in dialetto locale: Munt Rossl) in parrocchia di Cola, sorgeva ancora fino alla metà del secolo XIX un oratorio campestre, residuo di una chiesa micaelica lungamente citata nei documenti medievali reggiani[19] e presente nelle tradizioni orali di Cola e di Regnòla.

Secondo queste tradizioni, la chiesa di San Michele conteneva al suo interno, appeso al soffitto, un drago imbalsamato ed era frequentata dagli abitanti di Regnola, località confinante, appartenente al comune di Cola ma divisa dal torrente Atticola (Atticola = Cola aldilà del rio = Ultrarivum dei documenti). Il microtoponimo su cui sorgeva la chiesa era Sandòg – Santo doge, santo condottiero, san Michele.

Ipotesi: Regnola, in dialetto Argnola, è riconducibile ad una originaria Arimanniòla (ricordiamo in zona anche Campigliola, Cagnola, Parisola…). Ebbene, Regnola è a nord di Cervarezza, dove in un documento matildico del 1106 sono collocati gli “Arimanni de Ruvitico”[20].

La località era densa di querce, come attesta l’altro microtoponimo Giandès - ghiandeggio, luogo in cui pascolare (i maiali) a ghiande. I due microtoponimi sono attestati anche nel 1175 nel processo riguardante l’eredità di Ferrario da Brigenzone.

A poche centinaia di metri dalla chiesa di san Michele, su una altura fortificata (Brigenzone) sorgeva la chiesa dei santi, chiaramente bizantini, Quirico e Giulitta.

In San Michele di Monte Ròssolo è da individuarsi una delle tre cappelle della corte di Villola; corte citata nel documento dell'imperatore Enrico II del 1014-1022, generatrice – come sopra accennato – della località mercantile di Castelnovo ne' Monti con relativa fiera etnica di San Michele.

Altre chiese micaeliche, meritevoli di approfondimenti storici che ne portino alla luce le tante memorie archivistiche, sorgono a:

Cavola di Toano, a ridosso di un attraversamento del Secchia dedicato a San Giacomo, su una strada diretta verso il Toanese;

Bondolo, situato su quel monte ancora nel 1754 chiamato di San Michele, a sud della Pietra di Bismantova. Dalla sponda sinistra del fiume Secchia fronteggiava il San Michele di Carù in sponda destra[21];

Carù, poi divenuta, come oggi, parrocchiale;

Talada, in un paesaggio caratterizzato da selve e rupi, presso un antico guado del fiume Secchia. Compare una prima volta nell’elenco, databile fra il 1014 e il 1022, dei possedimenti tenuti iure proprio dal vescovo longobardo Teuzone, da questi donati alla chiesa di Reggio e confermati dall’imperatore Enrico II[22];

Ripiolla, oggi scomparsa, era situata su uno scoscendimento tra le località odierne di Ca’ de Zobbi e Calizzo, a ridosso della via che andava a Minozzo alla Val d’Asta[23].

Appartenenti con tutta probabilità alla primitiva ampia giurisdizione del gastaldato erano le chiese micaeliche di

Paderna, a ridosso di un antico tracciato della strada da Reggio alla montagna, in località dal toponimo prettamente longobardo, attualmente in comune di Vezzano sul Crostolo;

Montalto, pure in comune di Vezzano sul Crostolo, sulla strada che da Crostolo risale verso Fondiano per ricollegarsi all’antichissima strada della Perdera. Molti i significati della condedicazione a san Lorenzo, tipicamente romano.

Roncaglio di Ciano d’Enza, a ridosso di un percorso che dal parmense conduceva verso Sarzano o Gombio;

Difficile, invece, spiegare la presenza di una chiesa micaelica in un territorio tipicamente bizantino quale Casteldaldo, con altra chiesa, oggi parrocchiale, dedicata a Sant’Apollinare; e altrettanto della cappella di san Michele in Sasseto, sulle pendici meridionali del monte Valestra.

Molte delle dedicazioni reggiane sopra indicate sono in coppia con san Martino:

Roncaglio con San Martino di Ciano;

Beleo con Pantano

Carù con Sologno

Cavola con Corneto

Monterossolo con Groppo.

Per Lorenzo Angelini il san Martino di questa diade, frequente anche in Garfagnana, indicherebbe un avamposto militare bizantino della Parma-Lucam conquistato dai Longobardi e del quale mantengono la dedicazione. Ma potrebbe anche indicare avamposti di entrambi i popoli pacificamente coesistenti avendo gli uni e gli altri uguale necessità dello stesso percorso viario. E la coesistenza potrebbe senz’altro essere stata facilitata dalla condivisione della stessa sede cattolica e del culto degli stessi santi.

Questa breve riflessione sul culto micaelico nel Gastaldato di Bismantova mette in luce un altro fatto, che qui non tratto per non averne competenza: la scia di dedicazioni reggiane ha un seguito in territorio parmense, sempre in allineamento con l’asse Parma-Lucca. È lecito pensare che il gastaldato originario iniziasse già sul territorio parmense?

 

  1. Iconografica e tradizioni micaeliche

 

Non pare che nel gastaldato siano sopravvissute iconografie micaeliche. Tuttavia alcuni particolari di essa hanno influito sulle tradizioni della religiosità popolare. Come attestato anche da molti documenti medievali e moderni, era molto radicata la concezione delle tre corti: celeste, terrestre, infernale. Come la corte terrestre, anche quella celeste ha il sovrano (Dio), le milizie con il loro comandante (le coorti angeliche capeggiate da Michele), la avvocazia dei fedeli (la B.V. Maria e i santi protettori) e via via le altre cariche.

Allo stesso modo la corte infernale ha il suo sovrano (Satana, capo degli angeli ribelli) e i suoi vari incaricati, tutti con lo scopo di rapire le anime e portare sulla terra i grandi flagelli.

È in sostanza la concezione in parte ricalcata dalla preghiera che, per disposizione di Leone XIII del 1886, si recitava al termine della messa:

 

«Sancte Michael arcangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus supplices deprecamur; tuque, princeps militiae coelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute in infernum detrude»[24].

 

La battaglia tra le due corti si combatte sulla terra, soprattutto nei momenti determinanti della vita dell’uomo, come, ad esempio, sul punto della morte, quando i diavoli lottano con gli angeli ei santi protettori per strappare loro l’anima del defunto non appena essa si stacca dal corpo.

Nei territori dell’antico gastaldato il terribile momento era vissuto – e lo era fino a poco più di mezzo secolo fa –  invocando al capezzale del morente l’arcangelo Michele nella sua duplice valenza di

- guerriero, per combattere il demonio e impedirgli di appropriarsi dell’anima;

- di giudice misericordioso che soppesa il bene e il male compiuto dal defunto facendo sì, in tutti i modi, che il piatto del bene sopravanzi quello del male;

- di conduttore dell’anima a Dio.

 

Tutto ciò è ricordato nella Vita Matildis di Donizone a proposito della morte di Bonifacio:

Cum veneris judex, cum sanctis da sibi lucem

Virgo Maria caput, dextram Michaelque beatus,

Petrus et Andreas, Apollonius quoque levam

Illius extollant et eum super astra recondant[25].

 

Ricalcata su questo brano donizoniano sembra la preghiera dialettale “della buona notte e della buona morte”, diffusissima prima della recente “secolarizzazione”, nella quale il ruolo di san Michele è quella di prelevare l’anima, “pesarla” (cioè metterne le buone azioni su un piatto e le cattive sull’altro) contendendola al demonio e conducendola a Dio.

 

I vagh a lett

Cun Domini m’aspett,

cun Domini magiur,

Geseu Crest e salvadur,

cun la Madunina inans,

cun i angiulin bianch.

Casu mai ch’in m’alvas

La mi anma me i vla las

I la lass a san Svann

Ch’a la leva

Ch’a la slonga a san Michel

Ch’a la pesa

Ch’a la porta fin in ciel[26].

 

Questa versione è stata raccolta a Castelnovo ne’ Monti e Cola, nel cuore del gastaldato. Ma questa stessa preghiera, centrata su san Michele che pesa l’anima e la porta a Dio, espressa a Talignano dalla famosa lunetta della psicostasi, la troviamo ovunque i longobardi hanno creato i loro principali stanziamenti, dal Friuli all’Italia centrale. Una persistenza, dunque, che mette il gastaldato di Bismantova nel cuore della Langobardia.

 

 

 

[1] O. Rombaldi, Il potere e l’organizzazione del territorio di Quattro Castella, in AA.VV., Quattro Castella nella storia di Canossa, Multigrafica Editrice, Roma 1977, p.15. Ma anche: F. Sassi, Le campagne Longobardo-Bizantine in Lunigiana e nell’Appennino Ligure-Emiliano, «La giovane Montagna», Parma, 1 settembre, 1 ottobre, 1 novembre 1937.

[2] Pubblicato in Studi di Storia di Letteratura e d’Arte in onore di Naborre Campanini, Reggio Emilia 1921, pp. 51-58; ripubblicato in A. Mercati, Saggi di Storia e Letteratura, vol. primo, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1951, pp. 125-132. Uno studioso contemporaneo, Paolo Gherri, riprendendo le obiezioni del «compianto G. Buzzi», già sfatate dal Mercati stesso, e riproponendo l’infondatezza del citato passo di san Bertulfo, ne ritiene inesistente il passaggio da Bismantova (P. Gherri, seduta della Deputazione di Storia Patria di Reggio, 28 maggio 2011).

[3] «… al nostro valoroso vassallo e consigliere […] certe corti appartenenti al nostro Regno situate nel Comitato di Parma, nel Gastaldato Bismantovino, delle quali una si chiama Felina […] e l’altra ha nome Malliaco […] e la selva e il bosco nel Monte Cervario».

[4] «… due corti situate nel Comitato di Parma, nel Gastaldato di Bismantova, delle quali una si chiama Malliaco e l’altra Felina … come nell’antichità erano appartenute al Comitato di Parma». Cfr.: I. Malaguzzi Valeri, I Supponidi. Note di storia signorile italiana dei secoli IX e X, Società Tipografica, Modena 1894.

[5] G. Tiraboschi, Dizionario Topografico-storico degli Stati Estensi, Tipografia Camerale, Modena 1825, voce “Bismantova”.

[6] P. Torelli, Le carte degli archivi reggiani fino al 1050, Cooperativa Lavoranti Tipografi, Reggio Emilia 1921, p. 307.

[7] Statuta Potestariae Castrinovi Regiensis et Fellinae, Regii Lepidi, apud Herculianum Bartholum, MDLVIII, p. 4.

[8] G. Saccani, Delle antiche chiese reggiane, Ed. Bizzocchi 1976, pp. 256 e 272.

[9] A. Ambrogio, Piacenza nella tradizione, «La Giovane Montagna», 15 novembre 1942.

[10]  G. Ferraro, Canti popolari piemontesi ed emiliani, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1977, p. 455.

[11] Cfr. B. Martin Hisard, Il culto dell’arcangelo san Michele nell’Impero Bizantino, in www.miliziadisanmichelearcangelo.org

[12] Secondo altri studiosi 647

[13] C. Angelillis, Il Santuario del Gargano e il culto di S. Michele nel mondo, vol. I e II, Ed, “Michael”, Monte Sant’Angelo 1995, passim.

[14] G. Giovanelli, Castelnovo ne’ Monti, La fiera di San Michele, Mille anni di commerci nell’Appennino Reggiano, AGE, Reggio Emilia 1996.

[15] P. Torelli, Le carte degli archivi reggiani fino al 1050, Cooperativa Lavoranti Tipografi, Reggio Emilia 1921, p. 181,

[16] G. Saccani, Delle antiche chiese cit., p. 237. Cfr. anche O. Siliprandi, Note d’arte medioevale nell’Appennino Reggiano, «La Giovane Montagna», Parma, 15 marzo 1943.

[17] G. Giovanelli, Migliara e il suo territorio parrocchiale, in D. Camorani (a cura di), Migliara, tracce del passato e del presente, La Nuova Tipolito, Felina 2010, pp. 151-172.

[18] R. Cabassi – M. Favali – I. Rondanini, L’Affresco ritrovato. Chiesa di San Michele Arcangelo a Velucciana, La Nuova Tipolito, Felina 2013.

[19] G. Saccani, Delle antiche chiese reggiane, Bizzocchi editore, Reggio Emilia 1976, p. 275.

[20] Permuta di terre tra gli eremiti di Monte Carù e la Pieve di Campiliola (Campiola). In cambio di una pezza di terra in Campo Camelasio, gli eremiti cedono alla Pieve un terreno in Cervarezza. A nord questo terreno confina con gli Arimanni di Ruvitico. N. Taccoli, Parte seconda d’alcune memorie storiche della città di Reggio di Lombardia […], Stamperia Monti, Parma 1748, p. 264.

[21] Archivio plebanale di Castelnovo ne’ Monti.

[22] P. Torelli, Le carte degli archivi reggiani fino al 1050, Cooperativa Lavoranti Tipografi, Reggio Emilia 1921, p. 307.

[23] F. Milani, Minozzo negli sviluppi storici della Pieve e della Podesteria, Ed. Prandi, Reggio Emilia 1938, p. 107.

[24] «San Michele arcangelo, difendici nella battaglia; sii presidio contro l’iniquità e le insidie del diavolo. Preghiamo perché il diavolo ricada sotto l’imperio di Dio. E tu, principe della milizia celeste, con la forza che ti viene da Dio, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni che vagano nel mondo per portare a perdizione le anime».

[25] «Quando verrai con i tuoi santi, o giudice, dona a lui la luce.  La vergine Maria gli sollevi il capo, il beato Michele la mano destra, Pietro, Andrea e Apollonio la sinistra e lo conducano in cielo» (I, 1134-1137).

[26] «Vado a letto /attendendomi di essere in compagnia del Signore, / con il Signore supremo /Gesù Cristo il Salvatore, /dinnanzi alla Madonnina,/ con gli angeli bianchi. / Nel caso che morissi nel sonno, / io vi lascio la mia anima. / La lascio a San Giovanni / che la prelevi, / che la allunghi a san Michele /il quale la pesi / e la porti fino in cielo».

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12 Commenti

  1. Pulchra Pulchra et fascinating historical reconstruction. Cordis conculcationem pecoris Prof.re Giovanelli.
    Bellissima letta tutta d’un fiato! Bellissimi tutti i suoi saggi in merito alle ricostruzioni storiche dei nostri territori.Grazie ancora.

    Massimo Pasquale Pinelli

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  2. Bellissimo, molto, molto, molto interessante per una figlia di Bismantova che purtroppo non conosce il latino.

    Elda Zannini

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  3. Affascinato e curioso, essendo io nato nella casa di Munt Rossl e sapendo perfettamente dove è Sandog (ci abitavano i Corti), avendo già in passato letto di questa chiesa col drago imbalsamato, non ho mai capito dove questa chiesa fosse ubicata esattamente, se nella casa dove io il primo gennaio ’53 ho visto la luce o se più a valle. Verso Sandog ho un campo più a valle della casa, verso Sandog dove ci sono delle sassaie, forse i resti della chiesa? Sarebbe più logico nella casa che è nel monte successivo (ad est) rispetto l’attuale chiesa di San Quirico e Giulitta. Inoltre da bambino sentivo parlare dagli anziani di un castello sul monte Berghinzone dove forse c’era sepolto un tesoro e che sotto Munt Rossl a volte spuntava un drago che sputava fuoco. Storie raccontate che mi affascinavano come questa lettura letta tutta d’un fiato. Ovviamente non pretendo una risposta dallo stimatissimo Prof. Giovanelli, in passato insegnante di mia figlia. Cordialmente

    Lucio

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  4. Da semplice appassionato di storia locale e dialetto trovo molto bella questa iniziativa di Redacon e, a proposito dell’intervento del Prof. Giovanelli, come di consueto chiaro e documentato, mi permetto di “integrare” senza pretese il sintetico titolo che avete usato nel presentarlo: è assai probabile che il Dna montanaro non sia riconducibile solamente a Longobardi e Bizantini, perché c’è stato un prima e un dopo di loro che rende plurima la nostra etnia, come il linguaggio dialettale che della storia è figlio.
    Bizantini e Longobardi (e Galli-Celti), hanno sicuramente occupato e “contaminato” in misura diversa la fascia mediobassa del nostro Appennino e qualche valle alta, dove prima erano insediati in modo non omogeneo Liguri, Etruschi e Galli-Celti sconfitti e cacciati dai Romani.
    Ma l’aspra e inospitale fascia alta di Crinale fu solo controllata militarmente lungo i percorsi verso Lucca e Luni, e quassù quei “sempre vinti e sempre ribelli” dei Liguri hanno plausibilmente trovato rifugio, lasciando durature tracce somatiche, linguistiche, storiche, toponomastiche e giuridiche non riscontrabili a valle di cui, noi dell’Alto Crinale, andiamo fieri. Grazie!

    Pier Giorgio Ferretti

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  5. Grazie per aver pubblicato questo documento. Grazie a Giuseppe Giovanelli per l’impegno e lo studio di una vita al servizio del territorio. Oltretutto, solo per passione e sempre con una grande disponibilità a condividere il suo sapere.

    Normanna Albertini

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  6. Nell’elenco dei vari Santi ricordati,non si parla di S.Pancrazio.
    Mi dispiace perchè,pur essendo il protettore civico di Castelnuovo( al punto che scuole ed uffici sono chiusi il 12 maggio giorno della sua dedicazione) si tende a dimenticarlo, nonostante con ogni probabilità fosse il Santo cui era intitolato l’oratorio del castello di Castelnuovo,fatto costruire da Matilde di Canossa e da lei affidato all’Abate di Canossa dell’ordine dei Benedettini.
    S.Pancrazio era un giovane martire del periodo di Diocleziano molto venerato nei primi tempi del cristianesimo ed il cui culto,per interessamento del papa,venne diffuso in Italia ed anche in Europa tramite i Benedettini incaricati per questo dal Papa stesso.La tradizione orale,che si tramanda da generazioni ed abbastanza attendibile anche per testimonianze dirette delle persone più anziane(purtroppo ormai molto poche)racconta di una venerazione diffusa in centro storico,concentrata in modo particolare nel giorno della festa del santo in cui si svolgeva la processione per le viuzze del borgo.Al termine della funzione religiosa,se il tempo lo permetteva,le famiglie si trovavano sulla “spianata del castello” dove consumavano in allegria pane, salame,scarpazzone,il tutto innaffiato da un buon vino.D’altra parte nella chiesa parrocchiale esiste un altare laterale con un quadro raffigurante S.Pancrazio, forse proveniente dall’oratorio del Castello.Senz’altro le notizie riguardanti S.Pancrazio non sono così documentate come quelle che,con la sua solita bravura e competenza,ha meravigliosamente esposto il professor Giovanelli che ben conosco e saluto.Ma proprio per questo mi sembra valga la pena conservare gelosamente tutti gli spunti di storia locale prima che si dissolvano nel nulla, sforzandoci di mantenere il ricordo delle tradizioni attraverso le quali si colora d’interesse e di curiosità l’attendibilità rigorosa dei documenti.
    Sarebbe piacevole che il 12 maggio-oltre alla celebrazione della S.Messa pomeridiana che ogni anno viene dedicata al Santo- (al quale sono intitolati anche l’oratorio parrocchiale e la fontana situata di fronte all’ospedale) tornasse ad essere “festa” nel borgo e nel paese e vorrei invitare tutti coloro che hanno notizie del nostro S.Pancrazio a raccontarle.
    Potrebbero essere raccolte e conservate,magari tramite Redacon!

    MgC

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  7. Liguri, Galli, Celti, Romani, Bizantini, Longobardi, nel nostro dna. Anche se penso che la base delle nostre popolazioni specialmente dell’alto crinale derivino in larga parte da genti Liguri Friniates. Difatti l’intera zona montana modenese si chiama Frignano, derivante appunto dalla popolazione ligure dei friniati che abitava quelle zone e le nostre. Gli indomiti Liguri che piuttosto che sottostare a Roma perdendo la propria libertà, s’immolarono contro le legioni romane venendo sconfitti e deportati.

    Andrea

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  8. Con la sua dotta e documentata relazione il prof. Giovanelli ci apre una finestra su tempi lontani, per il piacere di appassionati e curiosi della nostra storia e anche di chi cerca nel passato qualche attinenza col presente, che anche qui sembra non mancare, vedi ad esempio le osservazioni di Andrea riguardo al “temperamento” delle nostre popolazioni, che a suo dire discenderebbe in qualche modo dalla radice ligure.

    Ma pure le nostre abitudini alimentari possono risentire di quella antica ripartizione geografica tra territorio bizantino e longobardo, se è vero che nel primo prevaleva l’allevamento degli ovini mentre nel secondo quello del suino, col consumo delle rispettive carni, consuetudini che di massima paiono essersi mantenute, almeno in terra reggiana per quanto mi è dato sapere, pur con tutte le normali eccezioni.

    Apprendiamo altresì che i longobardi conservarono a lungo la “propria identità etnica”, e la prassi di riaffermare la propria nazionalità, ancorché in pacifica convivenza con altre popolazioni – come troviamo scritto all’inizio del capitolo 2 – il che dovrebbe essere motivo di riflessione per chi non vede di buon occhio i sentimenti identitari ritenendoli un indesiderabile ostacolo al multiculturalismo.

    P.B. 23.01.2019

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  9. Nel prendere atto delle reazioni suscitate dalla pubblicazione di questa conferenza, provo le stesse emozioni di quando, camminando a piedi per la strada mi imbatto in qualcuno che sospende il lavoro per chiedermi un’informazione storica. Un contadino, un muratore, un cantoniere, un ciclista che vogliono sapere cose di secoli o millenni passati mi dicono con certezza che la voglia di sentirsi parte di una storia che ha caratterizzato il nostro paese è molto forte e molto sentita. E che la nostra storia – quella del nostro piccolo borgo, della nostra piccola montagna – è un valore non “aggiunto”, ma “intrinseco” da curare e mettere a frutto.
    Ciò premesso, alcuni chiarimenti. Su Monte Ròssolo, caro compaesano Lucio, gli storici reggiani hanno giocato a trovargli una collocazione. Giovanni Saccani, ad esempio, riteneva che si trovasse a Carnola. Gli sarebbe bastato guardare una mappa per capire che era nel prato di Sandog, di fronte a Regnola, dei cui abitanti era la chiesa, il cui bel portale, cancellate le insegne, è stato portato nel vicino borgo di Corte. Le tradizioni locali gli avrebbero dato piena ragione. Tanto per sottolineare l’importanza di queste numerose e ancor vive tradizioni.
    Mi si dice di non aver citato san Pancrazio. È vero, ma la conferenza era sulle memorie micaeliche nel territorio centrale dell’ex gastaldato di Bismantova. E pare non doversi dubitare che questo cuore sia rappresentato dalle chiese di Monte Rossolo, Bondolo (non Carnola), Carù, Talada, tutte dedicate a san Michele. L’argomento di san Pancrazio meriterebbe davvero di essere ristudiato, soprattutto dopo la pubblicazione di alcuni documenti antichi da parte della signora Cagni di Stefano, in “Castellanze della montagna”, che rendono lecita una domanda: perché i Castelnovesi cancellano l’oratorio di san Pancrazio e lo sostituiscono con altro oratorio dedicato a santa Maria Maddalena? San Pancrazio era il protettore della parte di borgo appartenente all’abbazia di Canossa alla quale, ancora nel 1683, i Castelnovesi pagavano l’affitto della piazza del Mercato della Luna. Un affitto pagato storcendo il naso.
    Mi si dice anche di non aver citato i Liguri. La ragione è sempre la stessa. Sicuramente anch’essi richiedono approfondimenti multidisciplinari, come ha fatto Pier Giorgio Ferretti con i suoi fondamentali studi sul dialetto dell’alto Appennino. Quel cenno che ne ho fatto nella storia del Cerreto delle Alpi (identificandoli nei Ligures Montani) e in conferenze sulla strada Reggio-Golfo (detta di Lunigiana o del Cerè dell’Alpi) spero possa avere presto una ripresa.
    Fondamentale, poi, sarebbe l’approfondimento – come suggerito da Andrea e P.B. – del confronto identitario-culturale fra popolazioni di “legge” e “nazione” longobarda e romana (ma anche franca, salica e altre minoranze). Una identità proclamata negli atti notarili (ego… qui professus sum ex nacione mea lege vivere Langobardorum… io … che per nascita vivo secondo la legge dei Longobardi – o dei Romani, dei Franchi, dei Sassoni…) fino all’età di Matilde e che, subito dopo, sfocia nella nuova identità italiana, tanto che dire “longobardo” significava “italiano” in opposizione a quello stesso mondo tedesco cui appartenevano i Longobardi. Ne verrebbero considerazioni anche oggi molto importanti per il così detto “confronto (o convivenza) interculturale”.
    È un campo in cui c’è spazio per le ricerche e considerazioni di tutti. E a tutti i più cari saluti.

    Giuseppe Giovanelli

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  10. Un grazie infinito per i chiarimenti su Monte Rossolo. La nonna di mia mamma, quando la mamma era bimba, le parlava spesso di questo “serpente con le ali” nella chiesa, incutendole un certo timore, e la mia curiosità non era mai stata soddisfatta, nonostante già in passato avessi letto dei Suoi scritti che possiedo. Rinnovo i ringraziamenti per una persona che stimo infinitamente e che è di una cortesia unica. Grazie!

    Lucio Azzolini

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  11. Erano i nostri antenati stessi a professare la loro origine longobarda, mille anni fa o giù di lì. “Profecti sumus ex natione nostra lege vivere longobardorum” scrivevano i Vallisneri, feudatari dell’area tra val Secchia, val Lonza, val d’Enza e val Cedra in un documento dell’anno 1107.
    E’ davvero un bene, ed è sempre utile che vengano divulgati nuovi studi, dato che la nostra storia e cultura non sono state considerate neppure nelle scuole, negli ultimi decenni.

    Rachele Grassi

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  12. Mi compiaccio col professor Giovanelli perché ha ritenuto di rispondere ai commenti, diversamente da quanti producono un articolo per esporre le proprie tesi e si fermano lì, senza nulla più dire, anche in presenza di pareri diversi, il che mi sembra essere piuttosto “autoreferenziale”, se non elitario, ed evita altresì quel confronto di idee cosiddetto “a botta e risposta”, che mi parrebbe abbastanza utile e che viene peraltro consentito da un giornale in forma online, e infine, riguardo alla questione identitaria, visto che il professore la vede come “un campo in cui c’è spazio per le ricerche e considerazioni di tutti”, mi auguro che vi sia modo di tornarvi sopra (anche perché mi sembra essere un tema attuale, e dove passato e presente hanno forti punti di congiunzione).

    P.B. 27.01.2019

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