Quando una relazione è tossica, occorre praticare il “no contact” per proteggersi dalle conseguenze

SocialMonti

Questa rubrica vuole essere un luogo di spunti per stimolare una riflessione corale e collettiva su temi di attualità. L’idea è quella di partire dal nostro territorio verso cerchi più ampi, o vice versa ascoltare gli echi lontani e portarceli vicini.

(Ameya Canovi *)

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Il no contact

Foto dal web

Spesso per poter chiudere una relazione occorre, al tempo di internet, fare pulizia della presenza dell’altro sui social. A volte è proprio necessario proteggere se stessi da contatti, immagini, notizie. Tale pratica è definita col termine no contact, astensione totale dal comunicare con l'altra persona con cui c'è stata una relazione con implicazioni dolorose, tossiche e deleterie.
Al mio invito a praticare la sospensione del contatto, mi sento rispondere di frequente “non me la sento”, “mi sembra infantile”.
Ho avuto modo di verificare però che in realtà dietro al voler tenere qualche canale di comunicazione aperto ci sono vari aspetti non ben chiari:
1) ancora la speranza che “si faccia vivo/a (nonostante tutte le umiliazioni e ingiustizie subite!);
2) il voler controllare l’altro;
3) paura che si offenda (pazienza, le/gli passerà!);
4) paura che si vendichi, o che divulghi brandelli della relazione, foto, video, informazioni (quindi molto probabilmente NON è una bella persona);
4) infine, fattore ancora più triste, un disperato bisogno di essere guardato/a e spiato/a dall’altro/a.

Se si vuole uscire dalla dipendenza affettiva, è necessario attraversare questo senso di invisibilità se manca lo sguardo dell’altro.
Sembrerà impossibile, ma esistiamo a prescindere anche se tizio o tizia non ci scrivono o non guardano le nostre foto!
Reggere il senso di smarrimento che ciò comporta e imparare a so-stare in questo spazio percepito vuoto è il primo obiettivo.
È scomodo e spiacevole?
Inutile cercare una terapia allora, perché questo passaggio, con l’aiuto del sostegno psicologico, è, a mio avviso, imprescindibile.
Anche quell’ultimo cordone va tagliato, se vogliamo davvero diventare autonomi e liberi. Altrimenti raccontiamo un sacco di bugie a noi stessi.

*Ameya Gabriella Canovi è PhD, docente e psicologa, si occupa di relazioni e dipendenze affettive. Da poco ha terminato un dottorato di ricerca in ambito della psicologia dell’educazione studiando le emozioni in classe. Ha un sito e una pagina Facebook “Di troppo amore”.

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Un Commento

  1. Nella sfera sentimentale – perché di questo sembra trattarsi – ogni accadimento ha storia a sé, posto che le circostanze dell’uno e altro caso possono differenziarsi anche parecchio, ma c’è chi teorizza che le nuove generazioni sono di massima impreparate a ricevere un rifiuto in questo campo, essendo cresciute in un clima di grande accondiscendenza (e di sostanziale arrendevolezza da parte dei loro educatori, famigliari in testa).

    Ci vorrebbe un sociologo per dirimere la questione, ma detta tesi non sembra essere del tutto “peregrina”, se pensiamo a come si formavano i giovani di un tempo, ossia con regole abbastanza rigide, ivi compreso l’ambito scolastico, che ricordo come molto selettivo, e dove non si risparmiavano voti bassi e bocciature a chi non era disposto ad impegnarsi, il che ci abituava ad accettare le “sconfitte”, pur se di malavoglia.

    Nel senso che, anche allora, l’essere lasciati dalla propria ragazza, parlando al maschile, non era cosa piacevole, ma in fondo ci si rassegnava forse più facilmente di quanto succeda adesso, proprio in virtù del tipo di formazione ricevuta, poi non c’erano gli odierni strumenti tecnologici, quelli dell’era di Internet, ed il confronto tra l’oggi e quel lontano ieri non è pertanto semplice (ma il ripescare qualcosa di quei giorni non sarebbe forse male).

    P.B. 04.03.2019

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