Giuseppe Giovanelli racconta le antiche usanze pasquali della montagna reggiana

Antiche usanze pasquali della montagna reggiana

Di Giuseppe Giovanelli

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Fra gli altri Giulio Mondaion, Italo Venturi Martino Salvatore

Tempo di passaggio: questa era davvero la Pasqua sui monti di Reggio Emilia quando, fin verso gli anni '50, la vita dipendeva solo dalle risorse dei campi e dal lavoro delle proprie mani. Poiché le risorse erano poche e le bocche tante, per sopravvivere era indispensabile l'emigrazione.

Migravano gli uomini dell'alto monte in inverno per andare a roncare le maremme, o a far vigneti in Corsica e all'Elba, e il Pascoli, vedendoli passare dal suo romitaggio di Castelvecchio, cantava: «Lombardo, prendi su la scure / da Civago e da Carù: / è il tempo di passar l'alture: / tient'a su! tient'a su!».

Migravano le donne dell'Atticola e della Lonza in primavera per andare alle colture di Goito e della Bassa mantovana, vendendo cesti di vimini per mantenersi nel viaggio, e con loro erano i ragazzi più grandi, in sovrannumero alle risorse famigliari, che imparavano le vie di una secolare peregrinazione in cerca di cibo (e nessun poeta cantò i loro viaggi).

Attorno a Pasqua tornavano gli uni e partivano le altre. Raramente la montagna aveva tutti i suoi abitanti a casa. Ma a Pasqua era giusto il momento in cui le famiglie erano più facilmente al completo, piene di speranza perché finiva una quaresima, che non era solo liturgica, e ci si avviava al lavoro dei campi, dei pascoli, delle attese di una vita nuova e sicura.

Parole che restavano nell'anima

Pasqua si annunciava già con la domenica "laetare" che, a metà della quaresima, sostituendo il violaceo dei paramenti sacri con un più godibile color rosa, sembrava annunciare: coraggio, ormai siamo fuori dal pestifero inverno, ormai finisce il castigo di Dio, ritorna il sole. E già in diversi paesi si correva a bruciare la quaresima, una "vecchia" costruita con un sacco di paglia o di sterpi delle prime potature, cinta con una gonna nera e un fazzoletto ombroso sul volto senza fisionomia.

Nelle tradizioni montane, il fuoco ritorna sempre ogni qualvolta si voglia distruggere fin anche il ricordo di un passato di dolore; ed è sempre un fuoco che sale sulle alture, che lancia un messaggio da un paese all'altro, che ravviva la speranza dei giovani frementi in attesa di novità.

Bruciata la vecchia, fattesi più lunghe e tiepide le giornate, era più facole portare in fondo la quaresima con i suoi rituali di attesa e di penitenza. Lo "Stabat Mater" che sostituiva, con la "Via Crucis", il canto dei vespri, usciva dalle porte aperte delle chiese diffondendosi su sagrati dove il sole pomeridiano era caldo e invitava alle prime chiacchiere domenicali all'aperto. L'altare della chiesa rimandava in sagrestia i fiori polverosi di carta e si ornava con i primi rami di biancospino, come le siepi che, fiancheggiando le carraie, univano una borgata all'altra con lunghi binari bianchi in mezzo a un verde ancora secco e grigio.

Erano i bimbi che portavano quei rametti mentre venivano alla dottrina domenicale; e glieli tagliavano le nonne dicendo che quelle erano le spine della corona di Gesù, e che il dolore sofferto con Lui porta serenità e purificazione. Quelle parole restavano impresse per sempre, come e forse più delle rispostine del catechismo, e ritornavano a fiorire in speranza nel loro animo una volta fatto adulto e provato dalle traversie della vita.

Così anche il campanello che, in molti paesi dell'alpe (in Val d'Asta, ad esempio) veniva suonato lungo le strade del borgo, sul finire della prima ora della notte, quando la cena era terminata e ci si apprestava alla recita del rosario, rintronava meno lugubre, meno funereo. Faceva pensare ai vivi e ai morti, al dolore e alla gioia, all'oggi e al domani.

Lo suonava un uomo vestito di nero (ma, negli ultimi tempi, anche più allegri bambini) che percorreva lentamente il paese. Quindici passi scanditi lentamente sul selciato e una triplice lenta scampanellata. I vecchi di casa dicevano: «Oggi in figura, domani in sepoltura. Recitiamo un Patèr e un'Ave Maria per le anime del Purgatorio».

Quell'andare a Messa su strade campestri

La Domenica delle Palme apriva il ciclo delle grandi celebrazioni pasquali. A differenza delle altre domeniche dell'anno – e non perché si celebrasse una sola grande Messa – le strade che dalle varie borgate conducevano alla chiesa erano animate e piene di gente. Al primo suono delle campane (l'"arciàm") partiva la gente dalle case più lontane, a due o tre chilometri di distanza, in gruppetti piccoli, con i bimbi vocianti che aprivano il corteo.

Poi, via via che si incontravano altre case, altra gente si univa e la strada si faceva più piena e la gente avanzava verso la chiesa, sorridendo, raccontando, salutando, come se mai si fossero prima incontrati. Al terzo suono delle campane, tutte queste processioni convergevano sul sagrato. Chi ricorda questo modo di andare a Messa, senza macchine, su strade campestri e scorciatoie di bosco, uomini, donne, vecchi, bimbi, ragazzi e ragazze, tutti insieme e tutti in gruppo, gli uni rispettando il passo degli altri, si chiede se mai potranno ritornare tempi di tanto incontro, di tanto sentimento comunitario.

Alla distribuzione dell'ulivo non mancava proprio nessuno e ognuno, come prendeva quel ramoscello, abbondante di foglie turgide e fresche, simbolo di una terra promessa, attesa e sperata, cantava la sua letizia con quelle che il prete diceva essere la lingua degli angeli, magari storpiandola nei suoni, ma non nel senso: «Pueri hebraerum portantes ramos olivarum...».

Con quel canto, con quella processione che si snodava nei campi attornianti la Chiesa, con quel campanile che suonava a distesa e invitava a guardare sempre e solo in alto, la città terrena – il borgo fatto di catapecchie, di piccole stalle, di cucine fumose che avevano visto, e continuavano a vedere, la nascita e la morte delle generazioni – andava proiettandosi verso la città celeste, verso la divina Gerusalemme dove le sofferenze di quel lungo inverno che è il tempo mortale, si tramutavano in sequenze di osanna senza più fine.

Speranze e certezze nuove entravano nelle case con il ramo d'olivo e la sua benedizione veniva distribuita nelle singole stanze, nella stalla, nell'orto, nei campi.

Già al lunedì si facevano le croci di legno da mettere in mezzo ai campi seminati a grano e a orzo per invocare da Dio la clemenza delle stagioni: «Croce di nostro Signore, benedici questo campo e il suo lavoratore». Oppure: «Olivo santo della Passione, porta qui la tua benedizione».

Altre foglie venivano riposte dalle donne di casa entro un cassetto. Sarebbero state bruciate nell'imminenza dei temporali estivi, quando i rovesci d'acqua e di grandine, annunciati da tuoni e lampi, minacciavano di rovinare i campi di grano o le vigne. Allora, al primo allarme battuto dalle campane, la "rezdora" estraeva l'olivo, lo poneva sul davanzale in mezzo a un po' paglia e, bruciandolo, pregava: «Per la vostra passione e la vostra morte, liberateci, o Signore, dalla mala sorte. San Giuseppe e san Simone, liberateci dai lampi e dai tuoni, dal fuoco e dalla fiamma, e che l'anima nostra non si danni».

La lingua che trasmetteva il senso del dolore

Corneto - interno chiesa - particolare (anteguerra). Foto Sevardi

Nelle mattine della Settimana Santa la preghiera liturgica era seguita soprattutto dagli iscritti alle Confraternite che, sul far dell'alba, si ritrovavano nelle chiese spoglie, dove tutte le immagini erano ricoperte da drappi di color viola o nero, di fronte ai quali risaltavano i colori rossi e bianchi delle cappe. Se dal lunedì al mercoledì erano soprattutto le consorelle,  al giovedì esplodeva la partecipazione dei confratelli per il canto delle Lamentazioni.

Era una delle poche volte che le chiese anche più misere della montagna si arricchivano di voci baritonali, tenorili e basse, dove contava non l'intonazione (quelle voci erano abituato a "parare" i buoi più che a salmodiare), ma la partecipazione corale al dolore del profeta Geremia.

La lingua degli angeli trasmetteva chiaramente non vocaboli, ma il senso del dolore, dell'abbandono, dell'attesa liberazione; un senso che la gente della montagna sentiva suo perché lo aveva innato nel sangue. Forse anche per questo a cantarlo erano gli uomini più che le donne, le quali stavano rannicchiate fra i banchi con l'eterna corona del rosario in mano, ma immobile.

La liturgia cominciava ad assumere l'andamento di un'azione drammatica nella quale ognuno, pur seduto al suo banco, si sentiva coinvolto. Quel prete ­ – spesso un "sgnur Patrun" – che si chinava a lavare i piedi, segnava un mistero che veniva percepito come superiore a lui e superiore a tutti. Quelle campane legate dopo aver suonato il Gloria; quell'altare dorato che si faceva pietra nuda e spoglia come il sepolcro di Cristo, segnavano una sequenza di morte nella quale ognuno, silenziosamente, ritrovava sé stesso.

Era questo il sentimento del Venerdì Santo, gli occhi spalancati alla lettura del Passio e sullo scoprimento della Croce, i passi lenti della processione del "Signore morto" che in diversi paesi – Vetto e Ramiseto andavano tra i più famosi per questa cerimonia – attraversava tutte le vie, addobbate con drammi e luminarie tremolanti.

Anche loro sapevano d'avere un sorriso nuovo

Nei tempi più antichi si pensava che questi fossero i giorni di Barabba che, ritornato libero al posto del Signore Gesù. aveva ripreso le sue malefatte. Anche per questo la risurrezione di Gesù era attesa come vera e propria liberazione. Il fuoco che veniva riacceso e che, attraverso le candeline, si propagava a tutta la chiesa illuminandola a giorno, era un simbolo di prima evidenza perché il fuoco, nelle case di montagna, era il segno stesso della vita, tant'è vero che la famiglia era indicata come un "fuoco fumante".

Per questo la festa era grande ed esplosiva. È ancora vivo, dopo quasi un secolo e mezzo, di quando i soldati del Duca (i soldati dal becco di legno) andavano alla Messa del Sabato Santo con il fucile a tracolla e, al Gloria, sul sagrato, esplodevano una salva di gioia.

Più modestamente, ancora negli anni '40, i ragazzi preparavano sul sagrato una batteria di "cannoni a carburo", barattoli di latta poggiati a terra dentro ai quali un pezzetto di carburo inumidito sprigionava il gas che, acceso con un fiammifero, esplodeva fragorosamente scaraventando in alto il barattolo. Se tutto filava a dovere, i cannoni aprivano e chiudevano lo scampanìo del Gloria della Risurrezione.

A quei botti, a quello scampanìo a distesa nel quale gareggiava i giovanotti più gagliardi, il paese sembrava riprendere a respirare. In alcune località riprendevano anche i falò, come a Migliara, in gara da paese a paese della vallata.

Naturalmente c'era, specie nel Novecento, soprattutto in odio al prete, chi non andava in chiesa; ma neppure costoro sfuggivano al richiamo di tradizioni antiche come quella di correre a bagnarsi gli occhi durante lo scampanìo del Gloria, e meglio era se l'acqua era di sorgente viva.

Riti forse ancestrali di remote antichità pagane che esprimevano un innato desiderio di purificazione interiore, di passaggio a vita più alta e più interiore. Una Rivelazione primitiva che la Pasqua risvegliava nei loro cuori. Anche loro, quando rialzavano gli occhi gocciolanti d'acqua, sapevano di avere un sorriso nuovo.

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8 Commenti

  1. Questa volta Professore è riuscito a darci una lezione di storia, condita da un po’ di poesia e rimpianto. Grazie di cuore e Buona Pasqua.

    Elda Zannini

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  2. Complimenti a Redacon e a Giuseppe Giovanelli che ha scritto questi richiami di storia che si stanno perdendo. La Santa Pasqua era il termine della quaresima; un periodo in cui tutti rinunciavano a qualcosa, era quaresima, e la Pasqua era si la resurrezione del Signore ma era anche una festa di liberazione, la fine dei sacrifici. Spesso nei paesi del nostro appennino la neve era ancora abbondante e noi ragazzi ci si ritrovava, vestiti a festa, sotto i portici o nelle stalle a fare “cuscen”, coccetto con le uova delle galline cotte e colorate; ognuno di noi aveva delle uova cotte in tasca e si faceva a gara battendo un uovo contro l’altro con la punta, l’uovo che si rompeva andava al vincitore; chi aveva un uovo con il guscio forte si portava a casa varie uova; ma se nel gioco del “cuscen” la fortuna era determinante più dell’abilità, nel gioco del “Rudlen” era di intelligenza e la tattica ad avere la meglio; in un pendio ben lisciato, si facevano rotolare le uova cotte e chi nel far scendere il proprio uovo batteva le uova lungo il percorso, quelle uova erano sue, ma lasciava il proprio uovo sul percorso, pronto da essere battuto da altri; se nel far scendere il proprio uovo non batteva nessun uovo, non vinceva nulla e perdeva il suo. Ricordi dell’importanza di questa grande festa religiosa; ricordi che si era felici con due uova di gallina, cotte e colorate, in tasca.

    Franzini Lino

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  3. Anche questa sera a Vetto (ore 21), in occasione del Venerdi’ Santo, si rinnova il rito della processione del Cristo Morto per le vie del paese: bella, suggestiva e molto partecipata.

    Ivano Pioppi

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  4. Ricordo che il venerdì Santo, quando venivano legate le campane, si tirava fuori la raganella, era un congegno tutto di legno, una specie di cassa con dentro dei martelletti che ruotando una manovella, andavano a sbattere contro la parete di tavole, emettendo un suono poco gradevole, ma che si udiva a distanza, noi ragazzotti ci eravamo distribuiti i compiti: chi suonava la prima, chi la seconda, e chi i bottini, che era l’ultimo richiamo poi cominciava la messa. Ricordo che si bisticciava spesso perché eravamo in tanti della mi classe nel mio paesello eravamo in diciassette, perciò lascio a voi immaginare la lotta per andare a suonare, sicuramente che è meno popolato ora Costabona, quello è il mio paese.

    Beppino Bonicelli

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  5. A Vetto si è da poco conclusa la tradizionale Via Crucis del Venerdì Santo, con partenza dalla Chiesa Parrocchiale per farvi ritorno dopo aver percorso in processione un tratto delle vie del Capoluogo, accompagnati dalla tremula luce delle candele esposte sulle finestre; al seguito del Cristo ligneo portato in processione si sono ritrovati anche stasera tanti fedeli che da anni non mancano mai a questo appuntamento.

    P.B. 19.04.2019

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  6. Un ringraziamento grande al Prof. Giuseppe Giovanelli per questa bellissima testimonianza di Storia, di Poesia e soprattutto di Fede sulla nostra gente di montagna più autentica! Calligrafici e meravigliosi ricordi che possono ancora illuminare l’uomo distratto e smarrito di oggi!

    Ubaldo Montruccoli

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  7. Oggi, domenica di Pasqua, alla celebrazione della S. Messa, i vettesi hanno visto ripetersi la folta partecipazione di due giorni fa, ossia nella serata in cui si è tenuta la Via Crucis del Venerdì Santo, e stamattina, al termine della funzione religiosa, molti dei tanti fedeli convenuti si sono fermati un qualche tempo sul sagrato della Chiesa, vuoi per scambiarsi gli auguri vuoi per fare “quattro chiacchere”, il che mi ha piacevolmente riportato con la mente indietro nel tempo.

    Ho ricordato quando, da bambino, passavo le vacanze presso la casa di nonno e zia, in una frazione del nostro primo Appennino, e durante quei soggiorni era d’obbligo recarsi alla Messa domenicale, e anche allora gli uomini si trattenevano a chiacchierare sul sagrato, all’uscita dalla Chiesa, e io, come altri della mia età, mi fermavo ad ascoltare i discorsi “dei grandi”, molto incuriosito ed attento a quello che dicevano, perché davo molta importanza alle loro parole e al loro raccontare.

    Quegli uomini portavano i vestiti dalla festa, anche se gli abiti erano per solito modesti perché i bilanci famigliari non permettevano di più, ma erano comunque dignitosi, e quasi sempre non mancava loro la giacca, semmai ripiegata sul braccio o portata sulle spalle, nelle giornate più calde, all’ombra dei due alberi che si alzavano dal sagrato, e quegli adulti in conversazione, coi quali avrei voluto dialogare, mi ispiravano sentimenti di rispetto e deferenza, misti anche ad un po’ di soggezione.

    P.B. 21.04.2019

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  8. Con queste sue righe, il prof. Giovanelli ha sapientemente rianimato le atmosfere e le suggestioni di una devozione d’altri tempi, e ci ha fatto altresì capire quanta vita ruotasse intorno a chiese e campanili, i quali si alzavano al Cielo in ogni angolo del Belpaese, rappresentando un riferimento religioso, geografico, sociale, ecc…(ricordo bene quando le campane suonavano per scongiurare la grandine, e sappiamo anche come nel passato suonassero a martello per segnalare un pericolo, o chiamare a raccolta la propria comunità)

    Quella religiosità sembrava molto semplice, quasi ingenua, ma ho conosciuto fedeli di allora che hanno saputo affrontare con grande equilibrio e serenità momenti difficili della propria esistenza, a comprova di quanto li avesse resi saldi e “forti” la loro fede e spiritualità, e oggi, di fronte a tante chiese vuote o quasi e, pensando a quel passato qui ripercorso dal prof. Giovanelli, viene da domandarsi come mai sia potuto succedere e viene anche a noi di chiederci “se mai potranno ritornare tempi di tanto incontro, di tanto sentimento comunitario”.

    P.B. 21.04.2019

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