Home Cultura Diario di viaggio: Persia, Iran. Reportage di Matteo Manfredini

Diario di viaggio: Persia, Iran. Reportage di Matteo Manfredini

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Il traffico costante nella parte nord della città. Foto Marianne Menzel

A Teheran i voli internazionali atterrano a notte fonda, quasi a favorire la sensazione di spaesamento di chi per la prima volta visita il Paese. L'aeroporto è lontano dalla città e nel taxi c'è tutto il tempo per ammirare gli enormi stendardi che svettano sugli alti pilastri ai bordi dell'autostrada.

La bandiera dell'Iran che sventola in cielo fa velocemente correre la mente al film Argo, alla rivoluzione del '79, alle manifestazioni in cui si bruciano i simboli dell'occidente, ad un Paese virtualmente interessante ma da guardare non troppo da vicino.

Tuttavia le cose ossessivamente riportate perdono valore, si mescolano ai luoghi comuni o in estreme generalizzazioni, l'Iran è la culla di una civiltà, di un grande impero, di una multiforme cultura, la cui complessità non può essere capita nemmeno in un mese di viaggio, anche se vale la pena tentare di scoprire.

Con le prime ombre del mattino il panorama della città inizia a diventare più nitido, le montagne, la periferia, poi la grandi strade in salita, occupate dalle prime automobili della giornata, con autisti ancora troppo addormentati per clacsonare agli incroci.

Torre Azadi, costruita nel 1971 per festeggiare i 2500 anni della fondazione dell'Impero achemenide (diventato celebre grazie a Ciro il Grande). Foto Marianne Menzel

Dopo un breve sonno conciliatore, già dalla finestra dell'albergo l'impressione è quella di essere stati catapultati alla fine degli anni Settanta, come se lo Scià fosse da poco scappato e la rivoluzione dovesse ancora riorganizzare la città.

Teheran è una metropoli dalle mille sfaccettature, di incroci, di incontri e di grandi contrasti. Il quartiere del Gran Bazar brulica di gente in cerca di affari già al mattino presto. Le sue bancarelle offrono qualsiasi merce proveniente dal medio oriente e dall'Asia centrale, migliaia di persone che camminano con borse e carrelli fanno pulsare i suoi stretti vicoli coperti, poi, alle cinque del pomeriggio, con il sole ormai in procinto di tramontare, il silenzio scende su tutto il quartiere che in pochi minuti si svuota completamente.

In un negozio di tappeti del Bazar. Foto Marianne Menzel

Il Bazar è un labirinto che si srotola per chilometri e nel quale e facile perdere l'orientamento, finendo così per essere abbindolati da abili venditori di tappeti che tentano di trascinare i clienti nelle loro botteghe per mostrare la merce.

Questo enorme mercato è soprattutto un luogo di grande socializzazione, dove la gente parla, si informa e discute, è proprio tra le decine di moschee del Bazar, spesso minuscole e seminascoste, dove Kapucinski racconta sia iniziata la rivoluzione iraniana nel '79. Ma in fondo, in questo crogiolo di cultura persiana, bisogna lasciarsi andare e farsi trasportare dalla folla senza guardare troppo le cartine. Tra un venditore di stoviglie e vasellame e uno di frutta secca e spezie, si possono intravedere signore con gli occhiali firmati incorniciati da preziosi veli che lasciano vedere abbondantemente i capelli biondi tinti, numerosi giovani mullah appena usciti dalle scuole coraniche che passeggiano e anziani che bisbigliano preghiere aiutati da un consumato Tasbih.

Giovani in un caffè nella parte Nord della città. Foto Marianne Menzel

A poche fermate della metropolitana, in direzione Nord, l'atmosfera cambia completamente, e con lei anche il clima. Da qui partono le funivie che portano fino alle vette delle alte montagne che circondano la città,  il Nord di Teheran è caratterizzato dai quartieri nobili, dove lo Scià aveva i suoi palazzi e dove oggi, tra una una casa signorile e l'altra, sta rinascendo la vita culturale e alternativa tra i giovani iraniani. Bar, caffè e ristorantini frequentati da una gioventù hipster che si potrebbe incontrare anche a Parigi o a New York, se non fosse per le ragazze velate e per il divieto assoluto di bere alcolici.

Imamazedah Saleh, santuario islamico. Foto Marianne Menzel

La capitale iraniana è caratterizzata da una popolazione particolarmente laica ma che tuttavia si adatta alle restrizioni del Governo, la presenza dell'Islam e palpabile nella parte più meridionale della città, dove le moschee sono numerose, affollate da fedeli che vanno ad ascoltare il Corano ma anche e sopratutto a parlare e a discutere.

Forse sarà che nel mondo Sciita si prega solo tre volte al giorno, ma effettivamente i Muezzin sembrano meno invasivi rispetto a Istanbul o al Cairo, così come è palpabile la sensazione di essere in un Paese permeato da un Islam diverso, caratterizzato da una declinazione molto particolare, complessa e che difficilmente si presta agli stereotipi.

Teheran è una città che va avanti, guardando al futuro tra mille difficoltà ma che continua a pulsare di vita, all'ombra della rivoluzione, dei monumenti costruiti dallo Scià e delle rovine del grande impero persiano.

Le automobili, i parchi e i negozi hanno l'odore degli anni Ottanta, l'economia è in constante difficoltà, ma gli abitanti di Teheran vivono la quotidianità con grande dignità, incuriositi da chi vuole visitare il loro paese, sempre disponibili ad ogni tipo di aiuto o consiglio.