I racconti dell’Elda 20 / “Ritorno a San Pellegrino”

S. Pellegrino oggi

È passato un altr’anno ed eccoci un’altra volta in viaggio verso questo santuario, già circa un mese fa avevo chiesto al mio solito accompagnatore se mi portava, avevo anticipato la richiesta così ero sicura che non ci sarebbero stati intoppi.

Difatti alle nove, puntuale come sempre era davanti al cancello, questa volta il posto al suo fianco era occupato dalla dolce Veronica sua amica e compagna che mi saluta e sorride forse un po’ timidamente.

“Chi viene oggi a farti compagnia?”

“La Mirella”.

“Bene, così se parla sottovoce, seduta vicino a lei la sentirai meglio”.

Mirella mia cara amica d’infanzia è molto puntuale, molto educata non alza mai la voce, è sempre gentile, non sparla mai degli altri.

Lui poi conosce il mio difettuccio di vecchiaia e sa anche che qualche volta fingo di aver capito per non farmelo ripetere. E sì, dovrò pur decidermi a mettere l’apparecchio acustico, però non vi nego che alle volte la sordità è un beneficio che viene concesso a noi vecchi… “Orecchio non sente, cuore non duole”. Da un po’ di tempo correggo i proverbi a mio comodo.

Partiamo, lui svolta verso il centro arriviamo al Monte e lei è là che ci aspetta sorridente come sempre, col vasetto di marmellata fatta in casa per Gabri e con la sua ormai famosa torta di tagliatelle in mano, che a mezzogiorno divideremo col gruppo parrocchiale che ci ha preceduto a piedi cosa che fa ormai da parecchi anni.

Non ci sarà il caro Beppe, ma io sono certa che al momento giusto ci guarderà da lassù unendosi a noi per il famoso “brindisino”.

Arriviamo in anticipo sull’orario della messa, così approfitto per pregare nella solitudine della chiesetta e per vuotare il sacco in un confessionale, dopo mi sento più sollevata e torno fuori per osservare questo paesino arroccato attorno al suo Santo.

O Bianco Pellegrino sono venuto

da lontano quassù: presso l’altare

chino la fronte e pur se il labbro è muto,

In cuor m’arde un’ansia di pregare.

Armando Zamboni.

Quando sei qui, questa poesia spiega tutto, arrivi per raccoglierti e pregare davanti al tempietto che raccoglie le spoglie dei due santi.

Il paese di San Pellegrino è situato a 1525 metri sul livello del mare, un’antica borgata che in quel periodo nasce sulle spoglie di questo Santo, morto nel lontano 643 d.c.

Figlio di Romano re di Scozia, rinunciò alla corona, donando i suoi averi ai poveri e peregrinando attraverso l’Europa e la Terra Santa. Già avanti con l’età e in odore di Santità, raggiunse per ordine divino la selva allora chiamata “Termesalone” diventata poi l’Alpe di San Pellegrino, posta tra i boschi di faggio della Garfagnana e le vette brulle del Cusna, del Rondinaio e del Cimone.

Qui insieme all’eremita Bianco ospitava i viandanti che percorrevano quella via.

Il confine tra l’Emilia e la Toscana taglia in modo longitudinale il Santuario in parti uguali e contrapposte, perciò i Santi posti nell’urna dentro al tempietto, opera del Civitale, riposano col capo e il busto in Emilia, il resto del corpo in Toscana.

Anche la vecchia osteria del duca D’Este (ora albergo Pacetto) posta a guardia del confine fra Modena e Lucca, risalente al 1221 e sempre gestita dai Lunardi è divisa tra il comune di Frassinoro (Mo) e quello di Castiglione di Garfagnana (Lu).

In questo borgo vi trovate un bellissimo museo della civiltà contadina, posto dentro al vecchio “ospitale” intitolato al fondatore, don Luigi Pellegrini, con oltre 4000 oggetti esposti è fra i più grandi e ammirati d’Italia.

Naturalmente devo raccontarvi una leggenda, queste sono la mia passione:

Si narra che San Pellegrino, tentato e oppresso dal diavolo, perse la pazienza e gli sferrò uno schiaffo tremendo, facendogli attraversare l’intera valle fino a sbattere vicino alle montagne delle Apuane. Queste vennero oltrepassate e bucate dal corpo del diavolo lasciando come traccia il mitico Monte Forato 1234 metri sul livello del mare, che presenta un buco in mezzo alla pietra di ben 12 metri d’altezza e 15 di larghezza e quando non c’è foschia, ben visibile dal paese di San Pellegrino.

Fra i molti fior che vanta l’Appennino

Il più bello sei tu San Pellegrino:

già sporgi sugli abissi e fra i sussurri

dei faggi, verso il ciel t’inazzurri.

Umberto Monti.

Cominciano ad arrivare i pellegrini alla spicciolata, quest’anno si vede che non si sono aspettati al Passo delle Radici, per fare l’ultima salita insieme. Comunque sono tanti, a noi vecchi manca il capo bianco di don Geli è il primo anno che non c’è, ma in compenso arriva don Marco il giovane cappellano, abbronzatissimo come il resto della compagnia, in questi due giorni si sono cotti alla perfezione sotto il solleone di questa perturbazione africana.

Disegno S. Pellegrino fine '800

Vedo il dott. Attolini gentilissimo e sempre con l’occhio vigile su tutti, il buon Rino che sorridente passa a salutare tutti, il factotum Razzoli che tiene svegli con la sua parlantina, Cosmi presente ogni anno, poi le signore che si sono fatte tutto il pellegrinaggio a piedi partite da Campolungo coi figli ancora piccoli e altri ancora che se li nominassi tutti, non finirei più. Poi da Castelnovo sono arrivate altre macchine così la chiesa alla fine è gremita.

Dopo grande pranzo all’aperto con tavoli e sedie e qui bisogna elogiare gli interessati alla preparazione, portate abbondanti di varie insalatone di riso, di farro coi ceci, di fagioli cipolla e tonno, formaggi vari e torte a non finire, il tutto fatto sparire da questa beata gioventù non stanca, ma affamata sì.

(Elda Zannini)

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