L’Asp Don Cavalletti verso la privatizzazione

Riceviamo e pubblichiamo.

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Con una delibera pubblicata la vigilia di ferragosto, il consiglio di amministrazione dell’Asp Don Cavalletti decide di esplorare la strada dell’esternalizzazione. È la prima conseguenza del risultato elettorale.

Gli elettori hanno scelto anche questo. Si comincia a mettere nero su bianco la volontà di consegnare l’Asp Don Cavalletti a un privato che paghi i lavori di ammodernamento necessari e gestisca la struttura per molti anni, probabilmente decine.

Ci chiediamo se sia un fatto concreto o l’ennesimo passaggio di una politica, in Comune e nell’Unione, che negli anni sul Don Cavalletti ha speso molte parole producendo pochissimi fatti.

Ci chiediamo chi abbia preso la decisione, se il sindaco di Carpineti, che possiede quasi il 100% delle azioni o l’assemblea dei Sindaci dell’Unione. Ci chiediamo perché avviare la procedura in agosto e senza nemmeno un annuncio pubblico, bizzarro se si considera che il CDA e l’assemblea dei soci non si sono nemmeno preoccupati di approvare il bilancio consuntivo 2018 e il previsionale 2019 risulta in corso di redazione. Chissà cosa ci sarà di previsionale, ormai, visto che siamo quasi a settembre.

Ci chiediamo perché i sindaci soci non condividano un finanziamento dei lavori per proseguire nella gestione pubblica. Ci chiediamo perché quei lavori di ristrutturazione non sono stati avviati negli anni passati, visto che già nel 2017 l’assemblea dei Sindaci riteneva urgente procedere e nulla è cambiato da allora. Si è solo aspettato, perso tempo, come quando si vuole dismettere un’azienda. Si è azzerata la passività del bilancio soprattutto con fondi già accantonati e con l’uscita del personale, ridotto all’osso l’amministrazione, con un direttore di nuovo da sostituire in questi giorni, alimentato tensioni con i lavoratori che attendono da anni di sapere cosa ne sarà del loro destino.

E hanno diritto di saperlo.

Sono persone e famiglie che da troppo tempo sentono parlare del loro posto di lavoro. E qualsiasi cosa si dica, lavorare per un ente pubblico, una cooperativa o un’azienda speciale, non è la stessa cosa e non lo sarà mai.

Anche le famiglie degli ospiti e la comunità della montagna intera hanno diritto di sapere. Perché una struttura pubblica garantisce controllo diretto sul servizio e siamo preoccupati, a maggior ragione in giorni come questi, se pensiamo a un gestore esterno, lasciato spesso solo con le verifiche di legge. E perché un privato, per definizione, cerca di guadagnare e potrebbe farlo agendo anche sul costo delle rette per i posti non convenzionati o, se avrà possibilità, sul numero dei posti a pagamento pieno.

Ci aspetta un futuro in cui soltanto chi potrà permetterselo troverà spazio?

Se siamo una comunità vera, non dovremmo occuparci prima delle persone in difficoltà?

Ci chiediamo perché in tutti questi anni non si sia mai cercato di capire cosa sarebbe accaduto riportando servizi dentro l’ASP, a maggior ragione visto che i servizi sociali sono unificati in carico all’Unione dei Comuni. Eppure, mentre si è studiata la via dell’azienda speciale e ora quella della concessione a un privato, non mai stata fatta nessuna ipotesi per il ritorno in ASP dei servizi, anche se ci si risulta sia stata un’idea avanzata da qualcuno all’interno dell’Unione. Parole e niente più, a quanto pare.

Ci chiediamo perché e per quale motivo, in contemporanea o in alternativa, non si è pensata a una collaborazione con strutture più grandi, ad esempio ASP Reggio Emilia Città delle persone.

La sensazione è che continui a valere la nota congiunta dei sindaci dell’Unione che a settembre 2017 misero nero su bianco che avrebbero scelto per ASP la soluzione che consentiva di non mettere nemmeno un euro.

La politica della montagna si allontana dai servizi agli anziani e ragiona solo come se fossero un costo. Se sarà così, sarà una resa gravissima e miope. In un territorio che invecchia e si spopola, i servizi sociosanitari pubblici sono un presidio essenziale per mantenerci vivi e garantirci un futuro.

Ci aspetta un domani in cui l’assistenza agli anziani e alle loro famiglie troverà risposta solo da un privato? Che politica del territorio è, quella prende una decisione del genere? Non viviamo di sole strade o punti luce.

Per noi continuano a venire prima le persone, anche dopo le elezioni. Siamo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori dell’ASP, in difesa del ruolo fondamentale del pubblico nell’assistenza sociosanitaria e pretenderemo una risposta alle nostre domande. Lo faremo presentando un’interpellanza in Consiglio Comunale e al Consiglio dell’Unione.

Lo faremo vigilando con attenzione su tutto quello che succederà.

Lo faremo continuando a pensare che l’assistenza debba restare pubblica e che considerarla solo un peso per le casse è venir meno al mandato di occuparsi dei propri cittadini e del proprio territorio.

Il motivo principale per cui si viene eletti.

 

(Futuro Comune – Gruppo di Minoranza, Carpineti)

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3 Commenti

  1. Ragionando in generale a me sembra – ma da inesperto qual sono il condizionale è d’obbligo – che la gestione di strutture aventi questa natura debba porsi un duplice obiettivo, ossia la qualità delle prestazioni erogate e, in parallelo, il contenimento dei costi, ovviamente nei limiti del possibile e compatibilmente col primo obiettivo, visto che i costi si ripercuotono poi sulle rette corrisposte dagli ospiti, o loro famigliari.

    Io non so come tale “binomio” sia proceduto nel passato, e se fosse per così dire ottimale, ma la strada della esternalizzazione potrebbe essere quella che consente di verificare se e quali margini vi siano per migliorarlo ulteriormente, e per avere altresì elementi di raffronto col passato, e del resto non mi sembrerebbe essere il primo ed unico esempio di privatizzazione in questo come in altri settori.

    V’è altresì una linea di pensiero abbastanza accreditata che, in tema di servizi, vede con favore la convivenza tra entità di tipo pubblico ed altre a conduzione privata, e in campo sanitario la cosa pare funzionare non male, e se ricordo bene una quarantina di anni fa vi fu chi, a livello politico, ipotizzò di riconoscere alle famiglie un “buono scuola”, e forsanche un “buono sanità”, da poter giustappunto “spendere” presso istituzioni pubbliche o soggetti privati.

    P.B. 22.08.2019

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  2. In nome del contenimento dei costi si sta lentamente distruggendo tutto il sistema del welfare pubblico che ha reso grande questa regione. Il privato che deve fare utili dovrà ridurre le spese e quindi la qualità dei servizi o in alternativa aumentare le rette a carico dei famigliari. È una vergogna! Prossimo passo privatizzare l’ospedale?!

    A.A.

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  3. A me pare che più di una voce, anche piuttosto autorevole, insista non da oggi sul fatto che il costo del nostro Welfare è andato via via crescendo, al punto da metterne in forse la sua prosecuzione nei termini che abbiamo conosciuto, e se ne ricava che è consigliabile ricercare, o quantomeno tentare, un contenimento della spesa per salvaguardare i tratti salienti del nostro “sistema sociale”.

    Se dobbiamo dar credito a tali voci, che probabilmente non sono del tutto infondate, dobbiamo incamminarci sulla strada del “risparmio”, pena il rischio di trovarci poi a “piangere sul latte versato”, e fossi in A.A. non mi “fascerei la testa prima di essermela rotta”, anche perché se vi sono ottimi servizi erogati dalle strutture pubbliche altri non sono da meno pur se provengono dalla mano privata.

    P.B. 22.08.2019

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