Il giorno del ricordo: memorie di un tredicenne

Riceviamo e pubblichiamo

Il 10 febbraio ricorre il giorno del ricordo di quanti, dal 1943 al 1950, nei territori giuliani ed istriani furono vittime di vendette antifasciste prima e di una vera pulizia etnica dopo. L'orrore di queste stragi mi ha riportato alla mente un atto di teppismo politico compiuto da operai delle "Reggiane" sugli studenti delle scuole superiori di Reggio che manifestavano per Trieste Italiana. Era la fine del '45 o l’inizio del '46 ed io ero uno di quegli studenti. Questo il mio "ricordo".

IL GIORNO DEL RICORDO: MEMORIE DI UN TREDICENNE

Le bandiere abbrunate che una brezza quasi primaverile fa sventolare sulla facciata del Municipio mi hanno sorpreso giusto per il tempo necessario a ricordare che il 10 febbraio ricorre il giorno dedicato al ricordo di quanti, negli anni dal 1943 al 1950, furono vittime di vendette antifasciste prima e di una vera pulizia etnica dopo. Teatro di quegli orrendi crimini furono i territori giuliani e istriani riconosciuti all'Italia dal trattato di Rapallo del 1920 ed occupati dai partigiani di Tito nel corso della lotta di liberazione contro i nazisti. Nell'aprile del '45 anche Trieste fu occupata dagli iugoslavi e nel maggio successivo la Venezia Giulia venne divisa in due: la zona A, con Trieste, fu posta sotto il controllo anglo-americano; la zona B venne affidata alla Iugoslavia. In un primo tempo, cioè a cavallo del '43-'44, vennero perseguitati gli ex fascisti di qualsiasi rango, per i quali era facile trovare motivazioni reali o verosimili, ma in seguito bastò essere Italiani per subire ogni sorta di angheria, compresa la cacciata dalle proprie case e dal proprio territorio. Portatori di tanta ingiustificata barbarie furono i partigiani di Tito che si concessero ogni nefandezza nel silenzio generale delle nazioni e nell'indifferenza (quando non sconfinò in approvazione) del nostro Partito Comunista, allora più vicino ai "titini" che ai nostri connazionali. Il culmine della barbarie comunista iugoslava venne raggiunto con la tragedia delle foibe (voragini carsiche a forma di imbuto rovesciato, profonde anche centinaia di metri) nelle quali vennero gettate migliaia di italiani, intere famiglie o interi villaggi. Come risulterà in anni recenti, molte persone vennero gettate nelle foibe addirittura vive e legate, mani e piedi, con filo metallico. Per anni ed anni su questi eccidi di massa gravò il silenzio più profondo e chi tentò di squarciarlo venne liquidato come nostalgico, fascista e provocatore. Finalmente nel 2004 si è data dignità nazionale ad un ricordo che aveva diviso la Nazione ed in questi giorni il Presidente della Repubblica, con un messaggio nobile e forte, ma tardivo (anche per Lui), ha ricordato quei fatti e le gravi responsabilità gravanti su chi allora non volle vedere, sentire e parlare.

Tutto questo preambolo per contestualizzare (come si dice oggi) un fatto politicamente grave che successe nell'autunno del '45 o, al più, nella primavera del '46 a Reggio Emilia.

Avevo tredici anni appena compiuti, frequentavo il primo anno del liceo scientifico "L. Spallanzani" ed ero "a pensione" da una vedova in via Roma, n. 45. Divideva con me questa non invidiabile sistemazione Giuseppe Cherubini, figlio della maestra di Quarqua. Dire che le condizioni erano precarie e dure, non è esagerato. Alle finestre mancavano i vetri e mio padre ovviò all'inconveniente incollando sui telai della carta "oleata" di grosso spessore che si usava solitamente per avvolgere le pancette di maiale. Per consentirci di avere un po' di buio, sempre mio padre incollò sulle persiane fogli di carta blu scuro. Il vitto ce lo portavamo da casa ogni settimana (polli, conigli, salumi, pasta e pane fatti in casa, verdure, mele, dolci, ecc.) e lo dividevamo con la famiglia che ci ospitava (madre e figlia). Non c'era davvero abbondanza, ma occorre ricordare che la guerra era finita da soli cinque mesi.

A scuola facevamo anche turni pomeridiani per sopperire alla carenza di aule. Gli studenti più grandi avevano diciott'anni e la loro maturità li portava ad interessarsi di cose importanti.

In quel tempo Trieste era amministrata provvisoriamente dagli anglo-americani e la sua destinazione definitiva era tanto incerta da costituire un grave problema per il sentimento nazionale. Chi ricordava il tributo di sangue che l’Italia aveva versato nella prima guerra mondiale non poteva certamente ammettere che Trieste ci fosse tolta. Di altro avviso il PCI ed i suoi aderenti, propensi a favorire le mire della Iugoslavia, assai vicina politicamente e facente parte dello stesso organismo politico internazionale guidato da Mosca al quale partecipava anche il partito di Togliatti (COMINFORM).

In questa situazione, incerta e preoccupante, la gran parte degli studenti delle scuole di Reggio maturò l'idea di organizzare una manifestazione per affermare "l'italianità di Trieste". Si fissò la data e si decise che il luogo d'incontro sarebbe stato "piazza del Cristo", lo slargo che unisce via Ariosto a corso Garibaldi. Il giorno fissato, all'ora fissata, gli studenti iniziarono a confluire nella piazzetta. Il servizio d'ordine era garantito dalla "Polizia Partigiana" schierata in cerchio tutt'intorno. Noi portavamo cartelli inneggianti a "Trieste italiana" e scandivamo slogan dello stesso tenore. Passò poco tempo e nella piazza giunsero operai delle "Reggiane" armati di catene, tubi e sbarre e cominciarono ad aggredirci e colpirci con lo stile e la violenza delle indimenticate squadracce fasciste. Poco dopo comparve anche un motocarro, sempre delle "Reggiane", che iniziò un veloce quanto terribile carosello tra i manifestanti. La "Polizia Partigiana" chiuse ogni via di fuga e noi restammo alla mercé di quei fanatici che, per puro odio politico, menarono botte da orbi a tutti coloro che riuscirono a raggiungere. L'accanimento e la violenza erano tali che non ci si poté salvare nemmeno tentando di rifugiarsi in qualche portone aperto o salendo le poche scale accessibili. Ovunque e comunque si era rincorsi e malmenati brutalmente. Io, forse per la mia giovanissima età, me la cavai con qualche calcio nel sedere e qualche ceffone, ma Ino Magnani e Domenico Pignedoli (fratello del Cardinale) – entrambi di Felina e studenti del Classico – furono ridotti a maschere di sangue. Quando potei, sgusciai tra i poliziotti e gli operai e rientrai a casa, in via Roma. Dalla finestra potei osservare il continuo passare di operai e di operaie delle "Reggiane" che andavano a dar man forte ai "picchiatori" che già operavano in piazza del Cristo. Le donne, per non essere da meno degli uomini, si erano "armate" di mestoloni da cucina (grandi come secchi e con manici lunghissimi) e di ogni arnese utile a "far legna".

Così, tra lividi, sangue (poco, per fortuna) e qualche osso rotto finì la nostra manifestazione per Trieste italiana: eravamo nella "democraticissima" Reggio, ci protesse la "Polizia Partigiana" e fummo "menati", senza colpa alcuna, dai "compagni operai" del Partito Comunista Italiano.

La cosa ebbe un seguito inimmaginabile.

Agli inizi del '48 la Iugoslavia venne espulsa dal COMINFORM a causa della scarsa propensione manifestata da Tito ad accondiscendere alle pretese russe di interferire direttamente negli affari interni della nazione iugoslava. Il suo governo venne accusato di "nazionalismo", di tendenze alla "degenerazione borghese" e di ricercare intese con i "paesi imperialisti". Dopo un periodo di isolamento internazionale e di grandi difficoltà, Tito si avvicinò agli USA.

Anche per il PCI divenne un traditore, finirono le ragioni ideali per sostenerlo e così cambiò musica. Noi studenti ce ne accorgemmo presto: infatti gli stessi che poco tempo prima ci avevano massacrato di botte, con incredibile faccia tosta si presentarono al liceo per chiederci se eravamo disposti a fare con loro una manifestazione per "l'italianità di Trieste".

Rifiutammo, ed è ovvio, per tutte le ragioni che sopra ho ricordato.

L’italianità di Trieste sarebbe stata sancita solo nel 1954!

Questa è la storia vera che io ed altri amici studenti fra i tredici ed i diciott'anni abbiamo vissuto nell'anno scolastico '45/'46. L’imprecisione della data non vi tragga in inganno: alcuni paletti sono fissi nella memoria, altri più sfumati. Se qualche dubbio vi assale, chiedete a chi era studente allora e ne avrete conferma.

Poi, se credete, meditate sulla coerenza e sul profondo senso democratico di quei nobili signori!

Umberto Casoli

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13 Commenti

  1. Penso che quanto scritto dal sig. Casoli sia vero e credibilie.
    Per essere condivisibile in toto occorrerebbe che ,oltre ai crimini dei titini contro gli italiani,ci fosse un cenno anche alle atrocità commesse dagli italiani durante gli anni dell’occupazione della Jugoslavia ,dell’Albania della Grecia…Nazisti e Fascisti ne combinarono di tutti i colori(basta chiedere a qualche reduce ancora in vita).
    Per tutti coloro che ambissero saperne un po’ di più basta una visita alla Risiera di San Sabba.
    Nel giorno della verità di questo nessuno ne ha parlato. Perché?

    F.M.

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  2. Questo lucido e preciso ricordo a me sembra anche piuttosto illuminante, nel farci capire che c’è una parte politica-ideologica spesso tentata dal pensiero unico, ossia dal voler far passare la propria “verità”, nella fattispecie col negazionismo riguardo alle foibe, e coi due opposti atteggiamenti qui menzionati verso il confinante Paese, a seconda del “vento” politico del momento.

    Parte politica che sovente ha poi dovuto ricredersi – perché la Storia ha via via sconfessato le sue tesi e “verità” – ma lo ha fatto per solito con molto ritardo, dopo aver dato semmai del fascista, o quant’altro, a chi manifestava semplicemente un’idea diversa, e salvo miei errori di memoria in queste sue “retromarce” non ha mai ammesso apertamente i propri errori.

    P.B. 14.02.2020

    P.B.

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  3. Non c’è stata nessuna pulizia etnica. Per quello che riguarda le foibe il gruppo di lavoro “Nicoletta Bourbaki” ha fatto uno studio lungo e approfonditito nel corso di questi ultimi anni. Vi rimando a un approfondimento pubblicato su Internazionale e vi invito a informarvi ulteriormente sull’argomento.
    https://www.internazionale.it/notizie/nicoletta-bourbaki/2017/02/10/foibe
    Non ho trovato nessuna fonte che parla dell’episodio citato. Si parla di qualche calcio nel sedere e qualche ceffone, poi di due feriti e altri imprecisati malmenati. Per essere il ’45 mi sembra cosa di poco conto. Lo sarebbe anche ai giorni nostri. Forse per questo non ci sono fonti. Due anni prima, il 28 luglio del 43, per una manifestazione in favore della pace a Reggio Emilia hanno ucciso nove operai delle Reggiane. Andando avanti negli anni, il 7 luglio del ’60, in una manifestazione sindacale ne hanno ammazzati cinque. E noi dovremmo rivalutare la storia della resistenza e del movimento operaio italiano per due schiaffoni e due feriti? Questo revisionismo storico è pericoloso, oltre che disonesto.

    Andrea Herman

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    • La sua è la solita vecchia musica che per anni ha coperto le foibe ed altri crimini comunisti. Io non cerco fonti (più o meno di parte), io c’ero e racconto fatti accadutimi! Se quattro calci nel sedere e pochi schiaffoni, se due giovani feriti seriamente e un numero imprecisato di picchiati non le bastano, allora le suggerisco un altro tema: ci spieghi perché sono stati uccisi Don Jemmi, il dott. Azio Vezzosi (di condotta a Castelnovo e mutilato della prima guerra mondiale), “Il Solitario” Giorgio Morelli (partigiano e giornalista reggiano) e perché si è tentato di uccidere Francesco Zurli (proprietario e gestore dell’albergo/ristorante Tre Re di Castelnovo). Se anche questo è “poco”, me lo dica e allargherò l’elenco! Io c’ero!!!
      Se è sempre in cerca di fonti, consulti Wikipedia alla voce “Giorgio Morelli” e ne trarrà beneficio il suo patrimonio di conoscenze e il suo giudizio su chi ha preso qualche calcio e, testimone dei fatti e del clima politico di allora, ha seri motivi per non credere alla favola del “revisionismo storico pericoloso e disonesto”. Disonesto è il silenzio e chi tenta di imporlo “anche su cose da poco”!
      I fatti accaduti sono la realtà con la quale ci dobbiamo confrontare; la cronaca, se c’è, è l’espressione della sensibilità terza, sovente estranea a ciò che racconta.
      Un’ultima domanda per finire.
      Se quelle botte le avesse prese lei cosa ci racconterebbe? Che fanno male o che parlarne è solo “revisionismo disonesto”?

      Umberto Casoli

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    • Visto che è così ferrato in storia, mi recuperi anche ciò che ha detto Pasquale Marconi nel 1952 alla Camera dei deputati, in merito alla lotta partigiana. Coraggio, storico.

      MA

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  4. Di fronte al terzo commento che si i conclude con le parole “questo revisionismo storico è pericoloso, oltre che disonesto”, mi viene da dire o rispondere che il pericolo è rappresentato da chi vorrebbe imporre la propria verità storica, non lasciando spazio ad altre versioni od opinioni (proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo riguardo alla libera espressione del nostro pensiero se quella ideologia “totalitaria” avesse prevalso nel secondo dopoguerra !).

    P.B. 15.02.2020

    P.B.

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  5. Sventurato il Paese che,non solo non manda al rogo i libri che trattano delle foibe,ma permette che altri,arricchiti da nuove testimonianze,siano pubblicati.E che dire dei suoi Presidenti,che, soltanto “per due schiaffi”,onorano,dopo averla dichiarata “Monumento Nazionale,la Foiba di Basovizza? Stupiscono altresì’ le dichiarazioni del “comunista”, nonché Presidente della Repubblica Italiana ,Giorgio Napolitano a proposito delle violenze dell’45 nella Venezia Giulia “…vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria,e un disegno di “annessione slavo..”.Evidentemente ignorava le”verità’”del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki !

    Giorgio

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  6. Figuriamoci se è possibile (uso un termine ad hoc, seppur odiato dai soliti noti) “revisionare” la storia… Blindata; come il dopo guerra italiano. Peccato che ormai qualcuno ha iniziato a non crederci più.

    MA

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  7. Che ci siano stati episodi di violenza da parte di partigiani è innegabile (anche peggiori di quelli raccontati da Umberto), come è innegabile che ci sia stato una sorta di esodo delle popolazioni di lingua italiana dall’Istria e la Dalmazia (c’è stato anche una sorta di controesodo successivo: la situazione era tutt’altro che semplice). Nell’articolo a cui ho fatto riferimento nessuno nega questi fatti. Quando si parla di foibe, però, ci si dimentica sempre di fare le premesse fondamentali: ricordare il processo d’italianizzazione forzata e le politiche di discriminazione razziale messe in atto dai fascisti sul confine orientale, l’invasione della Jugoslavia del ’41 e le conseguenti devastazioni di villaggi, rastrellamenti, deportazioni, la creazione di campi di concentramento (come quello di Arbe) subiti dalle popolazioni slave. Si dimentica, in sostanza, di parlare di nazifascismo e delle atrocità che ha compiuto, prendendo un episodio e tirandolo via dal suo contesto, criminalizzando chi il nazifascismo l’ha combattuto; poi s’incolpa di negazionismo chi rifiuta una narrazione semplificata dove tutto viene ridotto a parigiani jugoslavi cattivi e italiani buoni (quando a combattere con i partigiani jugoslavi cattivi, oltretutto, c’erano anche molti italiani; quando gli italiani buoni erano in gran parte fascisti). Stessa cosa accade – magari non intenzionalmente, ma il risultato è quello – con il racconto di Umberto: si cita un episodio dove gli operai delle reggiane aggrediscono degli studenti e si fa un parallelismo con i partigiani jugoslavi, concludendo che una presunta cattiveria, un odio, fosse insito in tutti i comunisti, dimenticando anche qui di ricordare il contributo che molti comunisti – piaccia o meno – hanno portato alla resistenza. Anche qui si semplifica e si generalizza, e a me non pare un modo onesto di agire, come non credo che si possa ricavare qualcosa dalla storia guardandola solo da un verso e non nel suo insieme. Ma forse è una cosa solo mia, me ne farò una ragione.
    Infine faccio un mea culpa, le botte fan male e non volevo sminuire la violenza subita da Umberto (anche se in effetti l’ho fatto, per questo mi scuso).

    Andrea Herman

    Rispondi
    • È proprio qui, il discorso: la storia, come dice bene lei, non si può guardarla solo da un punto di vista, che sia dei vincitori o dei vinti. Sangue chiama sangue.

      MA

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  8. Ritengo sia fuorviante considerare quel periodo di violenza estrema frutto di reciproche vendette.Quel clima di terrore aveva lo scopo di obbligare gli italiani ad andarsene da quelle terre,abitate da secoli da italiani,perché’ dovevano essere nazionalizzate e annesse alla Yugoslavia.Ci sono poi molti episodi che dimostrano che il nemico per il PCI non era solo il nazi-fascismo,ma tutti coloro che non erano asserviti alle direttive del partito.Gli episodi ,come la strage di Strassera o l’è udii di Porzus,sono significativi di questo atteggiamento.L’ordine,secondo la ricostruzione processuale,impartito dal PCI di Udine ai partigiani comunisti di eliminare i 17 partigiani della Osoppo,termina con una esultanza significativa:”…L’Armata rossa gloriosa(russa)avanza e ormai i tempi stringono.” Il PCI si sentiva parte della Internazionale Comunista e premeva perché’ l’Italia entrasse nell’orbita dell’URSS.Chi si opponeva era tacciato di eresia ed espulso dal partito come gli ex-partigiani comunisti Magnani e Cucchi tacciati da Togliatti come” pidocchi nella criniera di un cavallo di razza”.E che dire dell’atroce assassinio del seminarista quattordicenne Rolando Rivi colpevole solo di poter essere un futuro “spacciatore” dell’oppio dei popoli?poi su tutto calo’ il silenzio:troppi episodi nuocevano al PCI e chi, come l’ex-partigiano comunista Otello Montanari con il suo” chi sa parli”, si opponeva all’ordine veniva tacciato di traditore o fascista.Giorgio

    Giorgio

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  9. Bravo Giorgio! Quel clima di odio l’abbiamo respirato anche a Castelnovo e chi non c’era non lo può immaginare!
    Basterebbe rispettare i ricordi!
    Umberto Casoli

    Umberto Casoli

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