Gaom: un progetto per aiutare le donne in Etiopia. Una nuova testimonianza di Gianluca Marconi

Dopo il recente viaggio dei volontari del Gaom in Etiopia, è nato un progetto che cerca di migliorare la condizione delle donne in Africa.

Di Gianluca Marconi, vicepresidente del GAOM

“L’analisi della costruzione del genere femminile condotta attraverso la mediazione del corpo ha portato alla luce una serie di percezioni che ci “offrono una ricca fonte di dati sui significati sociali e culturali dell’essere umano e sulle varie minacce alla salute, al benessere e all’integrazione sociale di cui si crede gli uomini facciano esperienza”. Declinando la sua identità sociale secondo i ruoli di moglie e di madre, cioè di colei che si prende cura degli affari domestici e garantisce il perpetuamento del nucleo familiare nella prole, e operando su di essa un rigido controllo affinché queste funzioni siano rispettate e garantite attraverso un’ideologia che le definisce biologicamente incomplete e pericolose, di fatto si opera un’esclusione della loro presenza da quegli spazi pubblici e privati che sono dominati dagli uomini e che garantiscono autonomia e indipendenza.

Secondo gli studi condotti dal Federal Democratic Republic of Ethiopia, Ministry of Labour and Social Affairs, in Etiopia le donne mancano di eguali opportunità in molti settori dell’economia formale. Questa situazione è stata confermata anche da un report promosso dal network dell’Ethiopian Women’s Associatinos (NEWA) in collaborazione con l’Ethiopian Women Lawyers Association (EWLA), dal titolo “Convention on the Elimination of All Forms of Discrimanation Against Women (CEDAW). Nel testo si legge che secondo i dettami di un’ideologia dominante che prevede il controllo e lo sfruttamento delle donne, esse vengono principalmente impiegate nei lavori domestici o in attività informali poco valorizzate e spesso non remunerate. La situazione varia secondo diversi fattori, come la posizione geografica e l’età generazionale, ma in ogni caso il rapporto denuncia un gap rispetto all’inserimento maschile nell’economia formale che è elevatissimo.

Le donne sono i soggetti più colpiti dall’esclusione anche nell’ambito dell’educazione, un settore che ancora una volta vede la preminenza della rappresentanza maschile, soprattutto nei gradi più elevati dell’istituzione scolastica. Infatti, se a livello primario la discrepanza tra la presenza delle bambine rispetto a quella dei bambini nelle scuole non è poi così elevata, le cose peggiorano man mano che saliamo nei livelli superiori, per raggiungere il picco massimo nelle università. Alle donne, fin dall’infanzia, vengono riservati specifici ambiti di affermazione della propria socialità che sono il matrimonio e la vita familiare, che pertanto le escludono dagli ambiti pubblici come l’istruzione, la sanità, le attività economiche formali, la partecipazione alla vita politica.

La logica che sottende l’esclusione dall’attività educative e socio-economiche si ripercuote gravemente, non solo sul loro potere “negoziante”, ma anche sulla loro salute.. Innanzitutto il bassissimo grado d’istruzione e l’incapacità economica rendono le donne meno permeabili ai messaggi di prevenzione e di cura elaborati dalle istituzioni sanitarie. Anche qualora questi messaggi diventassero parte integrante dell’elaborazione che i soggetti tessono intorno ai loro stati di benessere e malessere, la mancanza di risorse economiche personali diventa un deterrente potentissimo al fine di impedire alle donne lo sfruttamento di tutte le risorse sanitarie presenti in loco necessariamente migliore nelle zone urbane.

A questi impedimenti legati alla sfera dei compiti sociali, si aggiungono le difficoltà materiali che si concretizzano nella dislocazione delle risorse non sempre facili da raggiungere, e nella loro inaccessibilità economica. Lavorare fuori casa e possedere dei beni può essere rilevante per l’indipendenza economica e il potere delle donne che può tradursi nell’opportunità di mantenere un livello di salute socialmente accettato, ma per chi è escluso dai diritti economici e dalle attività remunerative, curarsi diventa una possibilità impraticabile. Ciò spiega l’elevata mortalità della donna in giovane età.

Dall’Organizzazione mondiale della sanità, il 70% delle donne etiopi ha subito violenza fisica dal proprio marito o dal partner almeno una volta nella vita. Inoltre, la metà delle donne etiopi ha subito violenza fisica nei 12 mesi precedenti al matrimonio.

Le discriminazioni sono, di fatto, delle privazioni. Privazioni di alcuni dei diritti fondamentali, che dovrebbero essere riconosciuti a tutti gli esseri umani. Ed è proprio questa la condizione in cui devono vivere le donne in Etiopia.

La condizione delle donne in Etiopia  può essere descritta riportando cinque grandi privazioni. Anzi, cinque grandi discriminazioni che vogliamo impegnarci a debellare

Matrimoni precoci/forzati. Secondo quanto stabilito dalla legge di questo Paese, l’età minima per potersi sposare è 18 anni. A dispetto di questo, la pratica dei matrimoni precoci è ancora molto diffusa in Etiopia: nel 2011, il 63% delle donne etiopi, quindi due su tre circa, erano già sposate prima di compiere 18 anni.

Mortalità materna. I matrimoni precoci e le conseguenti gravidanze precoci sono le principali cause dell’alto tasso di mortalità materna che si registra in questo Paese. Nel 2011, in Etiopia ci sono stati 676 decessi di donne ogni 100mila nascite. Inoltre, in questo Paese si verifica il 50% di tutte le morti di donne per cause direttamente o indirettamente legate al parto e/o alla gravidanza.

Violenza domestica (secondo i dati di uno studio compiuto nel 2009). La violenza contro le donne è molto diffusa e gli abusi (come percosse alla moglie o altro genere di violenze) sono ampiamente accettati dalla società. Secondo i dati di uno studio del 2009 compiuto

Accesso alla terra. La legge etiope stabilisce che uomini e donne hanno lo stesso diritto di possedere terra e beni immobili. Ma, nella realtà, le cose stanno molto diversamente. Perché, in molte circostanze, le donne riescono ad avere accesso alla terra solo dopo essersi sposate.

Accesso al credito. Anche in questo caso, la legge etiope stabilisce la sostanziale parità tra uomini e donne. E, anche in questo caso, la realtà è diversa: secondo quanto dichiarato dallo stesso governo etiope, le donne di questo Paese devono scontrarsi con ostacoli spesso insormontabili per richiedere un prestito o aprire un conto in una banca”.

Il progetto 

Le sisters Cappuccine di madre Rubatto e il GAOM si propongono come promotrici di un progetto rivolto alle bambine abbandonate dalle famiglie, per motivi diversi,  o comunque in situazione di grave disagio socio-economico al fine  di poterle sostenere dal punto di vista della crescita fisica (con adeguato sostentamento alimentare ed assistenza sanitaria) ma anche della crescita culturale e  lavorativa, con l’obiettivo di renderle autonome sia economicamente che culturalmente in modo che possano fare le scelte più adeguate alla loro persone ed ai propri talenti ed aspirazioni

E’ necessario a tal fine che venga effettuata anche un'informazione e un'educazione della popolazione sul ruolo della donna nella società Etiope.  Argomento fino ad aggi evitato in quanto la donna è per cultura e arginata dalla società, relegandola ai lavori più umili  senza possibilità di riscatto.

Bisogna che questo cambiamento di pensiero parta dalla giovane età e che gli uomini siano integrati in questo progetto al fine di rimuovere, gradatamente, quelle remore e quelle barriere culturali arcaiche che pongono le donne nell’attuale condizione. Ognuno ha un ruolo nella società di uguale importanza. E’ necessario che vengano fermati gli abusi, le violenze e sopraffazioni che vengono rivolte alle donne come figure “deboli” della società.

Serve perciò un confronto fra le varie parti creando momenti di incontro, scambio culturale e di opinioni che devono comunque essere gestiti dal personale etiope con la supervisione di esperti locali ed italiani. La necessità ed il bisogno di realizzare tale progetto (una goccia nel mare ma occorre partire) è dovuto alla drammatica situazione in cui versano le bambine e le donne nel territorio di Shashemene (città baraccopoli di circa 300.000 abitanti) e dalla quasi totale mancanza di strutture e progetti al femminile.

 

 

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