Colpito e guarito dal Covid-19. Monsignor Alberto Nicelli e l’esperienza della quarantena

Dalla Libertà, settimanale diocesano

Il Covid-19 non ha guardato certo in faccia all’abito talare. Anzi, in Italia sono stati oltre 120 i sacerdoti che hanno pagato con la vita la loro prossimità ai fedeli nei giorni in cui il nemico invisibile circolava quasi indisturbato e le misure di protezione sociale erano ancora deboli.

Né il virus ha guardato troppo al ruolo o all’età dei membri del clero: tra i contagiati ci sono stati vescovi, un cardinale romano e anche sacerdoti ancora giovani, nel pieno delle forze.

Tra i presbiteri che hanno recentemente annunciato la loro guarigione alle loro comunità, insieme a monsignor Antenore Vezzosi, a don Giuliano Guidetti e a don Gionatan Giordani, c’è anche il numero due della nostra Chiesa diocesana, monsignor Alberto Nicelli.

Quarantotto giorni di confinamento in Seminario, tra paura, riposo e intercessione, prima di arrivare all’agognato doppio tampone negativo e al ritorno alla vita “normale”.

È stato lui a guidare la settimana scorsa il santo Rosario dalla Cappella privata del Vescovo, in quel 4 maggio che ha sancito ufficialmente per tanti italiani l’avvio di una prudente “Fase due” e che, essendo lunedì, è stato accompagnato in modo liturgicamente intonato proprio dai misteri della gioia. E una gioia è senz’altro ritrovare nel suo ufficio, sia pure a ritmo un po’ ridotto per ovvi motivi di convalescenza, il Vicario generale, che ha accettato di raccontare la sua esperienza di malato in comunione di preghiera con tanti altri infermi.

Nella prima serata del Rosario – che, ricordiamo ai lettori, si può seguire in diretta con il Centro diocesano Comunicazioni sociali tutte le sere di maggio, dal lunedì al venerdì, alle ore 21, su Teletricolore (canale 10), sul canale YouTube La Libertà Tv e sulla pagina Facebook de La Libertà – don Alberto ha fatto risuonare le parole rivolte alla Vergine Maria dal vescovo Massimo nell’omelia della solennità del primo miracolo della Ghiara: “Mostrati nella tua maternità, guarisci i corpi e i cuori”.

Poi il Vicario ha rivolto un pensiero delicato ai nostri anziani, sia a quelli che vivono nella solitudine che agli ospiti delle case di riposo.

“Molti di loro – ha detto - ci hanno trasmesso la fede e ci hanno anche donato la gioia di appartenere alla vita della Chiesa, con quei valori che in questo tempo stiamo riscoprendo”.

Don Alberto, quando ha capito di avere contratto il virus?

Nei giorni più brutti di questa pandemia, esattamente il 16 marzo: la sera di quel lunedì, mentre stavo lavorando, ho avvertito dei brividi che non riuscivo a calmare neanche coprendomi con panni pesanti e mi sono insospettito. Il giorno seguente al mattino non avevo la febbre, ma al pomeriggio la temperatura è andata velocemente a 39 gradi e ho cominciato a sentire dolori in tutto il corpo, soprattutto alle articolazioni. Ho capito che quello era probabilmente per me l’inizio del Covid-19.

Qual è stata la sua prima reazione?

Nei primi giorni, sempre con la febbre alta, la paura era tanta. E anche la confusione: non dimentico, e non dimenticherò mai, soprattutto le nottate, che non finivano mai, in cui per la mente passavano tutti i pensieri possibili immaginabili. Il Seminario, dove ho vissuto il mio confinamento, è vicino all’ospedale e io sentivo giorno e notte ambulanze a sirene spiegate e l’elicottero che si alzava spesso in volo. Non accendevo più i telegiornali per non spaventarmi ulteriormente. Nel contempo mi affidavo al Signore, chiedendogli possibilmente di allontanare da me quello che stavo provando in quei giorni. E di aiutarmi a vivere questa esperienza anche come un’occasione per fortificare la mia fede.

Altri sintomi della malattia che ha sperimentato?

Oltre alla febbre alta, molta stanchezza e fin da subito un valore della saturazione dell’ossigeno nel sangue oltremodo basso.

Come si è curato?

Mi ha accompagnato quotidianamente un medico - una dottoressa che devo ringraziare di tutto cuore - con la terapia che si effettua anche negli ospedali e soprattutto con un interessamento che ha contribuito a farmi sentire meglio. Fortunatamente la cura non ha fatto registrare effetti collaterali particolari, che pure erano una possibilità concreta, sicché la febbre mi ha lasciato quasi subito, mentre il problema più preoccupante, rimasto costante almeno fino a Pasqua, è stato il valore altalenante ma sempre troppo basso della saturazione dell’ossigeno nel sangue, segno evidente della polmonite ancora in corso.

Come ha vissuto la quarantena?

Ho pensato molto alle persone ricoverate negli ospedali, soprattutto alla loro solitudine. Io posso dire di essere stato fortunato anche nei 48 giorni che ho vissuto in isolamento.

Oltre alla presenza della dottoressa che mi ha seguito passo dopo passo, mi è stata di enorme conforto la disponibilità del rettore del Seminario che mi preparata i pasti e me li serviva sempre da solo, anche per evitare il pericolo di contaminazione dei seminaristi.

Don Alessandro ha dimostrato una benevolenza incredibile, ha avuto nei miei riguardi attenzioni piccole e grandi che mi hanno preso per mano. Gli devo davvero riconoscenza, così come ringrazio per la sua premura il vescovo Massimo, che si è mantenuto in contatto telefonico durante le varie fasi della convalescenza per sincerarsi delle mie condizioni e per assicurarmi la sua vicinanza nella preghiera.

E a livello spirituale?

Ogni giorno pensavo alle tante persone che soffrivano e a quelle che morivano senza poter avere al fianco i loro cari. Superato il primo momento di smarrimento, ho vissuto la mia quarantena proprio come un momento di intercessione particolare per i malati più gravi e per tutti quelli che stavano attraversando questa esperienza nella solitudine. Sapevo di diverse persone carissime, incontrate e conosciute nelle comunità dove sono stato, in situazioni molto difficili: qualcuna purtroppo non ce l’ha fatta. Al tempo stesso la quarantena forzata è stata un’occasione che Dio mi ha dato e di cui ho potuto approfittare per me: anzitutto per riposare, passando dal letto alla poltrona e cercando di non occuparmi di niente, anche perché sentivo di non avere le forze per farlo. Fermarmi mi ha sicuramente aiutato molto; per certi versi, e lo dico con tutto il rispetto per chi ha incontrato difficoltà superiori alle mie, è stato un tempo provvidenziale. La mia vita spirituale ne ha tratto giovamento: credo di poter dire di aver fatto un corso di esercizi spirituali.

Com’è stata la sua vita spirituale nelle settimane trascorse in Seminario?

Ho scoperto in tv e sui social tante meravigliose opportunità di preghiera a distanza, a partire da quelle offerte dal Centro diocesano per le Comunicazioni sociali/ La Libertà per spaziare sul magistero del Papa, sulle iniziative della Chiesa italiana e sulle forme di sostegno alle persone che tante delle nostre comunità hanno inventato nei mesi scorsi.

Tutto ciò mi ha davvero fatto vivere una bella esperienza di comunione con il Signore, che mi ha sostenuto molto. Ma la mia vita spirituale è stata anche arricchita dai tanti che sapevo pregavano per me, a cominciare dalla comunità del Seminario che era sopra la mia testa e che mi ha accompagnato. Ogni giorno si aggiungevano altre persone delle comunità dov’ero stato, mano a mano capivano che c’era qualcosa che non andava perché non mi vedevano più nelle dirette diocesane della Messa feriale piuttosto che in altri momenti della vita della Diocesi. Tutti mi hanno assicurato la loro preghiera e ne ho realmente avuto un beneficio spirituale.

Nella sua vita, oggi, è cambiato qualcosa rispetto a prima?

Sono tornato alla vita pubblica lunedì 4 maggio, partendo proprio dalla preghiera, con la Messa che ho concelebrato al mattino e con il Rosario serale, durante il quale mi è sembrato realmente di essere al centro della vita della nostra Chiesa che prega, che supplica per tutte le intenzioni del nostro popolo. Ho cominciato a riprendere contatto con le tante e complesse questioni che riguardano la vita della Diocesi. Il mio servizio è cambiato, sì, anzitutto perché mi rendo conto che non posso ripartire troppo forte, che devo andare con più calma: questa malattia ha lasciato certamente degli strascichi e ora arriva prima del solito il momento in cui sento il bisogno di dovermi fermare un po’. Per ora lavoro in Curia al mattino, mentre al pomeriggio cerco di riposarmi, nei limiti del possibile.

Anche guardando in prospettiva, credo che l’esperienza di questa malattia mi insegni – e spero di non smentirmi poi con i fatti… – che per servire bene il Signore bisogna essere molto sereni, e che la serenità viene proprio dall’incontro con Lui, da una vita alimentata dalla preghiera.

Edoardo Tincan

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Un Commento

  1. Non sapevo dei problemi di salute del nostro Vicario e mi fa molto piacere sapere della sua guarigione.
    Ci siamo visti l’ultima volta, a Febbraio, nello splendido borgo di Gottano, presso il Santuario della Madonna delle Formiche e, vista la sua ottima forma, non avrei mai pensato che, di li a poco, avrebbe avuto un problema così grande.
    Ringraziamo il Signore.

    Ivano Pioppi

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