I racconti dell’Elda 42 / L’Onorevole

Verso la fine d’aprile il dott. Gianluca ci ha ricordato suo nonno, ci sono stati un mucchio di commenti, io non ho voluto dire niente, perché con un piccolo commento non sarei riuscita a raccontare ciò che ricordo.

Mi perdoni dottore se arrivo in ritardo, intanto auguri per una definitiva guarigione, spero di rivederla presto assieme al suo cagnolino per la via di Carnola.

Lo chiamerò Onorevole, così, per distinguerlo da tutti gli altri Marconi che sono succeduti a Lui. Mi è molto difficile avvicinarmi a questo argomento, mi sento una nullità che vuol fare la saputella. Vi racconterò come l’ho conosciuto, lo farò con la mia semplicità di sempre e perdonate se non sarò all’altezza.

Detto questo cominciamo. Ero molto piccola e mi iscrissero all’Azione Cattolica come “Beniamina”, così ebbi la fortuna di conoscere Sua figlia la signorina Paola, era la nostra Delegata, si prendeva cura di noi bambine insegnandoci la preghiera, la bontà e soprattutto l’umiltà “siate umili” ci ripeteva spesso, ricordi che si imprimono nella mente e non te li scordi più.

Bene questa Delegata, spesso ci portava a fare gite usando le macchine e gli autisti del padre e un gruppetto di noi che abitava dalla parte di Bagnolo, spesso lo faceva entrare in casa sua, magari per aspettare che fosse pronta per accompagnarci dalle suore dove si teneva l’adunanza.

Ecco io l’Onorevole per la prima volta lo vidi lì: Uno scalpicciare su per lo scalone, una voce forte che chiamava “Iride”, era la loro governante, che zoppicando, accorreva subito.

Noi tre bambine sedute su una panchina su un lato del grande atrio, allungammo il collo, il mio cuore batteva in fretta, l’avevo sentito nominare tante e tante volte, ma ancora non l’avevo visto.

Per prima cosa notai i piedi nudi, grandi, con le dita arrossate, che calzavano due sandali da francescano, sì erano grandi, perché dovevano sostenere un corpo alto e massiccio. Man di mano che i miei occhi si alzavano, notai tutto questo, poi la folta e lunga barba grigia che si confondeva coi capelli piuttosto lunghi e ondulati, poi la fronte alta spaziosa segnata da alcune righe trasversali che davano al Suo sguardo una luce di grande serenità.

Ci guardò poi proseguendo ad alta voce disse:

“Paolo c’è gente che ti aspetta”.

La “gente” eravamo noi tre scriccioli un po’ intimoriti e io pensai subito: anche Lui come la mamma si sbaglia, che per chiamare un figlio, prima fa il nome di altri tre. Poi, molto più tardi ho saputo che molte volte la figlia la chiamava al maschile per sottolineare il carattere deciso e forte di questa.

Tutto qui, ma intanto l’avevo visto da vicino.

Poi passarono gli anni, la vigilia di Pasqua del 1953, durante la veglia Pasquale com’era Suo solito stava suonando l’organo alla Pieve, quello grande che si trova sopra la porta d’ingresso era lì coi cantori, gli si avvicinò un dipendente dell’ospedale che gli bisbigliò qualcosa, lui immediatamente lasciò tutto e corse giù all’ospedale dove una ragazzina era svenuta mentre la visitavano.

Si cari miei ero io, magra allampanata, da una settimana mi cibavo appena perché avevo un forte mal di stomaco.

Cominciamo dal principio, in quell’anno era molto in voga un cerchio chiamato “Hula hoop” soldi per comprarlo non ne avevo, ma chiesi a mio fratello Nello che già mi aveva costruito un cestino da lavoro di legno e un telaio da ricamo ricavato da un vecchio setaccio, se poteva farmene uno. Vi dirò che in famiglia quando chiedevo nessuno mi diceva di no, anche perché lo facevo raramente mi costava molta fatica. Lui cercò un ramo di salice lungo e sottile, lo pelò lo lucidò, gli diede la forma e me lo consegnò.

Felice cominciai ad usarlo, dopo vari tentativi mi impadronii di questo cerchio, saltando di qua e di là dal fosso, il famoso Rio Ferlara, (ora scomparso dentro a una brutta fognatura), che divideva la nostra terra da quella dell’arciprete, perciò quando cominciai ad accusare il mal di stomaco, in famiglia dissero:

“L’è carna chervada, tȇut al dè la se svida cun cul cers!”

Traduco: è carne greve tutto il giorno si svita con quel cerchio e cercarono di farmi smettere, ma io appena mi passava ricominciavo. Quando i miei decisero di portami dal dottore, perché mi era salita la febbre, appena questi mi schiacciò la pancia svenni.

Appendicite perforante, fui operata dall’Onorevole, mi dissero che fu una cosa un po’ lunga, mi svegliai il giorno dopo imbambolata non riuscivo a muovermi. Poi vidi sulla porta Lui con un codazzo di medici, mi chiese qualcosa, ma non ricordo o non capii cosa, se ne andò parlando col suo seguito.

La fase postoperatoria fu lunga, il taglio, perché allora per operare si tagliava, era lungo, nove punti, faceva fatica a cicatrizzarsi. Restai in chirurgia per parecchi giorni, alla fine ci stavo anche bene, le suore mi adoravano, le infermiere la Iole e la Minghina di casa di Guerra mi chiamavano “pina”, qualcuno mi aveva portato dei libri, dalla finestra vedevo la Pietra, il mal di stomaco non ce l’avevo più, cosa mi mancava, forse le passeggiate nel sottobosco della montagna con la mia capra.

Naturalmente tornai a casa dopo parecchi giorni quasi guarita e quando mio padre andò a pagare (credo che allora gli artigiani ancora non avessero la mutua) il signor Grasselli che teneva la contabilità dell’ospedale gli disse che gli avevano riferito di fargli pagare solo l’intervento, la degenza non contava. L’Onorevole era anche questo.

E mio padre tornò a casa con un “Hula hoop” nuovo di zecca l’aveva comprato dalla Leurini.

Forse due anni dopo, mentre con la piccola Jeep verde, andava alla Pietra, naturalmente con a fianco Galli e dietro Grasselli, mi vide vestita da manovale mentre tiravo su con una carrucola un secchio pieno di calce (col papà e i fratelli stavamo ristrutturando la casa) Lui si fermò un minuto fin che il secchio non arrivò sul tetto, poi ripartì ridendo col sigaro spento fra i denti, facendo un cenno con la mano.

Questo è l’ultimo ricordo che ho dell’Onorevole, una persona molto importante per tutta la nostra montagna, ci ha lasciato questo bellissimo ospedale e chi non ricorda il Piccolo Cottolengo, il Sanatorio, il tutto è sempre funzionato alla grande, ha portato benessere e lavoro nelle nostre case. Poi il ricordo di Lui come Partigiano e dopo come Politico, “fu uno dei padri della costituzione italiana” ma soprattutto ci ha lasciato un ricordo indelebile della Sua semplicità e della Sua bontà.

Potrei raccontarvi mille aneddoti che mi hanno riferito, della guerra e del dopo, ma io preferisco ricordarlo così.

Elda Zannini

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5 Commenti

  1. Carta Elda, la mia mamma Paolo, moriva esattamente un anno fa e le tue parole, sono benzina sul fuoco della mia commozione. Grazie 😘

    Umberto

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  2. Grazie Cara Elda del bellissimo e commovente ricordo del Nonno Pasquale.
    La sua “scrittura” è diretta, vera, semplice, piena di fascino del racconto vissuto con passione , e va dritta al Cuore. Un abbraccio Gianluca

    Gianluca Marconi

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  3. Chapeau signora Elda, come sempre!

    Paola Bizzarri

    Rispondi
  4. Anche questo racconto mi riporta con malinconica leggerezza a tempi che sembrano così belli nonostante le obiettive difficoltà del vivere quotidiano.”Tra i cori angelici” è il mio ricordo personale della voce bellissima del Professor Pasquale che, accompagnato da Rosina ,indicava la conclusione del rosario recitato nel vecchio oratorio. Anch’io ringrazio Signora Elda, leggendola mi si riaffollano alla mente tanti ricordi.

    elettra ficcarelli

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