Per San Martîn – castìgni e vîn.

Certo il fermento di laboriosità estiva, con tanta luce e il calore del sole, è tutt'altra cosa, ma pure Novembre ha momenti di cui essere contenti: il ribollir dei tini col vino nuovo, l'odore dello spiedo, aggiungiamoci anche quello delle caldarroste, il tempo di riflettere, di osservare la migrazione degli uccelli, simbolo dell'esistenza.

Oggi la nebbia, purtroppo, la possiamo considerare la metafora del periodo che stiamo vivendo, della paura, dell'incertezza, della perplessità di fronte ai fatti di cronaca. E della speranza che anche questo tormento si diradi “tra le rossastre nubi”, lasciandoci la possibilità di gustare, sereni, lo spettacolo dell'autunno.

Per un attimo ritorniamo indietro nel tempo, a quando l'agricoltura era la base dell'economia. Un tempo il giorno di San Martino per molte famiglie poteva essere molto angoscioso. Era il giorno del rendiconto, del rinnovo o della rottura dei contratti di mezzadria, e per molti dipendeva dalla coscienza del padrone se fare prevalere il senso di umanità o quello dell'interesse, per permettere che una famiglia potesse restare sullo stesso terreno. E se nelle famiglie vi erano molti figli piccoli, tante bocche da sfamare, poteva diventare una scusa per rompere il contratto. Era realtà, non letteratura o cinema, la famiglia per strada con sul biroccio tutto ciò di cui disponeva in fatto di abiti e mobilio.

A Sân Martîn, la búta piena d' vîn, (ma chî ch' ripìsa al butûn – l'é sempr'al siûr padrûn).

Nel proverbio c'è già un accenno ai contrasti sociali del tempo e, soprattutto, alla disparità di guadagno. All'abolizione della mezzadria però ci si arriverà solo nel 1964, legge 756, con effetto dal 1974 in poi. E intanto le campagne erano già state abbandonate.

Perché questo trambusto accadeva a San Martino e non, per esempio, all'inizio dell'estate? La risposta è legata ad esigenze pratiche. A Novembre comincia la cattiva stagione e non è più possibile lavorare nei campi per la pioggia, la neve e per il freddo. Anche la natura ha bisogno di riposare, e il periodo migliore è quando non ci sono prodotti da portare a maturazione. L'inverno crea una situazione di vantaggio per il terreno coltivato: la coltre di neve e poi le gelate creano una copertura di protezione. La crosta gelata impedisce al freddo di penetrare nel terreno, e i semi ricevono dal terreno il tepore incamerato d'estate da cui ricavano il vigore per sopravvivere al gelo. Sotto la neve il pane, dice un proverbio, mentre sotto l'acqua ci sarà solo la fame. Inoltre questa data poteva andare bene anche ai padroni dei fondi per fare un bilancio dell'anno trascorso e programmare quello futuro, inclusa appunto la decisione se tenere o cambiare i mezzadri.

Per chi veniva confermato (o per i piccoli proprietari) si consigliava fortemente d'avere terminato la semina entro San Martino: Chi ch'a smêna a Sân Martîn – al gh'ha la sperânsa d'i purîn. Chi semina a San Martino, cioè tardi, ha la speranza del poveraccio, perché con la pioggia il grano marcisce, non germoglia. E il bravo contadino sta, si, sull'uscio a rimirare gli stormi di uccelli migratori, ma anche a controllare i segnali inviati dalla natura, come, per esempio, il tramonto dell'undici Novembre. Se il sole scende nascosto fra le nuvole (come dentro a una tasca) promette bene, ci sarà abbondanza anche di foraggio. Al contrario se il sole tramonta col cielo sereno: Se al dì d' Sân Matîn al sûl al và šù in bisàca - vènd al fên e tîn la vaca; - se al sûl al va šù srên - vènd la vàca e tîn al fên. In altre parole, se il tempo è nuvoloso diventa presagio di abbondanza di foraggio. E c'è anche da sperare nel brutto tempo lungo tutto il mese per avere un raccolto prospero l'anno seguente: Se d' Nuvèmbr' a tîra 'l trûn – pr'al furmênt al srà un àn bûn.


Ma chi era San Martino? Era il figlio di un ufficiale romano, nato in Pannonia, l'odierna Ungheria, nel 316, pochi anni prima che Costantino riconoscesse la libertà di culto anche per i cristiani. I suoi genitori erano pagani. Martino fu inviato a Pavia per compiere gli studi. Qui venne a contatto col cristianesimo e divenne catecumeno all'insaputa dei genitori. Chiese ed ottenne di essere esonerato dal servizio militare. Si recò poi a Poitiers dove conobbe Sant'Ilario e ricevette una formazione più approfondita, poi il battesimo e l'ordinazione sacerdotale. Tornò in Pannonia (ove convertì la madre) poi a Milano. Qui si scontrò con gli Ariani e dovette andarsene. Si ritirò prima in Liguria poi di nuovo nella Gallia ove fondò i monasteri di Ligugé e Marmontier. Anche se riluttante il popolo lo volle vescovo di Tours nel 372, diocesi che resse fino alla morte, avvenuta a Candes l'undici novembre 397. La leggenda narra che durante uno dei suoi viaggi, prima di diventare vescovo, incontrò un poveraccio quasi nudo e infreddolito, cui offrì parte del proprio ampio mantello. In premio ne ricevette alcuni giorni di tempo bello, il periodo ancora detto Estate di San Martino: L'istâ d' Sân Martîn – al dûra tri dì e un puchîn.

Un tempo San Martino era festeggiato negli oratori di Croce e di Bellessere.

Non è questo il Martino che per un punto perse la cappa. In questo caso si tratta del Priore del monastero di Asello, in Toscana. Le cariche di Priore e Abate erano diverse e non cumulabili nella stessa persona. Il priore curava il convento e la sua manutenzione, mentre l'Abate doveva tracciare la linea di insegnamento (teologico, ascetico e morale) per i monaci del convento e anche di altre comunità collegate. Sperando di diventare abate del monastero Martino fece scrivere sul portone la frase: Porta patens esto. Non claudàris honesto, = porta rimani sempre aperta. Non chiuderti mai per l'onesto. Ma il monaco incaricato di realizzare la scritta spostò per sbaglio il punto dopo il non, creando un concetto opposto: Porta, non restare aperta. Resta chiusa per l'onesto. Ciò costò a Martino la carica di priore e la preclusione a diventare abate, come afferma un altro verso latino: Uno pro puncto caruit Martinus Asello = per un solo punto Martino fu privato di Asello. Nella versione francese Asello, il monastero, viene trascritto con la A minuscola, per cui diventa asinello, cioè il mezzo di trasporto dell'autorità, priore o abate.


Tornando alla festa di San Martino ricerche recenti ci aiutano a capire meglio perché sia stata scelta questa data per i traslochi e i rendiconti amministrativi. Bisogna andare indietro diversi millenni, a quando la gente considerava Madre Natura una cosa sacra, una divinità, e ne scandiva i ritmi con feste e riti. Il calendario non era ancora come il nostro, ma si basava sulle fasi lunari. Osservando a fondo la natura questo periodo veniva considerato la conclusione del ciclo annuale e l'inizio di quello successivo. Comprendiamo meglio allora perché qui si esauriscono anche i contratti legati al lavoro della terra: termina un anno e ne comincia un altro. Quel concetto, di origine pagana, quindi panteista, è sopravvissuto a lungo anche dopo la diffusione del cristianesimo, convivendo con la religione cristiana. Le autorità decisero quindi di darle un aspetto cristiano per combattere le superstizioni. La coincidenza con la festa di uno dei maggiori e più antichi santi ha favorito la trasformazione della cerimonia da pagana a cristiana.

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