Gatta era proprio il paese dei birocciai – testo integrale

Foto di Roberta Zappaterra

Dal bollettino della parrocchia di Felina a cura di don Pietro Romagnani

Se ogni paese che un po’ si rispettasse ne aveva uno o due, Gatta, invece, era il paese dei birocciai per eccellenza. Difficile dire da quando. Una cosa certa scartabellando gli archivi è che “la Gatta”, in esatta corrispondenza al significato del suo nome, giunge alla storia contemporanea come paese di trasportatori, cioè di mulattieri. Nel passato le carovane di muli erano un po’ come i tir di oggi, capaci di portare tutto in qualunque luogo dello stato, e oltre. Naturalmente, mettendosi in collaborazione con i mulattieri d’altri paesi per non allontanarsi troppo da casa propria.

Caratteristico, già alcuni secoli fa, era il trasporto della legna e del carbone vegetale verso Modena e Reggio, città dalle quali ritornavano con altre merci da rimpinguare i mercati di Carpineti, Felina, Villa Minozzo e Castelnovo. Ma da quando Francesco IV rese tutta carrabile la via che da Reggio andava al porto della Spezia, allora anche i mulattieri di Gatta si aggiornarono e al mulo sostituirono il biroccio trainato dagli stessi muli o, più tardi, dai cavalli. Con la stessa spesa e con lo stesso tempo si poteva trasportare il doppio o il triplo della merce e lo stesso birocciaio poteva sedere a cassetta e fare viaggi molto più riposanti.

Siamo così fra il 1820 e il 1840. La costruzione stessa della strada assorbe in quantità rilevante il lavoro dei birocciai per il trasporto di ghiaia; sassi, laterizi, calce e legnami per la costruzione dei ponti. Si lavora giorno e notte, nonostante il timore dei briganti (la cronaca registra diverse rapine finite nel sangue dei birocciai); si sfrutta il lume di luna per risparmiare sull’olio o sul petrolio delle lampade; si pranza e si cena in osterie che diventano familiari a tutti i viaggiatori proprio perché frequentate dai birocciai.

Ci sono anche incidenti stradali. Ad esempio, nel tardo inverno del 1920 il birocciaio Ludovico Ceccarelli era solito trasportare a Reggio del carbone, in tanta parte da lui stesso prodotto, e ritornarne con merci commissionategli da mercanti o privati della montagna. Per lavorare con più sicurezza, era solito viaggiare con un compagno, così un po’ uno si riposava e l’altro teneva le redini. Era così anche la notte del 31 gennaio. Ceccarelli se ne tornava da Reggio, lungo la via di Scandiano.

Era così anche la notte del 31 gennaio. Ceccarelli se ne tornava da Reggio, lungo la via di Scandiano. Trasportava vino per la famiglia Coloretti di Villa Minozzo. La notte era freddissima, umida e buia. Per dare più sicurezza al passo dei suoi muli perché non uscissero di carreggiata (asfalto, guard-rail e strisce bianche non erano nemmeno nella fantascienza), camminava al passo con loro, tenendo le redini con la mano che usciva appena dal grosso tabarro. Il suo compagno di viaggio, Ferdinando Cilloni, se ne stava a cassetta (ovvero: su una panchetta di legno messa di traverso sulla parte frontale del biroccio).

Viaggio lungo e monotono, dice il cronista, quando, all'improvviso, dietro una curva ecco spuntare il lume d'un altro biroccio che scendeva dalla montagna. Ceccarelli afferra le briglie per portare i suoi muli sul lato della strada, ma scivola sulla fanghiglia che ricopre la ghiaia, cade a terra e immediatamente la ruota del biroccio gli passa sulla gamba destra. Un dolore atroce. Pronti i soccorsi del compagno, che lo carica sul biroccio in viaggio per Reggio perché lo deponga la mattina seguente all'ospedale, dove gli viene diagnosticata una "frattura comminutiva e complicata della gamba destra, guaribile in 60 giorni".

La cronaca finisce qui, con la speranza che quel s.c., ovvero "salvo complicazioni", non si sia avverato e Ceccarelli sia ritornato, due o tre mesi dopo, a riprendere il suo lavoro. Immaginiamo, però, che può aver significato per la sua famiglia tirare a campare quegli alcuni mesi senza il suo guadagno.

Ora immaginiamo questi birocciai al lavoro durante la seconda guerra mondiale, particolarmente dal settembre 1943 all'aprile 1944. Reggio ha un bisogno enorme di legna e carbone e sono ancora loro, i birocciai di Gatta, insieme a tanti altri colleghi della montagna, che ne riforniscono Reggio. Al ritorno caricano merci varie, severamente controllati dai militari tedeschi, dalla Guardia Nazionale della Repubblica di Salò e, infine, anche dai Partigiani.

Generalmente non sono assicurati e, in caso di furto, tocca a loro rifare il danno. Il 24 giugno 1944 c'erano birocciai
tra i clienti della Bettola di Vezzano che vennero trucidati dai tedeschi. Ebbene, ciò nonostante, nemmeno due mesi dopo, quando nell'estate 1944 tutto il territorio comunale di Villa Minozzo viene messo a ferro e fuoco dal rastrellamento tedesco, sono proprio i birocciai di Gatta che, ancora una volta a loro rischio e pericolo, si offrono di dare una mano a suor Jole Zini, la trentunenne maestra della scuola di Villa che, sfidando tutti i pericoli, si reca a Reggio a chiedere alle autorità fasciste di inviare generi di prima necessità (zucchero, sale, grassi) alla popolazione rimasta senza casa e senza cibo.

Giustamente in questi giorni viene ricordata suor Jole. Purtroppo manca la documentazione per ricordare, con la dovuta adeguatezza, anche l';opera di birocciai di Gatta. Verrà fuori qualcosa dai vecchi carteggi delle famiglie, dalla memoria degli anziani? È un onore che i birocciai meritano.

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3 Commenti

  1. Si potrebbe avere tutto il racconto? Grazie

    Ricò Gino

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  2. E poi? dicevano una volta!

    EldaZannini

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  3. Per puro caso ho trovato la continuazione di questo bel racconto, non pensavo fosse una cosa parrocchiale, vi dirò che finita la guerra un birocciaio di Gatta veniva a caricare pietre da una cava sotto la Pietra, servivano per la ricostruzione post bellica.
    Elda Zannini

    Rispondi

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