La psicoterapia ai Martedì ricordando Gabriele Vezzani e una stagione di “psichiatria combattiva” sui nostri monti

Il 6 luglio alle 21 i Martedì alla Cantoniera dedicano l’incontro con il giornalista Andrea Mastrangelo e lo psicoterapeuta Paolo Migone al dott. Gabriele Vezzani. Quando quest’inverno è stato portato via dal Covid la Gazzetta di Reggio lo aveva indicato come “uno degli ultimi intellettuali”.

Medico di base a Reggio per quindici anni, quindi psicoterapeuta di matrice freudiana – un passaggio sofferto per i molti legami autentici con i pazienti – il dott. Gabriele Vezzani guardava  con lo stesso interesse l’attività clinica, il suo “lavoro per far star meglio la gente”, e l’attività di studio e ricerca: faceva parte dell’Associazione di studi psicanalitici a Milano e del gruppo che si raccoglieva attorno alla rivista di Psicoterapia e Scienze Umane a Bologna, nonché del comitato di redazione di Hope, la rivista culturale reggiana che qualche anno fa faceva capo all’Hospice.

Un’intervista agli “ex villeggianti illustri di Casina” realizzata per Tuttomontagna (agosto 2005) ci permette di ritrovarlo “in presa diretta” e di comprendere il suo ruolo nel rinnovamento della medicina e il suo legame con la nostra montagna. Cominciamo dalla leggerezza della villeggiatura giovanile per approdare all’impegno professionale e politico che lo aveva portato anche sui nostri monti e che negli anni Settanta lo vedrà Assessore Provinciale alla Sanità e all’Ambiente (ma non ne fece cenno nell’intervista, come era nel suo carattere).

Per il dott. Gabriele Vezzani la villeggiatura a Casina non è la prima scelta ma la più duratura:

“I miei rapporti con la montagna reggiana risalgono ai primi anni delle elementari e durano fino agli inizi del liceo. Un mio zio soffriva di calcoli renali e dopo molti anni a Fiuggi scoprimmo le fonti di Cervarezza. Era forse il 1951/52. Si affittava per uno o due mesi una casa in centro a Cervarezza con zii e cugini ed era anche un’occasione di incontro. Ogni giorno salivamo a piedi a bere l’acqua alle fonti da una scorza d’albero in mezzo ai sassi con il bicchiere che portavamo da casa. Ricordo che la bevevo malvolentieri perché sapeva di uovo marcio. A Cervarezza c’erano ancora le mucche per la strada, si giocava con i miei zii, c’era un clima molto festoso; l’acqua tuttavia non era adatta a mio zio e preferimmo Casina che mio papà poteva raggiungere quotidianamente. Eravamo al Diana, gestito dalla famiglia Franzoni. Un’estate Giacinto mi insegnò a giocare a scacchi. Da metà elementari a metà liceo i ricordi belli sono ambientati a Casina e in particolare al Centrale dove seguimmo la famiglia Franzoni che lo aveva acquistato”.

Com’era la villeggiatura nei mitici anni Sessanta?

“Erano anni molto belli, si chiacchierava, si seguiva il torneo della montagna, si andava a gamberi nei torrentelli vicini, il mattino si leggevano i giornalini e poi i giornali in pineta, si passeggiava verso Migliara. Quando ero piccolo, il giro preferito era al castello di Sarzano con gli altri bimbi a giocare in mezzo ai ruderi: giocavamo alla guerra, diventavamo cavalieri e la fantasia si sbizzarriva. C’erano poi i lunghi pomeriggi sul letto a leggere. Il periodo delle medie segnò la scoperta della letteratura attraverso gli Oscar Mondadori e i classici della BUR comprati nella tabaccheria-cartoleria “sopra i gradini” (da Camparini, in Largo Tricolore, oggi c’è la Banca di Credito Cooperativo, ndr).

Uno dei divertimenti era stazionare sul cocuzzolo del Montarotto che si affaccia sui tornanti per contare le poche macchine che salivano o riconoscerne il modello. C’era poi il cinema Aurora, ed era molto bello uscire dopo cena a gustare un western. Si andava in giro per i boschi, c’era il tempo di parlare, di scherzare. C’era da sbirciare il gruppo dei casinesi più grandi davanti al Diana o al Centrale: Umberto, i fratelli Vezzosi, Paolo Vecchi, Ermanno Spaggiari che ho ritrovato poi come informatore scientifico: le sue visite erano sempre un’occasione per “ritornare” a Casina.  Il ricordo di quelle vacanze è legato a un piacevole ozio, a sensazioni di un tempo lungo che non ho più ritrovato e che rimpiango perché la noia è un bellissimo sentimento che ti fa pensare, ti fa esplorare aree riservate”.

Il racconto delle vacanze del dott. Gabriele Vezzani si concludeva con il richiamo a una stagione di impegno su cui occorrerebbe forse riaccendere i riflettori: “La presenza a Casina si diradò negli anni del liceo e si interruppe bruscamente per la morte di mio padre. Chiusi drasticamente con la montagna come si fa con le cose molto amate quando ti lasciano una ferita. Il rapporto riprese in una veste diversa all’ultimo anno di medicina perché mi misi a fare del servizio volontario nei centri di igiene mentale di Giovanni Jervis: accompagnavo un simpatico psichiatra fiorentino, Antonucci, facevo un po’ da infermiere, un po’ da autista. Ricordo chilometri e chilometri di montagne brulle e impervie per raggiungere i malati più isolati. Erano gli anni in cui la psichiatria era molto combattiva, c’era un grosso impegno sociale, si organizzava l’uscita dei malati dal manicomio.”

Si comincia dal De Santis, l’istituto per i bambini che si vuole invece riportare nelle classi “normali”: “Ricevemmo un grosso aiuto da uno psichiatra di Casina, della vecchia guardia ma molto sensibile, il dott. Domenico Munarini”. Fu quindi la volta del S. Lazzaro: “I sindaci della montagna furono splendidi, ricordo Notari, Bombardi, molti altri: si organizzavano delle assemblee popolari nei paesi, nelle sale comunali, nelle parrocchie, nei cinema, e visite collettive dei cittadini della montagna ai parenti e ai compaesani ricoverati al S. Lazzaro. Ci fu un grosso movimento che consentì di riportare i malati nelle comunità di origine dove venivano seguiti all’epoca da uno splendido e generosissimo dott. Antonucci e da altri giovani psichiatri appassionati. Furono riportate fuori centinaia di persone. La montagna diede l’esempio: ci furono discese epiche e una grossa presa di coscienza a livello popolare del problema della psichiatria che usciva da un’impostazione molto elitaria di piccoli nuclei di psichiatri intellettuali e diventava un’acquisizione della gente, una presa di coscienza collettiva che ci aprì il cuore. Oggi purtroppo si è tornati indietro e il discorso è molto più difficile.”

A Casina il dott. Vezzani era tornato nel 2008 per tenere un seminario alla scuola di scrittura di Sarzano: “L’ombra della psiche” e poi proprio a un Martedì alla Cantoniera il 13 luglio del 2010 per un intervento del figlio Giovanni su "Islam ed etica del dialogo”.

Martedì 6 luglio 2021 lo ritroveremo nelle parole del giornalista capo redattore della Gazzetta di Reggio Andrea Mastrangelo e nella presentazione della materia che gli era cara, la Psicoterapia, nella nell’intervento del dott. Paolo MIgone, professore a contratto in diverse università tra cui quelle di Parma e Bologna, e in diverse scuole di psicoterapia, dopo un lungo periodo di studi e insegnamento negli Stati Uniti, è di autore di oltre 300 pubblicazioni tra cui il volume “La psicoterapia è efficace?”

Anche sui nostri monti i pazienti del dott. Vezzani rispondono certamente di sì.

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Un Commento

  1. Sulle “Calate al san Lazzaro” esistono diversi documenti, tutti accessibili. E azzarderei, testimoni. Anzitutto stralci dei libri scritti da Antonucci. Sul quale esiste anche un docu-film Rai – molto bello – su Youtube.
    Poi materiale d’epoca che mi capitò di vedere su Rai Storia.
    Di questo esperimento sociale, lo stesso Antonucci – che era medico, ma non psichiatra – ne parlò col famoso dottor Thomas Szasz, della stessa corrente, ma di origine ungherese. Il quale liquidò sbrigativamente questa esperienza come “ingenua” per ragioni legate allo stigma che persiste sui malati mentali e che impedirebbe un reale interessamento da parte della società civile.
    Peccato che – come rileva l’articolo – da noi non se ne parli. Che avesse ragione Szasz? Sicuramente se qualche studente in psicologia o medicina, volesse fare ricerche, credo che sarebbe un argomento molto interessante. E dignitoso.

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