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L’attualità della poesia di Quasimodo: “Uomo del mio tempo”

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Riceviamo e pubblichiamo da Giuseppe Adriano Rossi

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Quanto è ancora attuale, purtroppo, la poesia di Quasimodo “Uomo del mio tempo”!
Questa lirica appartenente alla raccolta “Giorno dopo giorno” fu edita nel 1946, ma dopo 76 anni ha ancora tanto da dire all’uomo del XXI secolo.
Quasimodo punta il dito contro l’uomo che tortura, che uccide con la sua “scienza esatta persuasa allo sterminio”; come non pensare ad un parallelo con Putin che sta brutalmente massacrando l’Ucraina e nel contempo minacciando l’Europa.
Certamente il presidente russo ha appreso bene la terribile lezione impartita da tanti suoi nefasti predecessori, da Erode a Hitler, solo per fare qualche tragico nome.
E Quasimodo stigmatizza l’uomo “senza amore, senza Cristo”.
Sarà quella di Putin “vera gloria”, come si chiedeva Alessandro Manzoni riflettendo sulla parabola dell’imperatore Napoleone costellata di guerre e invasioni?
Quanti innocenti, in particolare bambini, soffrono e muoiono per il brutale e sanguinario sogno di conquista di un novello “zar”!
In questi giorni bui la poesia, anche profetica, di Quasimodo – premio Nobel per la letteratura – ci può essere di monito e di stimolo a deporre “pietra e fionda”, cioè oggi: carri armati, missili, bombe, fino alla minaccia nucleare.

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Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

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2 Commenti

  1. MI viene in mente anche Trilussa:

    “Ninna nanna, nanna ninna,
    er pupetto vò la zinna,
    dormi dormi, cocco bello,
    se no chiamo Farfarello,
    Farfarello e Gujermone
    che se mette a pecorone
    Gujermone e Cecco Peppe
    che s’aregge co’ le zeppe:

    co’ le zeppe de un impero
    mezzo giallo e mezzo nero;
    ninna nanna, pija sonno,
    che se dormi nun vedrai
    tante infamie e tanti guai
    che succedeno ner monno,
    fra le spade e li fucili
    de li popoli civili.

    Ninna nanna, tu nun senti
    li sospiri e li lamenti
    de la gente che se scanna
    per un matto che comanna,
    che se scanna e che s’ammazza
    a vantaggio de la razza,
    o a vantaggio de una fede,
    per un Dio che nun se vede,

    ma che serve da riparo
    ar sovrano macellaro;
    che quer covo d’assassini
    che c’insanguina la tera
    sa benone che la guera
    è un gran giro de quatrini
    che prepara le risorse
    pe li ladri de le borse.

    Fa la ninna, cocco bello,
    finché dura ‘sto macello,
    fa la ninna, che domani
    rivedremo li sovrani
    che se scambieno la stima,
    boni amichi come prima;

    so’ cuggini, e fra parenti
    nun se fanno complimenti!
    Torneranno più cordiali
    li rapporti personali
    e, riuniti infra de loro,
    senza l’ombra de un rimorso,

    ce faranno un ber discorso
    su la pace e sur lavoro
    pe’ quer popolo cojone
    risparmiato dar cannone.”

    Andrea

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