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Casina, commemorazione vittime di Cernaieto

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Sabato 7 maggio, alle ore 11.30, si terrà la 28° cerimonia di benedizione della croce del sacerdote don Giancarlo Denti, nel  bosco di Cernaieto Trinità, nel comune di Casina, promossa dall'associazione culturale “Pietro e Marianna Azzolini”, dal Centro studi Italia, dall'associazione nazionale Volontari di guerra,  dall'organizzatore cavalier Ivaldo Casali, alla presenza dei familiari delle vittime.

Il 23 aprile 1945 ventun militi della Gnr del presidio di Montecchio Emilia, dopo due giorni di battaglia, si fidarono delle parole del parroco di Montecchio,  don Ennio Caraffi, anche lui ingannato, che  portava loro il messaggio dei partigiani comunisti: “la resa a patto di aver salva la vita e la condizione di non subire maltrattamenti e percosse”.

Verso le nove del mattino i militi uscirono quindi da Cà Bedogni a Montecchio Emilia, crivellata di colpi. All’interno dell’abitazione giacevano due ragazzi feriti (gli unici che si sarebbero salvati), due legionari morti e, nello scantinato, il cadavere del partigiano Lodovico Landini.

Il vicecomandante dei partigiani, nonostante la parola data nella trattativa di resa, ordinò che tutti i militi venissero fucilati seduta stante. L’ordine però non venne eseguito per l’intervento di un superiore ed i partigiani legarono i prigionieri tra di loro con del filo di ferro e li avviarono a piedi verso la prigione partigiana di Vedriano di Trinità a Canossa, dalla quale non fecero più ritorno.

In seguito vi fu un processo farsa della polizia partigiana e i 21 soldati vennero riconosciuti prigionieri di guerra e in spregio alla Convenzione di Ginevra, vennero poi massacrati (unitamente a tre donne), anche se nel contempo la guerra era terminata.

Da questi fatti sono passati oltre settant’anni. Nelle due fosse comuni nel bosco di Cernaieto sono stati rinvenuti resti di minorenni, di un padre massacrato assieme al figlio, di tre donne: Viappiani Paolina di 22 anni, Spaggiari Maria di 29 anni e un’altra non identificata.

La storia di Paolina, ragazza madre, è particolarmente toccante in quanto fu sequestrata dai partigiani comunisti e ammazzata dopo un mese terribile trascorso nell’edificio della scuola elementare, trasformato in luogo di detenzione e violenza. Eppure il padre del suo figlioletto di due anni era un noto partigiano garibaldino.

Altre salme non sono state identificate in quanto impossibile il loro riconoscimento. Questa commemorazione è anche un’occasione per fare doverosa  memoria del sacrificio di persone innocenti e per ribadire la condanna di ogni forma di violenza.

3 COMMENTS

  1. Spett.le Redazione, noto con enorme dispiacere che si continua a pubblicare articoli che stravolgono la storia vera della nostra Resistenza. La ricostruzione dei fatti è totalmente sbagliata e cambia il senso di quanto è accaduto 70 anni fa. I militi del presidio di Montecchio al comando del tenente G. Giovanardi, si scontrarono con i partigiani della 76ma e 144ma Brigata Garibaldi, che li accerchiarono dentro a casa Bedogni a Bibbiano. Alla intimazione della resa, per tuta risposta, i fascisti aprirono il fuoco fino a notte fonda. Nel frattempo riuscirono a catturare il partigiano Lodovico Landini, che venne ferito e strangolato con un filo di ferro. La mattina dopo i partigiani chiamarono il parroco per tentare una mediazione, e, ignari dell’uccisione partigiano Landini, gli promisero la resa in cambio della libertà del compagno. Quando scoprirono il corpo strangolato e martoriato, applicarono semplicemente la legge di guerra che diceva:- A quanti si arrendono dovrà essere garantita salva la vita se non si sono macchiati di reati gravissimi ai danni del Movimento di Liberazione Nazionale o di civili ….e si dovrà procedere con interrogatori personali….”- Interrogatori che avvennero in un regolare processo nel quale “tutti” firmarono e sottoscrissero le loro colpe di torturatori, manganellatori, distributori di olio di ricino dentro e fuori alla Caserma dei Servi a Reggio ai danni di uomini , donne e bambini. Mio padre stesso e il suo amico furono torturati a sangue nella Caserma Servi. I partigiani quindi applicarono la legge di guerra e la loro condanna a morte. Non ci furono nè sotterfugi nè condizioni non rispettate. Mi vien da dire “da che pulpito” si continua a voler infangare chi ha cercato di lottare contro i veri massacratori e torturatori della popolazione per vent’anni. Consiglio l’autore di questo articolo e chi lo ha suggerito, di aspettare ancora qualche anno a raccontare simili distorsioni dei fatti: c’è ancora chi ricorda la storia e come sono andate veramente le cose. Poi potrete anche raccontare che l’orco cattivo era in realtà un santo e che è stata tutta una favola a lieto fine, visto che nessun fascista ha mai pagato per i loro crimini…purtroppo veri.

    antonella telani

    • Firma - antonella telani
  2. Signor Casanova, con molto piacere le cito le mie fonti:
    -Gurerrino Franzini- Storia della Resistenza reggiana
    – Scarica il fascicolo 104 in pdf – Istoreco, da pag 123 a pag 136, con allegati i testi delle confessioni delle violenze commesse sottoscritte e firmate da ogni singola persona con nomi e cognomi.
    Istoreco.re.it- Cernaieto fascicolo.
    Buona lettura.
    Antonella Telani

    antonella telani

    • Firma - antonella telani