Don Paul: “Riflettiamo sulla relazione tra l’uomo e la ricchezza”

don Paul Poku

Le letture di questa domenica ritornano sulla spinosa questione della relazione tra l’uomo e la ricchezza, in particolare con un brano del vangelo (la parabola dell’amministratore disonesto) di non immediata comprensione. Per intendere al meglio il messaggio evangelico è utile prima focalizzarci sulle due letture precedenti.
La prima lettura è una condanna compiuta dal profeta Amos verso tutti quei signori che si arricchivano a spese dei poveri, approfittando anche di stratagemmi fraudolenti per estorcere loro quanto più denaro possibile. Dal loro comportamento si generava una società classista, divisa in base alla ricchezza, che non poteva certo trovare il favore divino; Dio è sempre dalla parte degli ultimi, che non sono da sfruttare ma da aiutare.
Se Amos condannava i potenti, nella seconda lettura Paolo chiede a Timoteo di pregare per i governanti delle nazioni. È loro infatti il compito di rendere «calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio» la vita dei loro concittadini. Ma per fare questo essi devono condividere lo stile di Dio, che è quello di curarsi di tutti indistintamente. Se infatti Cristo «ha dato se stesso in riscatto per tutti», così i capi dei popoli della Terra devono prodigarsi affinché tutti possano godere di quel benessere che equamente spetta a ciascuno.
Veniamo quindi al tema centrale della liturgia, ovvero quello della ricchezza. Esso viene spesso interpretato in una doppia ottica, positiva e negativa: se da un lato la ricchezza è vista come segno della benedizione divina (specialmente nell’antico testamento), dall’altra Gesù dice più volte che sarà difficile per un ricco salvarsi. Da cosa dipende questa divergenza di prospettiva? Qual è l’elemento discriminante? È la capacità di saper condividere col prossimo le ricchezze che si possiedono.
Questo è proprio ciò che capisce il protagonista della parabola del Vangelo, l’amministratore disonesto che viene chiamato a rendere conto del suo operato dal suo padrone. Questo amministratore aveva lucrato sulle percentuali delle tasse da tenere per sé, estorcendo ai debitori più di quanto dovesse; quando però capisce che la sua carriera è giunta al termine, è costretto a compiere una scelta: lucrare al massimo o guadagnarsi l’amicizia di qualcuno. Alla fine decide di rinunciare alle proprie percentuali imposte ai debitori del suo padrone, sacrificando il suo tornaconto per poter godere della loro amicizia.
Gesù loda il gesto di questo amministratore perché è quello che dovremmo fare anche noi. Tutto noi abbiamo ricevuto da Dio (il padrone del racconto) molti beni (le ricchezze) sapendo che prima o poi dovremo rendergliene conto. Tuttavia molti di noi sono, ognuno a suo modo, “disonesti”, possedendo non solo le nostre ricchezze, ma anche le ricchezze di altre persone (se una sola persona è molto ricca, ciò significa che possiede anche la ricchezza di qualcun altro); perciò per sfruttare questi beni a nostro vantaggio dobbiamo condividere ciò che abbiamo con i nostri debitori. Questo comporta il resistere alla schiavitù della ricchezza, che ci porta ad accumulare così tanto da non poter fare più a meno di tutto quello che possediamo. Gesù è molto chiaro nell’affermare che non si può servire insieme Dio e la ricchezza, perché su uno solo di essi possiamo e dobbiamo stabilire il bene definitivo per la nostra vita: non ci sono vie di mezzo né compromessi.
Noi siamo sempre spinti alla ricerca di una ricchezza maggiore di quella che abbiamo attualmente, forse a causa di una scarsa fiducia nella Provvidenza divina. Ma se davvero vogliamo che le nostre ricchezze non ci siano di ostacolo nel nostro cammino di fede, allora dobbiamo rinunciare ai nostri piccoli o grandi interessi vivendo solo del necessario, condividendo quanto abbiamo in più con chi invece non ha nulla. Del resto, se oggi non saremo in grado di condividere i nostri beni superflui, come potremo domani ricevere da Dio la salvezza eterna, che è il nostro bene sommo?
Buona domenica

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