Calamità, Giovanelli: “Una nuova ricetta per il cambiamento climatico”

Riceviamo e pubblichiamo

__________________

Giampiero Lupatelli ha scritto un lungo e sentito articolo - quasi un saggio - che tutti dovremmo leggere. Ci aiuta a superare banalità, slogan ormai frusti, visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi.

Ha il pregio di porre interrogativi veri con il rigore e il beneficio del dubbio che serve di fronte alle grandi sfide.

Il nostro rapporto con la natura e con il clima non è buono né sostenibile e deve essere ripensato e riscritto. La tragedia delle Marche conferma che il cambiamento climatico è adesso. Agire per mitigarne gli effetti e prevenire gravi peggioramenti, è azione assolutamente necessaria e urgente. È azione più concreta di tante parole di richiamo alla concretezza che in fondo propongono di fare quello che si è sempre detto e fatto in passato; cosa che oggi non ci garantisce più.

Il cambiamento climatico è arrivato anche qui. Lo dimostrano la concentrazione delle precipitazioni, la inedita velocità dei venti, il comportamento diverso di alberi, sorgenti, fiumi e laghi a rischio sopravvivenza e a volte in secca d’estate… Questa è realtà di oggi - e non solo scenario. Non riguarda ambientalisti e geologi. Riguarda tutti.  Occorrono nuove risorse per il territorio, materiali, certo, ma anche soprattutto culturali e professionali per aggiornare la governance e ancor prima anche tanti parametri sia tecnico scientifici e di senso comune: nella gestione dei boschi, dei terreni, delle acque, delle infrastrutture e degli insediamenti, degli standard di sicurezza. È questione di manutenzione, opere e protezione civile, ma non solo. Le azioni di mitigazione e adattamento, ma anche quelle di prevenzione rispetto al possibile ulteriore aggravarsi del riscaldamento dell’atmosfera sono altrettanto necessarie, sono concretezza e non fumosità. Veramente astratto e davvero irrealistico è pensare di andare avanti come prima. Aumentare semplicemente le risorse su programmi di spesa pubblica già esistenti (restano importanti, quelle per le manutenzioni) è un po’ come usare vecchie ricette per nuove malattie. C’è anche bisogno di studiare localmente su clima, idraulica e territorio d’Appennino. Come Parco nazionale stiamo operando:  abbiamo in corso progetti di ricerca e sviluppo sul cambiamento climatico che svolgono   esperienze sul campo e stanno acquisendo know how su boschi acque terreni e conduzione agricola e impollinazione. Ovviamente anche tutto questo non basta. Tutto il sistema di governance territoriale deve interrogarsi e dialogare più in profondità su quanto sta accadendo. Sei conseguenza deve accrescere capacità di concertazione e operatività.

L’azione di ricerca e sviluppo è importante solo se si connette con la gestione, servono tavoli dedicati, tempo e impegno guardando oltre la dimensione momentanea.

Il Parco e la Riserva di Biosfera -non potranno arrivare a incidere se non in un contesto di più alta collaborazione. Regione, Province, Unioni, Comuni, Consorzi di Bonifica, ma anche associazioni d'impresa o ambientaliste e cittadini sono egualmente chiamate a fare una loro parte. Temi di lavoro sono: comunità energetiche, green communities che siano davvero tali, formazione tecnica nelle scuole e nelle imprese e nei comuni per avere risorse umane adeguate e motivate. L’idea di un Istituto tecnico superiore (Its) dedicato alle problematiche emergenti del territorio sarebbe un grande investimento sul futuro dell’Appennino; sui centri scolastici ma anche su sicurezza e qualità dell’ambiente. Siamo in un guado difficile: come per la pandemia e la pace, nessuno può pensare di farcela da solo.

Agenzia Redacon ©
E' vietata la riproduzione totale o parziale e la distribuzione con qualsiasi mezzo delle notizie di REDACON, salvo espliciti e specifici accordi in materia e con citazione della fonte. Violazioni saranno perseguite ai sensi della legge sul diritto d’autore.

5 Commenti

  1. Ottimo l’articolo di Lupatelli e sagge parole anche le sue, Senatore.
    Passiamo adesso dalle parole ai fatti.
    Lei è una persona molto influente (all’inglese un opinion leader) quindi le chiedo di esporsi. La Diga di Vetto progetto ing. Marcello da 100 milioni di metri cubi, la vorrebbe realizzare si o no?

    Ing. Paolo Gambarelli

    Rispondi
  2. Solite parole, ma fatti concreti ? Con l’attuale crisi energetica e i costi dell’energia alle stelle tornera’ di moda il carbone e i rigassificatori. Fermare le auto a combustione o i riscaldamenti a gas se ne parlera’ hanno detto tra anni.

    Franco

    Rispondi
  3. Se la recente tragedia di cui è rimasta vittima una nostra Regione conferma che il cambiamento climatico è realtà, ripropone altresì, da quanto ci è dato ascoltare, un’abitudine ormai insediatasi nella pubblica opinione, ossia quella di voler comunque individuare delle responsabilità allorché succedono eventi calamitosi, pur se pure nella nota di Lupatelli troviamo invece scritto che “siamo in balia degli eventi”, il che lascerebbe intendere, salvo averne mal interpretato il senso, che di fronte a certe calamità possiamo anche sentirci piuttosto indifesi, nonché disarmati (cioè senza strumenti atti ad impedirne il verificarsi, o minimizzarne quantomeno i danni).

    Se, nel corso dei decenni, è avvenuta una abbondante cementificazione del territorio, di cui troviamo un accenno anche nella predetta nota, e che ha reso impermeabili all’acqua piovana moltissime superfici del Belpaese, viene intuitivo supporre che in caso di forti rovesci e temporali – la cui potenza e carica devastante va semmai crescendo mano a mano in modo imprevedibile – si formino ruscellamenti che vanno ad ingrossare canali e fiumi, con conseguenze talora pesanti e drammatiche, cui aggiungere gli effetti del riscaldamento globale (e qui io, pur da inesperto della materia, non vedo francamente come potrebbe rimediarsi oggi a detta cementificazione).

    Ciò non toglie che vadano messe in atto tutte le possibili misure di prevenzione, ripensando il nostro rapporto con la natura e con il clima, e che vi sia “da studiare in modo nuovo su clima, idraulica e territorio”, perché verosimilmente non basta “aumentare semplicemente le risorse su capitoli di spesa pubblica già esistenti”, ma occorre purtuttavia essere nel contempo consapevoli della esistenza di situazioni e fenomeni su cui possiamo incidere poco o nulla, per non trovarci ad immaginare negligenze casomai inesistenti (o a rispolverare ad ogni calamità “tutt’un armamentario retorico”, come dice il Presidente del Parco)..

    P.B. 20.09.2022

    P.B.

    Rispondi
  4. È interessante vedere come cambiano le opinioni dopo anni, una volta la governance come la chiama lei tutelava le lontre ora pare aver capito che l ‘acqua va conservata, meglio tardi che mai.
    Saluti

    Lollo

    Rispondi
  5. Meglio tardi che mai, scrive Lollo, ma si tratterebbe in ogni caso di un ritardo di decenni, ossia piuttosto consistente, se ci volgiamo indietro fino ai lontani tempi delle lontre, quando già c’era chi, per contro, vedeva bene la realizzazione dell’invaso, forse prevedendo fin da allora che si sarebbe via via posto il problema dell’acqua, e chi soltanto oggi scopre l’esistenza del problema dovrebbe quantomeno far capire che, forse, all’epoca si era sbagliato – pur senza dover lodare la lungimiranza degli altri – invece di “battere il tasto” di cambiamenti climatici intervenuti in anni recenti.

    Un conto poi è il restare fermi nella tesi che alla carenza d’acqua nei mesi estivi si può rimediare, ad esempio, con ulteriori interventi sulla rete idrica che ne diminuiscano le dispersioni, e dunque senza far scorte di acqua – tesi del tutto legittima, come ogni opinione, pur potendola ovviamente non condividere – e altro è l’essersi convertiti alla necessità di raccogliere l’acqua, perché nel secondo caso gli anni trascorsi da quelli delle “lontre” sono tanti, e qualcosa doveva pur maturare, nel frattempo, visto che i segni o preavvisi di un probabile mutamento climatico sono abbastanza datati.

    Sapere cioè – ove si sia appunto arrivati ad optare per far riserva di acqua – quali dimensioni dovrebbe avere di massima un eventuale invaso, onde poter soddisfare il fabbisogno idrico, sul piano agricolo, civile, industriale, ecc …, o quale altro sistema potrebbe semmai adottarsi per trattenere e conservare acqua, mentre si ha l’impressione che tutto sia ancora abbastanza indefinito, ossia alla fase degli studi e delle ricerche, che è di fatto un “partire da zero” o quasi, e se l’impressione non è infondata verrebbe da dire che le opinioni non sono molto cambiate anche dopo anni.

    P.B. 22.09.2022

    P.B.

    Rispondi

Lascia un Commento

Se sei registrato puoi accedere con il tuo utente e la tua password. Se vuoi registrarti al sito clicca qui.

Altrimenti lascia un commento utilizzando il form sottostante.

Privacy Policy

Powered by WordPress | Officina48