Home Cronaca Siccità, Alessio Mammi: “Abbiamo bisogno di invasare l’acqua quando c’è”

Siccità, Alessio Mammi: “Abbiamo bisogno di invasare l’acqua quando c’è”

1296
7

Intervista all'assessore all'agricoltura dell' Emilia Romagna, Alessio Mammi, sulla crisi idrica e sull'invaso della Val d’Enza.

L’autorità di bacino ha indicato una strada in quattro punti per provare a colmare il deficit idrico della Val d’Enza, quale è? E di quali numeri stiamo parlando?

Si tratta di una strategia complessiva di azioni integrate, non alternative, da portare avanti insieme. Siamo di fronte a fenomeni climatici sempre più estremi: maggiore intensità, frequenza e durata delle onde di calore; temporali di forte e fortissima intensità si alternano a lunghi eventi siccitosi. In alcune zone della nostra Regione piove meno che in Israele. Gli effetti dei cambiamenti climatici ci impongono di trovare soluzioni strutturali. Lo studio dell’Autorità di Bacino mette in rilievo con evidenza scientifica quali sono le possibili soluzioni per colmare il fabbisogno idrico e irriguo del territorio. Ma soprattutto definisce il fabbisogno irriguo complessivo che avrà nei prossimi anni la Val d’Enza. Le azioni previste sono 4: efficienza delle reti; riutilizzo di laghi, cave, invasi esistenti; realizzazione di traverse e altre opere; costruzione di un invaso territoriale. Mentre portiamo avanti la progettazione dell’invaso ci sono alcuni interventi realizzabili in tempi brevi. Come il recupero degli ex Laghi Enel che possono contenere alcuni milioni di metri cubi di acqua. Inoltre, il Consorzio di Bonifica dell’Emilia Centrale ha individuato nell’ex cava Castellana a Gattatico un’area nella quale poter realizzare un piccolo invaso per l’irrigazione: si tratterebbe di un invaso da mezzo milione di metri cubi, con un costo stimato di 3,5 milioni di euro, per la Bassa val d’Enza. Il Consorzio ha inoltre in corso valutazioni sul possibile utilizzo della Cava Spalletti a Montecchio. E’ stato inoltre ultimato lo studio di fattibilità per la realizzazione di due traverse irrigue per servire i consorzi di Vernazza e Pozzoferrato Piazza a Montecchio Emilia ed è stata finanziata, nell’ambito del PNRR “Investimenti in infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell'approvvigionamento idrico Investimento 4.1, Missione 2, Componente C4”, la rifunzionalizzazione della traversa di Cerezzola per un importo superiore ai 12 milioni di euro. Infine, il Consorzio della Bonifica Parmense sta progettando un importante riqualificazione del Canale della Spelta (principale adduttore del distretto irriguo) e sta studiando il potenziamento del sistema di pozzi fra Montechiarugolo e la via Emilia, per scongiurare la carenza idrica del territorio Enza-Spelta e il Consorzio di Bonifica dell’Emilia Centrale sta subentrando a vario titolo nella gestione di circa una decina di pozzi irrigui sottoutilizzati. Come Regione inoltre finanzieremo invasi aziendali e consortili con 20 milioni di euro: possono contenere fino a 250mila metri cubi e dove sono stati realizzati, soprattutto in Romagna, hanno portato grandi benefici all’agricoltura. Alcuni invasi sono alimentati con impianti fotovoltaici collocati al centro della struttura, si tratta di opere efficienti e rapide da realizzare.

C’è il sì alla realizzazione di un invaso e avete chiesto al governo di finanziare uno studio di fattibilità, inserito nel Def. A questo seguirà il progetto preliminare e, in seguito, quello esecutivo? Se sì in quali tempi per lo studio di fattibilità e in quali tempi per il progetto esecutivo e il possibile avvio dei lavori?

Non da ultima tra queste azioni c’è anche la realizzazione di un invaso territoriale in val d’Enza. Negli scorsi mesi abbiamo chiesto al Governo, insieme alla collega Irene Priolo, di sostenere con 3,5 milioni di euro lo studio di fattibilità tecnico/economico per la realizzazione di un invaso in Val d’Enza. E’ molto importante che il Governo lo abbia inserito nel Documento Economico Finanziario come infrastruttura strategica perché significa che anche a livello nazionale hanno capito la necessità di questa infrastruttura per il territorio. Ora siamo al lavoro affinché l’iter per la realizzazione dello studio di fattibilità - che sarà gestito dalle strutture tecniche della Bonifica Parmense e della Bonifica dell’Emilia Centrale - sia rapido, dopo la firma del Decreto del Ministro Giovannini avvenuta nelle scorse settimane. A breve l’Autorità di Distretto deve indicare al Ministero i progetti da finanziare e ho già avuto modo di dire al Dott.Bratti, segretario dell’Autorità, che per la nostra Regione l’invaso della Val d’Enza è la priorità assoluta e l’unica opera che candidiamo al finanziamento.

Sarà l’invaso di Vetto o potrebbe essere, anche, ubicato in altri comuni?

Lo studio di fattibilità, che verrà finanziato con i 3,5 milioni di euro chiesti al Governo, sarà in grado di fornire in modo preciso questa risposta dal punto di vista tecnico e scientifico. Ovviamente se venne individuata quella zona tanti anni fa ci sono buone ragioni anche oggi. Noi abbiamo soprattutto bisogno di invasare l’acqua quando c’è, per usarla nei momenti di siccità e di depurare le acque reflue; ci sono esempi interessanti anche a Reggio Emilia a dimostrazione che le acque reflue adeguatamente pulite sono una grande risorsa. Occorrono anche invasi territoriali per aumentare sensibilmente la capacità di stoccaggio, utilizzando al meglio anche le importanti risorse del Pnrr che sono già disponibili. Sono in corso lavori per infrastrutture idriche per 250 milioni di euro, e arriveranno oltre 350 milioni dal Pnrr, su tutto il territorio dell’Emilia- Romagna, e aumenteremo la disponibilità idrica annua di 74 milioni di metri cubi. Nei prossimi mesi l’Emilia-Romagna si trova ad affrontare un vero e proprio piano Marshall sugli investimenti irrigui: si tratta di cifre inedita che miglioreranno in maniera radicale il sistema irriguo regionale; serve un’accelerazione dal punto di vista della semplificazione amministrativa per realizzare queste opere. Non c’è più tempo da perdere.

Nella bassa Val d’Enza è in atto una raccolta di firme per aggiornale il progetto Marcello e dare il via a un invaso da 100 milioni di metri cubi. Sono numeri reali? Politicamente come la vede questa scelta?

Deve essere realizzato un invaso adeguato alle necessità irrigue, plurime, del territorio. Corretto sotto il profilo tecnico, ambientale e normativo. Perché non possiamo permetterci di avviare un percorso che magari, trovando qualche opposizione, si blocca subito. Sarebbe l’ennesima occasione persa. Dobbiamo prevedere scelte attente e adeguate al periodo storico che stiamo attraversando, tenendo anche conto delle evoluzioni normative a livello nazionale e comunitario. Pensiamo solo a come è evoluta la normativa antisismica e quella ambientale in questi decenni.  Occorre comunque avviare un procedimento amministrativo nuovo, e chi riceverà l’incarico per la progettazione dovrà verificare tutti gli aspetti e le necessità. Ovviamente potrà valutare anche progetti precedenti e le varie analisi e studi fatti in questi anni. Ma serve un nuovo progetto, del resto quale Comune autorizzerebbe anche solo la semplice costruzione di un edificio con un progetto fatto 40 anni fa? Lo studio scientifico ci ha detto il fabbisogno idrico e ci ha indicato i possibili scenari per colmare le necessità. Lo studio di fattibilità sarà la giusta strada per indicare l’effettiva portata che dovrà avere l’invaso, le caratteristiche progettuali, la collocazione.  Si dovranno valutare e approfondire tutti gli aspetti, tecnici, ambientali e gli usi, e dovrà inserirsi in una progettualità più ampia che valorizzi la Val d’Enza perché un’infrastruttura irrigua così importante condiziona anche il territorio circostante. Pensiamo all’invaso di Ridracoli in Romagna. Servono professionalità e serietà: gli agricoltori hanno bisogno di uno obiettivo concreto che risolva i problemi irrigui per la coltivazione, l’allevamento e la produzione di Parmigiano Reggiano.

Cambiamento climatico: la Regione come lo monitora? E cosa vi evidenzia che è in atto? Davvero un calo del 40%?

La siccità è un fenomeno in crescita che colpisce tutta l’Europa mediterranea. La scorsa estate, la situazione nel nostro paese è stata critica, soprattutto nelle regioni del Nord che insistono sull’asta di bacino del Po, in grave sofferenza, ed è dovuta anche a un combinato disposto molto negativo che vede il calo del 40% delle precipitazioni negli ultimi 20 anni e l’aumento delle temperature. Come Emilia-Romagna abbiamo dichiarato lo stato di crisi regionale per gli effetti della siccità prolungata, con un decreto firmato dal Presidente Bonaccini, attraverso il quale è stata istituita la Cabina di Régia regionale per l’emergenza idrica con il compito di monitorare passo dopo passo l’evolvere della situazione. Questo sistema ci ha permesso di avere la situazione aggiornata in ogni momento: allo stesso tempo la nostra Regione ha anticipato alla scorsa primavera l’applicazione dei parametri del Deflusso Minimo Vitale, e in questo modo abbiamo guadagnato tempo nei confronti della siccità e della crisi idrica.

La crisi idrica ha messo in grave difficoltà le nostre produzioni agricole, soprattutto pomodori, mais, frutta, riso. L’acqua è vita; la mancanza di risorsa idrica mina nel profondo gli approvvigionamenti di cibo. Un problema che investe sicuramente il comparto produttivo agricolo sotto il profilo economico ma che mette soprattutto a serio rischio la sicurezza alimentare delle nostre tavole, dopo due anni di pandemia e una guerra in corso a poco più di mille chilometri di distanza.

Occorre una strategia complessiva per la salvaguardia della risorsa acqua e in Regione la portiamo avanti con queste priorità.

Innanzitutto contribuendo a contrastare il surriscaldamento globale e tra i primi atti che abbiamo prodotto la costruzione del “Patto per il lavoro ed il clima”, nel quale sono chiari gli obiettivi e le strategie per contribuire allo sviluppo sostenibile e alla tutela dell’ambiente, creando anche nuovi posti di lavoro.

Servono poi risorse per realizzare infrastrutture idriche e costruire invasi per conservare l’acqua quando è disponibile, per poterla poi utilizzare nei periodi siccitosi: questo tema è una priorità nazionale per il mondo agricolo e la popolazione civile. Oggi solo il 10% dell’acqua piovana viene raccolta, il resto evapora o finisce in mare. Dobbiamo aumentare la capacità di stoccaggio.

Sosteniamo e sviluppiamo poi sistemi sempre più efficienti di distribuzione e utilizzo dell’acqua in agricoltura. L’agricoltura di precisione è già realtà in Emilia Romagna, e vogliamo diventi modello. Mi preme comunque precisare che l’acqua in agricoltura non viene sprecata ma si trasforma in cibo, che come sappiamo per gran parte è acqua, o va nelle falde. Quindi occorre evitare quelle generalizzazioni che a volte sento affermare e che attribuiscono agli agricoltori responsabilità che non hanno.

Occorre poi lavorare per l’efficienza delle reti, non possiamo permetterci dispersioni o perdite. Infine servono depuratori delle acque reflue, milioni di metri cubi di cui potremmo beneficiare e che oggi invece finiscono in mare.

Oggi l’agricoltura necessita di nuove soluzioni sostenibili, concrete e applicabili in campo. E’ per questa ragione che la nostra Regione investe il 4% dell’intero valore delle risorse disponibili in ricerca, contro l’1,5% della media nazionale. Abbiamo la necessità di elevare il livello di intelligenza artificiale e digitalizzazione nelle nostre imprese agricole, per continuare a garantire la qualità delle produzioni Made in Emilia- Romagna e Made in Italy, rimanendo competitivi su risorse primarie ‘finite’.

L’irrigazione di precisione è una delle frontiere che università, centri di ricerca e imprese stanno intraprendendo: è una delle soluzioni per contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Dovremmo produrre utilizzando meglio le risorse naturali, una sfida difficile ma non impossibile. In generale, stiamo sostenendo e promuovendo progetti per incrementare il livello di conoscenza “a ettaro”, con applicazioni profilate e mirate: l’innovazione per essere tale e garantire risultati, deve riguardare l’intero sistema delle soluzioni in campo fitosanitario, irriguo, genomico, della chimica verde.

Articolo precedenteIl bollettino della comunità di Felina del mese di dicembre
Articolo successivoNebbia al lago Calamone (Foto di Pia Bertucci)

7 Commenti

  1. Le ultime parole della prima tra le risposte qui riportate, dove leggiamo che “si tratta di opere efficienti e rapide da realizzare”, sembrano riferite a tutti gli interventi elencati in precedenza, con la sola esclusione dell’invaso territoriale per il quale sarebbe in corso, o in previsione, lo studio di fattibilità.

    Se le cose stanno realmente così, e dal momento che il “deficit idrico” ha un qualche anno sulle spalle, così come i cambiamenti climatici, viene spontaneo chiedersi perché mai detti interventi non siano stati fin qui realizzati, o quantomeno avviati (mentre ciò non sembra invece essere avvenuto).

    Posso ovviamente sbagliarmi, ma mi viene da fare questa considerazione: se tali opere fossero state rese già attive, avrebbero potuto forse mitigare in questi anni la sofferenza idrica, dando altresì modo di valutare il loro effettivo potenziale (aspetto forse non secondario anche in ordine all’invaso)

    Mi pare infatti di capire che una volta definito il fabbisogno idrico complessivo, la portata dell’invaso, in una con la sua collocazione, sarà determinata tenendo anche conto dell’apporto fornito dalle restanti opere, per così dire “complementari”, e poteva forse tornare utile aver già sperimentato il loro apporto.

    Potrà infine tornar gradito ai sostenitori della Diga di Vetto il veder citata quella di Ridracoli e il leggere “che per la nostra Regione l’invaso della Val d’Enza è la priorità assoluta e l’unica opera che candidiamo al finanziamento”, una accelerazione forse inaspettata, anche se resta da stabilire il genere di invaso.

    P.B. 02.12.2022

  2. Un grazie a Redacon per questa intervista.
    Con questa milionesima puntata la telenovela della Diga di Vetto spero tocchi il fondo, chissà se nel 2050 qualche lettore vedrà la fine del nostro agroalimentare o la Diga di Vetto. Leggo che in alcune zone della nostra Regione piove meno che in Israele, proprio questo indusse i vari Ministeri nel 1980 a chiedere la progettazione della Diga di Vetto, definendola “Urgente ed Indifferibile”; fecero redigere il Progetto, finanziarono il primo stralcio lavori con 30 Miliardi di vecchie lire, i lavori furono appaltati e iniziati nell’ottobre del 1988, ma solo ora l’autorità di Bacino si rende conto che piove meno che in Israele e propone 4 punti per colmare il deficit idrico, 4 punti da farsi in tempi successivi.
    Ma al fine di evitare che i lettori si convincono che i coccodrilli volano, ci tenevo a dire queste sacrosante verità.
    Il Recupero dei laghi Enel possono avvenire solo con il rifacimento di due grandi dighe, quella del Ballano e del Verde, quella del Verde sarebbe di circa 100 metri di altezza, 17 metri più alta di quella di Vetto (per soli tre milioni di metri cubi); utilizzare le vecchie cave sarebbe un bel businnes per chi deve inertizzarle, invece di inertizzarle si riempiono di acqua, si sappia che queste acque per usarle vanno poi pompate verso l’alto come succede con quelle del Po; A Gattatico si propone un invaso da mezzo milione di mc (500.000 mc) per un importo di 3,5 milioni di Euro, Euro 7,00 a mc di acqua, è matematica; solo pensare di spendere 7 Euro per un metro cubo di acqua è pura follia; quella minerale forse costa meno, non mi esprimo su chi può fare una proposta di questo tipo, comprendo che si possono proporre queste cose quando a pagare è pantalone. Ma la cosa più inconcepibile e assurda è pensare ad un nuovo progetto di una diga sull’Enza, questo è vera follia. Un nuovo progetto di una diga deve superare quattro livelli: studio di fattibilità, progetto di massima, progetto definitivo e progetto esecutivo; questi progetti devono ottenere i pareri favorevoli da parte dei vari Ministeri e dell’Ufficio Dighe Nazionale, ma devono superare tutti i “paletti” che sarebbero messi dalle lontre, dalle sardine, dagli orsi o dalle foche o da chi le muove, cosa quasi impossibile con le leggi e la burocrazia di oggi. Tutto questo sarebbe evitabile adeguando il progetto Marcello alle nuove normative sulle dighe del 2014, un progetto che ha già ottenuto tutti i pareri favorevoli dai vari Ministeri e dall’Ufficio Dighe. I Comuni non autorizzerebbero un progetto di 40 anni fa ma un progetto adeguato alla nuove normative, ma si sappia che uno sbarramento in materiali sciolti , o inerti naturali, era così al tempo di Diocleziano quando costruiva Dighe in Mesopotamia o in Spagna, è cosi oggi e sarà cosi tra mille anni, cambiano alcuni apparati tecnici e di sicurezza. Voglio aggiungere un dato importante; nello Studio della Diga di Vetto (di cui ho copia), è riportato che il fabbisogno idrico in Val d’Enza, al 2015, rispetto alla messa in funzione delle Diga di Vetto (se fosse stata costruita) sarebbe di superiore al 35% e qualcuno ha il coraggio di proporre un invaso con capacità inferiore ai 50 Milioni di metri cubi, ma chi propone questo lo fa solo per avere altri 160 anni di tempo (da quando iniziò lo Studio Grisanti) per decidere se fare o non fare la Diga di Vetto.

  3. Ho letto con attenzione sia l’intervista, ma ancor maggior attenzione ho dedicato al commento non firmato, presumo da attribuire al Sig.re Lino.
    Le risposte dell’assessore seguono una linea di “politichese” atta a dire quanto il cittadino vuole sentir oggi, una linea che guarda avanti, ma non è in grado di capire gli errori macroscopici della politica di questa nostra regione, in merito alla diga di vetto.
    L’assessore menziona un progetto vecchio di 40 anni, ma un progetto che aveva trovato la luce, con inizio lavori nel greto dell’Enza.
    Vi era stato uno studio, un impatto ambientale ( circa 2 miliardi di vecchie lire ) ed il via ai lavori, poi la politica decise che la diga non serviva.
    Io in quegli anni avevo dedicato un pò del mio tempo , partecipando a riunioni, presentazione del progetto e motivi per cui la diga SERVIVA:
    Energia green , acqua irrigua, turismo.
    Tutto solo un sogno, ma poi dopo 36 anni dopo ci si sveglia come in un incubo, crisi climatica, siccità, inondazioni.
    Dati non molto distanti da cosa veniva detto alla fine degli anni 80, ma solo il progetto è vecchio, sorge spontaneo chiedere, se la diga fosse stata realizzata, ora dovremmo DEMOLIRLA perchè vecchia, ma non facciamo ridere.
    Nel 2022, si decide di spendere oltre 3.5 milioni per uno studio…. mi scusi assessore ma quello degli anni 80 era fatto da alcolizzati?
    Nel commento del mio predecessore, si auspica il 2050 come data della fine dell’agricoltura, io penso prima anche perché mi va di ricordare che il nostro territorio ha visto un’alluvione negli anni 70 e se tanto mi da tanto….. immaginate con il consumo del territorio, con la cementificazione, con l’incuria che versano i greti dei fiumi, se oggi cadesse la quantità d’acqua del 1970 cosa accadrebbe?
    Solo alcune domande a cui il politico dovrebbe DARSi delle risposte.
    La mia paura da cittadino della montagna è che la politica, ora cavalchi il pensiero e l’esigenza del cittadino in merito ai cambiamenti climatici, senza poi accelerare veramente nelle soluzioni.
    Ora attendiamo i tempi della politica e della macchina statale.-
    Se non ricordo il vecchio studio richiese alcuni anni, dunque plausibile per il nuovo studio di fattibilità altri 2/3 per poi trovare le risorse, mettere d’accordo, le amministrazioni locali, i cittadini ecc ecc 2/3 anni, realizzazione 4/5 anni, in totale se si è bravi 8 anni, altrimenti 10/11.
    evviva evviva evviva.
    cordialmente
    Malvolti Roberto

  4. Credo che la serietà e l’onestà non sono più valori di questo paese; sappiate che l’emergenza idrica, energetica e alluvionale non sono una emergenza per questa Regione, visto cosa si sta proponendo sull’Enza; vorrei chiedere all’Assessore Mammi, ripartendo da un nuovo progetto di una Diga sull’Enza, a questo punto dobbiamo chiederci se sull’Enza sia fattibile una Diga o meno (credo lo sappiano anche i bimbi, ma pazienza) partendo da: progetto di fattibilità, progetto di massima, progetto definitivo, progetto esecutivo, pareri favorevoli da parte dei Ministeri e pareri tecnici da parte dell’Ufficio Dighe Nazionali e tanto altro (tutto obbligatorio), tra quanti decenni pensa di poter vedere la diga di Vetto invasata?, visto che dichiara che occorre invasare le acque quando ci sono !!!!!!!. Gli agricoltori hanno bisogno di acqua al più presto o tra 15/20 o più anni?, se tutto va bene, lontre permettendo. Tempi “giustamente e correttamente” dichiarati anche dal Direttore Turazza, da altri e anche dal sottoscritto, se questo fosse l’iter a cui attenersi per realizzare l’invaso.
    Lino Franzini

  5. Io credo che nessuno di quelli che tanto spingono per riproporre il progetto di 40 anni fa comprerebbero una fantastica Alfasud perché in pronta consegna invece di aspettare la consegna di una macchina moderna.
    Il mondo, volenti o nolenti, è cambiato in 40 anni. Sono cambiati i metodi di progettazione, le conoscenze tecniche e ambientali, le destinazioni d’uso dei terreni, i metodi irrigui (o almeno potrebbero cambiare), i bisogni delle persone.
    Adesso esistono i satelliti, i computer, non si disegna più a mano e addirittura abbiamo pure l’intelligenza artificiale.
    Capisco che a volte tornare ai tempi in cui il nostro vigore era alle stelle fa piacere a tutti, ma non tutto “quello di una volta ” è meglio.
    Suvvia un po di serietà e di visione del futuro.

    AG

  6. A proposito di serietà, richiamata da AG a conclusione del suo commento – unitamente alla visione del futuro – anche chi non si “spella le mani” per l’invaso vettese dovrebbe comunque riconoscerla a quanti da decenni ne vanno sostenendo coerentemente la necessità, mentre non mi pare di vedere molta coerenza in quella politica che si è convertita solo ora al bisogno di invasare l’acqua allorché abbonda, quando prima, invece, ha sempre respinto l’idea di una diga.

    Ma c’è di più, perché detta politica, dopo aver lasciato lungamente “dormire” il problema, nonostante le numerose avvisaglie dei cambiamenti climatici emerse nel corso degli anni, pare ora voler accelerare il passo, sino a correre, davanti ad una situazione finora sottovalutata, e sembra far fretta al Governo circa l’assegnazione dei fondi per lo studio di fattibilità, quasi a spostare su altri la “responsabilità” dei ritardi fin qui accumulati, il che suona quantomeno contraddittorio.

    Quanto all’aver visone del futuro, il “modernismo” ha indubbiamente le sue molteplici ragioni, così come il guardare e il proiettarsi in avanti, ma in ogni caso non sarei particolarmente severo con quanto è stato fatto nei tempi andati, a fronte dei numerosi esempi di cose risalenti anche ad un passato piuttosto lontano e che hanno resistito molto bene al trascorrere del tempo, tanto da rivaleggiare con le più recenti, al punto che non manca chi vorrebbe imitarne in qualche modo le tecniche.

    P.B. 08.12.2022

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.