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L’intervento contro di Bussi: “L’anidride carbonica non ha colpa. In montagna preoccupa il lupo”

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Riceviamo e pubblichiamo

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Penalizzare le radici e soffocare l’Appennino reggiano

Nel precedente intervento su Redacon ricordavo i gravami creati nel passato dal ceto dominante sulla periferia contadina e in seguito dall’assenza dei necessari correttivi introdotti nelle altre democrazie per dare un potere decisionale alla minoranza contadina. In queste condizioni la maggioranza stabilisce come usare campo/allevamento/bosco, si tiene ben lontana da mestieri impegnativi e difficili, non li conosce, però ne tratta e ha il potere di decidere. L’attuale ceto medio urbano appare sensibile ai danni del consumismo, tuttavia non modifica i suoi criteri di scelta su abitazione, auto, abito, eccetera, preferisce dare prescrizioni a chi si cura dell’ambiente lontano. Per esempio, ha proibito di abbattere uccelli prima considerati nocivi in quanto rapaci di nidi come cornacchie e gazze provocando lo sterminio degli uccelli minori, nei boschi non si vedono più e da casa non si sente cantare un usignolo. Il cittadino si compiace per il ritorno del lupo, ma il predatore spaventa gli animali al pascolo che scappano e molti allevatori han dovuto rinunciare ai recinti mobili che mettevano sui terreni difficili da lavorate a macchina, così si estende l’abbandono, si riduce la disponibilità di foraggio e aumenta quello che l’Appennino importa sempre più da lontano. Si predica il benessere animale e la tutela del paesaggio ma chi li assicura viene ignorato, non si ritiene fondamentale e prezioso chi ha imparato a vivere usando e curando le risorse naturali. Paesano è un termine tecnico francese, invece il nostro contadino porta addosso il disprezzo antico della società italiana, il suo ruolo insostituibile è ignorato dalla scuola in su, al contrario viene riconosciuto dai Paesi avanzati nel loro ordinamento.

Come sappiamo la nostra montagna è caratterizzata in alto da proprietà indivisa della terra con grandi estensioni di usi civici su pascoli e boschi, mentre sotto la quota 900 metri eredita un elevato frazionamento della proprietà privata. Le piccole particelle di campi vengono accorpate da chi continua a coltivare avendo trovato il sostegno al prezzo del latte lavorato in cooperativa per il Parmigiano Reggiano da vendere pronto per il consumo dopo uno o più anni. Invece le piccole particelle dei castagneti abbandonati ostacolano i moderni sistemi adatti per radunare alberi secchi, piante infestanti e lavorare questi materiali di scarto utilizzando il cippato per riscaldare con impianti efficienti. Però da noi i comitati cittadini hanno bloccato progetti dei comuni e chi produce cippato lo deve portare a impianti termoelettrici in Padania consumando energia fossile nel trasporto e avendo perdite nella conversione. E’ l’opposto di quanto è stato fatto nelle altre montagne per valorizzare biomasse che forniscono energia rinnovabile pulita da consumare nelle vicinanze per contenere costi e sprechi come indica la Strategia Forestale Nazionale*. Occorre sapere che non ha più senso la lotta al cambiamento climatico col trattenere CO2 sintetizzata dai vegetali, le ricerche in atmosfera svolte dal 2000 con satelliti a controllare sopra e sotto le nuvole* tolgono ogni colpa alla CO2 e su questo argomento quelli fanno ricerca in Italia hanno inviato una petizione* a Presidente della Repubblica, Governo e Parlamento. Però sono molto più numerosi quelli che fanno prediche ed essendo faticoso smentire i discorsi fatti è più semplice ignorare le nuove conoscenze. Nella nostra montagna rimane su queste posizioni il potere urbano che offre un premio ai proprietari se i loro boschi trattengono CO2 per vendere a industrie di pianura i crediti di carbonio da tempo ribattezzati licenze a inquinare*. Dunque, non si aiutano le aziende forestali rimanenti, non vengono ascoltate per affrontare intralci pubblici di fronte alle poche persone disponibili a lavorare nel bosco e al mancato coordinamento tra uffici adiacenti. Anzi, si aggiunge una burocrazia esterna per certificare la CO2 rimasta nell’albero vecchio che a quel punto diventa più difficile raccogliere, infatti in quel tipo di bosco si fanno interventi solo se c’è il contributo del PSR per compensare una spesa elevata non sostenibile. Sulla strada imboccata nel reggiano aumentano le procedure e i controlli con soggetti pubblici e privati diventati una lista più lunga degli operatori impegnati a produrre. Ma si può seguire l’esempio piemontese dell’associazione fondiaria organizzata dall’ente pubblico per superare il frazionamento e guidare una solida filiera di aziende a pulire anche il bosco abbandonato, favorire l’albero in crescita, curare l’ambiente e ridurre il caro bollette...

(*) documentazione reperibile con Google

Enrico Bussi

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7 Commenti

  1. Complimenti, ragionamento molto condivisibile e puntuale, ma vorrei sottolineare che buona parte del nostro Appennino, da lunghissimo tempo, ha fior di amministratori locali con responsabilità di direzione e di indirizzo programmabile importanti: senatori e senatrici, presidenti di Provincia, presidenti di comunità montane, Gal, un’infinità di organismi deliberanti e di organismi sindacali di categorie, agricoltori compresi. Non credo di aver ben speso i miei soldi per le tasse. Dobbiamo ricominciare a separare gli organismi parassitari da quelli utili e, visto che parliamo di agricoltura, “separare la pula dal grano”. Cordialità. C.V.

    http://Conte da Palude

  2. Ringrazio il sig. Enrico Bussi che mi dà l’opportunità di fornire informazioni sulla gestione sostenibile delle foreste dell’Appennino e sulla commercializzazione dei crediti di sostenibilità. Il fatto di vendere i servizi che le foreste ci offrono, oltre alla produzione di legna, è una grande opportunità per le comunità dell’ Appennino: non venderli è un comportamento semplicemente stupido… perché un proprietario di boschi dell’Appennino non può essere remunerato per i servizi che la sua foresta fornisce a tutti i cittadini? Credo sia importante che i proprietari dei boschi e le imprese forestali colgano questa opportunità e per saperne di più possono consultare il sito http://www.creditisostenibilita.it

    Giuseppe Vignali- direttore parco nazionale

  3. Ho effettuato qualche ricerca in rete, e non sono riuscito a trovare traccia di fonti che confermino che “le ricerche in atmosfera svolte dal 2000 con satelliti a controllare sopra e sotto le nuvole tolgono ogni colpa (del riscaldamento globale) alla CO2” ne della petizione che “su questo argomento quelli (che) fanno ricerca in Italia (chi sono?) hanno inviato a Presidente della Repubblica, Governo e Parlamento”.
    Credo che quando si fanno affermazioni di questo genere, bisognerebbe essere più precisi e soprattutto citare nel dettaglio gli studi e le fonti. Limitarsi a scrivere “documentazione reperibile con Google” non mi sembra granché serio e professionale.

    Andrea

  4. Trovo piuttosto calzante e realistico il concetto secondo cui vi sono “decisori” che stabiliscono “come usare campo-allevamento-bosco” tenendosi nel contempo ben lontani da mestieri impegnativi e difficili, e che peraltro non conoscono, così come spesso “non si ritiene fondamentale e prezioso chi ha imparato a vivere usando e curando le risorse naturali”, sembrandomi che questo valga anche per chi esercita il taglio dei boschi.

    Proprio riguardo a quest’ultimo settore di attività, segnatamente i crediti di carbonio, mi sono già espresso fin da inizio settembre 2019, a commento dell’articolo di Redacon dal titolo “Bruciare meno legna e stoccare, indennizzati, CO2: la proposta innovativa del Parco dell’Appennino” del 29.8.2019, e mi verrebbe da ritenere di essere qui abbastanza in linea col pensiero del dr. Bussi (sempreché non abbia travisato il senso di queste sue righe).

    P.B. 17.01.2023

    P.B.

  5. Ed ecco l’ultimo di una lunga schiera che su Google trova le prove per smascherare l’ennesimo complotto segreto. Questa volta quello del riscaldamento globale causato dalla co2. Tutti corrotti gli scienziati internazionali. Solo i fantomatici sottoscrittori di un fantomatico appello i seri.
    Se ci sono studi sottoposti a peer review indipendenti sarò lieti di leggerli. Ma ne indichi qualcuno il professore Bussi.

    Ag

  6. Circa i lupi, io penso che la loro presenza possa essere accettata nel nostro ecosistema – o vada accettata, per dirla in altro modo – anche per la loro azione predatoria nei confronti degli ungulati selvatici, atta a contenerne l’eccessiva espansione numerica, ma non possiamo nel contempo ignorare che la convivenza lupo-uomo, e attività zootecniche, ha generato diatribe e criticità, che periodicamente riaffiorano, e in ordine alle quali sentiamo ripetere che vanno adottate misure essenzialmente “passive” o difensive, salvo per così dire l’impiego dei cani da guardiania, riguardo ai quali non sono comunque mancate polemiche e prese di posizione.

    Succede altresì che più d’uno se la prenda col lupo, a mio avviso impropriamente dal momento che il predatore segue semplicemente il proprio istinto – anche quando si avvicina a stalle o abitati in cerca di cibo – e andrebbe semmai chiamata in causa la gestione del problema, ossia la sua adeguatezza, alla stregua di chi arriva a non nutrire simpatia per i cani a seguito del comportamento un po’ troppo disinvolto dei rispettivi proprietari, e se oggi c’è chi, onde evitare che le criticità si acuiscano, vorrebbe rivedere la “intoccabilità” del lupo, incontra subito un’alzata di scudi e barricate, senza tuttavia veder avanzate proposte alternative in merito.

    Infatti, come avanti dicevo, le raccomandazioni che abbiamo sistematicamente ascoltato in questi anni sono state quelle a carattere “passivo o difensivo”, vedi il proteggere gli animali domestici, specie durante le ore notturne, con recinzioni e strumenti similari, oppure il non lasciare a disposizione del predatore scarti o residui alimentari che possano attrarlo verso gli insediamenti umani, il che ha certamente logica e ragione, ma si poteva forse fare di più, sperimentando ad es. anche l’eventuale effetto dissuasivo di “colpi a salve”, vedi quelli di una scacciacani, senza il timore di venir ripresi e andare casomai incontro a qualche indesiderabile “grana”.

    Come ricorda Bussi, ci sono specie di avifauna selvatica che hanno visto una progressiva rarefazione, mentre altre si sono andate parecchio moltiplicando, o si sono insediate sul nostro territorio, rispetto ad una frequenza occasionale del passato, e le spiegazioni di tale fenomeno sono varie e non di rado diverse, ma in un ambiente alquanto antropizzato l’uomo è chiamato giocoforza ad agire sugli intervenuti squilibri – anche se c’è chi vorrebbe lasciar fare alla natura – ovviamente tenendo conto delle nuove realtà, ma c’è forse ancora margine e modo per rendere compatibili situazioni che apparentemente non lo sono, senza trascurare le priorità.

    P.B. 18.01.2023

    P.B.

  7. Se andassero remunerati i servizi che la foresta fornisce ai cittadini, ci sarebbe da corrispondere una bella sommetta di arretrati ai proprietari dei nostri boschi – boschi che da tanto tempo a questa parte svolgono detta importante funzione, talvolta forse abbastanza misconosciuta o sottovalutata – e viene altresì da pensare che, verosimilmente, non siano stati finora mal gestiti se oggi disponiamo di un patrimonio boschivo tale da potervi far progetti.

    Ciò premesso, ho consultato il “sito” indicatoci dal Direttore del Parco Nazionale trovandovi concetti senz’altro condivisibili, pur se talora abbastanza generici o solo abbozzati – perlomeno a mio vedere – specie quello riguardante il promuovere la Gestione Forestale Sostenibile/Responsabile per perseguire la tonnellata di CO2 equivalente, evitata o assorbita, che costituisce l’indicatore quantitativo principale con cui definire il credito di sostenibilità.

    Io sono rimasto agli articoli di Redacon del 2019, dove si diceva che “bisogna passare dalla vendita di legna da ardere alla vendita dei crediti di carbonio”, prospettando “la possibilità di indennizzare la rinuncia ai tagli periodici”, e sarebbe quindi opportuno sapere se vale ancora quella tesi, o si è invece cambiato idea individuando un’altra e diversa strada per trattenere CO2 (dopo di che ogni proprietario di bosco deciderà se aderire o meno al progetto del Parco).

    Siffatta precisazione non mi sembrerebbe dettaglio da poco, perché se per maturare il “credito”, col relativo indennizzo, valesse ancora la regola che occorre far “invecchiare” il bosco, rinunciando quindi al taglio, dovremmo forse chiederci, Parco compreso, se nella situazione determinatesi, circa approvvigionamento e costo di altri combustibili da riscaldamento, la produzione di legna da ardere rappresenti per così dire una priorità, o passi invece dietro ad altre esigenze.

    P.B. 19.01.2023

    P.B.

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