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Corpo a corpo con il destino

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Un destino crudele infranse il sogno di mio padre di ritornarsene al paese, tra la sua gente, a coltivare  le sue passioni. Quei pochi anni lavorati in pianura non lo avevano soddisfatto affatto.  Mancavano profondamente il panorama dei monti e l'aria “fina” da respirare, ciò che la “terra piatta”, come era solito definire la pianura, non poteva offrirgli. Ma, si sa, il lavoro viene prima di ogni altra cosa e Pellegrino, ma per tutti Giulio, anche se a malincuore accettò il trasferimento.

Mio padre era un uomo forte e caparbio, non si lamentava mai. Solamente una volta aveva manifestato un piccolo disagio. Una sera, a tavola, parlando con mia madre, le confidò quello che fino ad allora si era tenuto dentro. Si sentiva oppresso dal traffico della via Emilia dovendo colmare  la distanza di 15 km per raggiungere la Centrale E.N.E.L. di Rubiera.

Il dover guidare l’auto, fresco patentato, alla maggior età di 55 anni, lo infastidiva parecchio; Lui che, prima dell'avventura in pianura, si era sempre recato al posto di lavoro per anni ed anni a piedi o in bicicletta, a seconda dell'alternanza delle stagioni da Vaglie a Ligonchio per ben 6 km a viaggio. Generale Inverno, a mille metri d'altitudine, non scherzava affatto e raggiungere il servizio nelle condizioni di neve e ghiaccio aveva tutto l’aspetto di un'impresa!

Mia madre l'aveva capito perfettamente e lo rincuorava dicendogli di pazientare ancora un po'… quattro anni non erano poi così tanti da sopportare. La pensione stava per arrivare e così il ritorno a Vaglie, sempre presente nei loro discorsi. Io, che a quei tempi avevo sedici-diciassette anni, ascoltavo in silenzio, tra una forchettata di spaghetti e un sorso di acqua, ma dentro me pensavo più al mio piccolo mondo di ragazzo che alle “cose da grandi”.

Negli anni settanta, Don Angelo Cocconcelli, parroco della chiesa di S. Pellegrino dove abitavamo, organizzava incontri fra i montanari al piccolo cinema parrocchiale “Olimpia” e la nostra gente partecipava numerosa da tutta la città. Era una festa, un momento conviviale, in cui si ricreava, in qualche maniera, l'atmosfera del paese. Si parlavano più dialetti, ma sempre comprensibili tra loro, in fondo, eravamo tutti figli della stessa madre: la montagna!

Le massaie deliziavano i presenti con dolcetti fatti in casa... come una volta.

Mia madre si dedicava, con amore, a sfornare dalla stufa “chicchi” ripieni di marmellata per offrirli alle altre persone e di questa circostanza ne ho un ricordo goloso e nostalgico.

Indubbiamente un bel momento, forse per farci sentire meno soli, poiché la convivenza con i “piansani”, a volte, non era stata facile.

Il tempo correva lento o lesto, a seconda di chi ne avesse di più o di meno da spendere.

La mia famiglia ne aveva, purtroppo, ancora poco per stare unita. La malattia stava prendendo il sopravvento sulla dura scorza e la voglia di vivere di mio padre. Il dimagrimento repentino, sempre più evidente in quel fisico asciutto e nerboruto, non lasciava alcun dubbio.

La prognosi fu impietosa… sei mesi di vita! Dopo il calvario dell'ospedale, tra alti e bassi, lo portammo a morire a casa sua, a Vaglie, nel suo letto, tra la sua gente e la costernazione di un'intera comunità. Il 19/agosto/1970 fu il giorno funesto, aveva compiuto 59 anni a febbraio dello stesso anno. Papà Giulio era sì ritornato al paese, tra i suoi monti, ma come primo “cliente” del nuovo cimitero.