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L’ epidemia di insicurezza nei giovani

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'Un’epidemia di insicurezza’ ci accompagna ormai da anni, viviamo in una società dove l’apparire ha quasi sotterrato l’essere; in una società, completamente digitalizzata, che ci chiede di essere sempre più bravi, più capaci e più belli. Non è tutta colpa della pandemia. E bisogna “ripararsi”.

Di tutto questo si è discusso nel corso dell’incontro 'RipariAMOci: bullismo e cyberbullismo non passano', organizzato dal Comune di Carpineti che si è svolto sabato 6 maggio in biblioteca, e voluto dall’amministrazione comunale, in primis dal sindaco Tiziano Borghi e dall’ assessore alla sanità e servizi sociali, Flavia Pigozzi.

Esperti a confronto per scattare una fotografia di come stanno i giovani di oggi: Massimiliano Anzivino, psicologo di Asc Appennino reggiano e Massimo Maini responsabile dell’area minori, giovani e famiglie di Asc Appennino reggiano; il capitano Marco Spinelli, comandante della compagnia carabinieri di Castelnovo ne’ Monti e il maresciallo capo Giuseppe Stiscia, comandante della stazione carabinieri di Carpineti.

Ma come stanno i giovani?

La risposta del dottor Anzivino è immediata e non lascia dubbi: “I giovani, in Italia,  stanno male. Il sistema del benessere è andato in tilt. Ci sono una serie di dati molto preoccupanti; un ragazzo su cinque oggi ha un problema psicopatologico. Ma abbiamo tantissimi segnali e sono riportati sulla cronaca dei giornali tutti i giorni. Questi giovani sono sottoposti ad una enorme pressione e cioè quella di essere primi in tutto: famosi, belli, bravi. Tutto questo sta generando una serie di problematiche molto molto forti. Ora si tende a dare la responsabilità al Covid, ma chi si occupa di scienza oggi in Italia, come ad esempio il centro Minotauro di Milano, ci dice che in effetti il Covid ha semplicemente aperto un qualcosa che già esisteva prima; ha dato la possibilità ai ragazzi di chiedere aiuto”.

E conclude: “Dobbiamo interrogarci, come adulti, sul mondo che abbiamo costruito. Cosa possiamo fare per aiutarli? Esattamente la stessa cosa, cioè ricostruire il mondo che non c’è più, cioè dobbiamo ricostruire legami, creare Comunità, dobbiamo riprenderci la responsabilità di curare le ‘relazioni’.

Questi giovani si sentono soffocati dalla vergogna e manifestano questo disagio ‘in diverse forme’.

Come più volte sottolineato dal Capitano Spinelli, “in Appennino non si vive una situazione di emergenza ma è importante 'ripararsi'. Se in gruppi di giovani si manifestano episodi di bullismo bisogna “evitare che si crei una cosiddetta maggioranza silenziosa; è importante che certi atteggiamenti non trovino accettazione nel gruppo”.

Rilevante la precisazione del maresciallo capo Giuseppe Stiscia nell’affermare l’importanza di saper riconoscere atteggiamenti goliardici da episodi veri e propri di bullismo dove c’è una vittima vessata.

Un sostegno alle famiglie arriva dal Centro famiglie dell’Unione montana dei comuni dell’Appennino reggiano.

“Inaugurato nel 2020 – racconta il dottor Maini- si è sempre proposto come un luogo di ascolto e di accoglienza per i genitori e per tutti quelli che si prendono cura dei minori, dei bambini. Il centro per le famiglie oggi attivo su Castelnovo offre diversi tipi di servizi e tutti accomunati dall’idea e dell’intenzione di accogliere, ascoltare e condividere le riflessioni riguardo alla cura, alla protezione, ma anche al sostegno alla genitorialità”.

E precisa: “Ogni servizio al centro per le famiglie è gratuito e quindi i genitori, i nonni, chi si prende cura dei bambini, dei ragazzi, può prendere un appuntamento. C’è un consulente genitoriale, un mediatore familiare e c’è un’educatrice con cui riflettere insieme, descrivere quelli che possono essere i momenti di maggiore criticità o fatiche. Non c’è una ricetta che va bene per tutti; al centro famiglie offriamo un luogo di ascolto e prima di tutto accoglienza, ma anche riflessione per provare a trovare insieme delle strategie più efficaci per affrontare determinati problemi".

 

 

1 COMMENT

  1. E’ sicuramente un ottimo proposito quello di “ricostruire il mondo che non c’è più, cioè dobbiamo ricostruire legami, creare Comunità, dobbiamo riprenderci la responsabilità di curare le ‘relazioni’”, come qui leggiamo, ma quel mondo era qualcosa di molto più, o anche qualcosa di più semplice, se vogliamo, perché aveva un modello cui ispirarsi, nel quale la famiglia occupava un posto di rilievo, e coi suoi legami si configurava altresì come il primo e naturale anello delle rispettive Comunità, e connesse interrelazioni (e al suo interno, ossia tra i suoi membri, c’era poi spesso chi sapeva cogliere al nascere o quasi il disagio dei propri giovani, cercando nel contempo di porvi argine e rimedio).

    Io non voglio enfatizzare oltremisura il valore di quel modello, che non mancava sicuramente di limiti, imperfezioni, e verosimili difetti, ma l’errore a mio avviso commesso è stato quello di considerarlo obsoleto e sorpassato, e dunque tale da “demolire”, senza tuttavia avere una alternativa realistica e praticabile, e si è andati così incontro ad un “vuoto” non facile da riempire e recuperare, io immagino, anche coi ripensamenti che paiono moltiplicarsi riguardo a quella scelta, ma che rischiano di arrivare con eccessivo ritardo (mi augurerei, perlomeno, che quanto allora avvenuto possa indurre a conservare i valori ancora rimasti, per non trovarci di nuovo a piangere “lacrime di coccodrillo”).

    P.B. 12.05.2023

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