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Spopolamento: il rischio di perdere l’identità delle comunità locali

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Una recente analisi demografica condotta dalla Provincia di Reggio Emilia ha riportato risultati allarmanti riguardanti lo spopolamento delle zone appenniniche del territorio. I dati, frutto della collaborazione dei Comuni della provincia e gestiti dal Servizio Statistica della Regione Emilia-Romagna, mettono in luce una tendenza negativa che richiede un intervento urgente per invertire il corso degli eventi.

Appennino reggiano

Analizzando l'andamento demografico degli ultimi dieci anni, dal 1 gennaio 2013 al 1 gennaio 2023, emergono chiare dinamiche che indicano un costante calo della popolazione in diverse aree dell'Appennino Reggiano. In particolare, le zone più remote e montane sono quelle che hanno subito un decremento demografico maggiore, caratterizzato anche da un invecchiamento della popolazione residente superiore alla media.

Tra i comuni più colpiti da uno spopolamento costante, troviamo Ventasso e Villa Minozzo, seguiti da Castelnovo ne' Monti. Complessivamente, questi comuni hanno registrato una perdita di 1.211 residenti (-6,4%) nell'arco degli ultimi dieci anni. Una lieve inversione di tendenza si è manifestata in alcuni comuni nella parte inferiore dell'Appennino Reggiano. Vetto, Carpineti e Toano, nonostante abbiano segnato importanti cali demografici nel decennio passato (-7,9%, -6,4% e -8,7% rispettivamente), mostrano segni di ripresa nel 2022.

Altri quattro comuni hanno fatto segnare numeri negativi nel conteggio della popolazione negli ultimi dieci anni, tra cui Baiso (-4,3%) e Canossa (-3%) anche se negli ultimi 2-3 anni, questi comuni hanno invertito la tendenza, registrando un aumento della popolazione o mantenendo una stabilità demografica, come nel caso di Baiso.

È importante notare che lo spopolamento non comporta solo una riduzione numerica dei residenti, ma anche un impoverimento qualitativo delle aree abbandonate. L'invecchiamento della popolazione, il profondo svuotamento del capitale sociale e la riduzione della popolazione attiva rappresentano una minaccia reale per l'Appennino Reggiano.

Un aspetto di grande rilevanza nel contesto dello spopolamento dell'Appennino Reggiano riguarda il pericolo di perdere l'identità unica di queste comunità. Le popolazioni locali, radicate nel territorio da generazioni, rappresentano la storia, la cultura e le tradizioni di queste zone. Il progressivo svuotamento demografico mette a repentaglio la sopravvivenza di tali elementi fondamentali, minacciando la diversità e l'unicità che caratterizzano l'Appennino Reggiano.

Per affrontare questa sfida, diventa cruciale un impegno congiunto per preservare l'identità di queste comunità in modo equilibrato. È necessario promuovere progetti e iniziative che rafforzino il senso di appartenenza e coinvolgano attivamente gli abitanti nell'edificazione di un futuro sostenibile per l'Appennino Reggiano, tenendo conto delle peculiarità e della fragilità del territorio. Bisogna trovare un equilibrio tra la conservazione delle caratteristiche uniche di queste zone e la necessità di garantire servizi e opportunità a coloro che scelgono di viverci. Politiche nazionali e locali dovrebbero lavorare insieme per trovare soluzioni che rispettino l'ambiente e la sostenibilità delle comunità montane, evitando l'insorgere di situazioni che metterebbero in pericolo il territorio.

8 COMMENTS

  1. ANALISI TARDIVA DI UN PROCESSO IRREVERSIBILE ?
    Siamo in ritardo di 20 anni … forse 20 anni fa il processo di degrado socio economico della montagna poteva essere fermato .
    Ora si cerca sbagliando, di assegnare alle poche energie culturali e socio economiche esitenti l’inversione di un processo di crollo demografico con tutte criticità che esso comporta .
    Serve decentrare sviluppo certo a partire dalle pubbliche istituzioni, provincia in testa .
    Bisogna fare in fretta perche l’assenza dell’uomo nell’ambiente sta chidendo il conto in temini di deterioramento ambientale .
    Basta analisi ma proposte concrete per frenare il degrado ambientale gia presente .

    MARINO FRIGERI

    FRIGGERI MARINO

    • Firma - FRIGGERI MARINO
  2. Penso che questo processo non debba essere contrastatoa semmai agevolato. La montagna si riprenderà il l giorno che non ci saranno più i montanari autoctoni. Che sono poi quelli che la hanno ridotta così … O pensate che sia stato lo spirito divino ?

    Marco

    • Firma - Marco
  3. Innanzitutto, leggo con molto piacere parole come “identità” ed “appartenenza“, ossia termini che in molteplici occasioni io ho affidato alle pagine di Redacon – l’ultima volta solo due giorni fa, commentando l’articolo-intervista dal titolo “benedetto Dialetto, tutto da ascoltare” – mentre mi sembra di poter dire che in questi anni detti termini sono stati estranei o quasi al vocabolario politico della sinistra e dintorni (speriamo che adesso possano venir via via sdoganati e “riabilitati”)

    Venendo all’argomento di queste righe, cioè lo spopolamento, non credo possa attribuirsi ad “una recente analisi demografica condotta dalla Provincia di Reggio Emilia” il “merito” di aver fornito dati che, in ordine allo spopolamento delle zone appenniniche, “mettono in luce una tendenza negativa che richiede un intervento urgente per invertire il corso degli eventi”, dal momento che il fenomeno è conosciuto ormai da tanti anni, e da pari tempo se ne sta discutendo e dibattendo (anche su Redacon).

    Il parlarne è sicuramente buona cosa, ancorché non basti, ma resta in ogni caso l’impressione che i “decisori” politici locali – intesi anche come partiti, o loro coalizioni e derivazioni – da decenni alla guida del nostro territorio, abbiano fin qui privilegiato l’idea di attrarre visitatori e frequentatori a vario titolo della nostra montagna, presenze sicuramente molto importanti per la nostra economia, ma pur sempre momentanee o transitorie, ovvero non in grado di determinare tessuto sociale.

    Oggi ci accorgiamo di quanto sia invece prezioso il tessuto sociale, alla stregua degli esercizi o negozi di vicinato, molti dei quali hanno chiuso i battenti, e per la cui sopravvivenza bastavano forse azioni di “defiscalizzazione”, estendendo semmai eguale logica ad altre attività di questi luoghi, così da rafforzarne la tenuta, ma i ritardi accumulati sono tali da interrogarci sulla loro recuperabilità (pur se c’è chi pretenderebbe dall’attuale Governo soluzioni rapide, se non immediate).

    Il giudizio di Marco sui montanari autoctoni è parecchio severo, e credo anche abbastanza ingeneroso, perché la montagna, prima che iniziasse il suo progressivo spopolamento, non era “ridotta male” – mutuando il concetto di Marco – pur se non mancavano problemi e criticità, e quando i montanari autoctoni fossero sostituiti da chi viene da fuori, come si auspica sempre Marco, non sarebbe certo facile ricostruire un’identità che si era costituita nel corso di tante generazioni.

    P.B. 06.07.2023

    P.B.

    • Firma - P.B.
  4. non ci vuole un genio a capire che senza collegamenti, strade, servizi essenziali e soprattutto lavoro la gente abbandona i luoghi dove diventa complicato e oneroso spostarsi verso luoghi centrali, un appunto? se ne parlava gia oltre 30 anni fa del fenomeno e nessuno a livello istituzionale ha fatto qualcosa per migliorare le cose.

    anonimo

    • Firma - anonimo
  5. Commenti condivisibili quelli dei Sigg.i Marino, Marco e Maz; molto azzeccato è il commento di Marco, forse la montagna si riprenderà quando non ci saranno più questi montanari, considerazione azzeccata; chi ha la mia età ha vissuto le manifestazioni e le contestazioni di tanti montanari e di vari Amministratori locali che sostenendo la politica del NO a tutto hanno sempre impedito, e continuano a farlo, quelle opere infrastrutturali come le fondovalli, iniziate e sospese, la diga di Vetto iniziata e sospesa, altre opere come la la ferrovia Ciano, Vetto, Castelnovo, la Fondovalle Val Secchia, il traforo da Collagna per la Toscana, la fondovalle Val Lonza, ecc.
    Tutte opere che avrebbero portato su queste terre lavoro, sviluppo, turismo, servizi e ripopolamento, ma questo andava in contrasto con chi considera la montagna un peso, un costo, una terra per soli lupi e cinghiali. Purtroppo chi voleva un futuro per queste terre ha perso, hanno vinto loro, e lo hanno fatto proprio con l’aiuto dei montanari e dei loro Amministratori. Come dice Marco speriamo che i “futuri montanari” comprendano il grande valore di queste terre, che a differenza di altre terre montane, hanno grandi potenzialità

    Franzini Lino

    • Firma - Franzini Lino
  6. I ragazzi rimangono e fanno figli dove ci sono condizioni lavorative serie da permettere questo. Io vivo nel comune di Ventasso e qua è facile capire dove i ragazzi continuano a vivere, lavorare e fare figli.
    Non al Cerreto non a Collagna e neppure a Ligonchio… i ragazzi rimangono a Ramiseto e a Cervarezza dove ci sono ditte che assumono e servizi di base. Ormai è constatato e chiaro a tutti che la via per il ripopolamento della montagna non è il turismo perché il lavoro stagionale non da futuro e stabilità soprattuto per chi decide di rimanere a vivere nel proprio territorio. A parere mio bisogna cercare di ricreare un modello come a Ramiseto con zone artigianali e con politiche che incentivano le aziende a venire a investire nei territori montani. Una piccola tendenza al ritorno c’è ( io sono uno di quelli) però la strada è ancora lunga soprattuto perché vedo che la politica guarda sempre al turismo e poco a investire sul lavoro artigianale e la piccola industria.

    Fabio

    • Firma - Fabio